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Le norme e gli studi concordano nel preferire che i bambini con disabilità frequentino le classi cui appartengono anagraficamente. Non tutti i genitori, però, concordano

Già negli anni ’70 il ministero dell’istruzione aveva stabilito che i bambini con disabilità devono essere iscritti alla Scuola dell’Infanzia a 3 anni e alla Scuola Primaria a 6 anni. Da allora, tutte le norme di riferimento hanno promosso politiche orientate alla frequentazione dei pari, limitando i trattenimenti nei diversi gradi solo a situazioni definite eccezionali. Questa tendenza non ha riguardato solo gli alunni con disabilità, ma tutti i bambini ed oggi le situazioni in cui si decide una bocciatura sono diventate rare, non solo nella Scuola dell’Infanzia, ma anche nella Primaria e in tutto il primo grado.

Già in passato ci siamo occupati di questo argomento, rilevando come anche la letteratura e gli studi di riferimento concordino nel promuovere l’integrazione con i pari. Tuttavia, non sempre le famiglie dei bambini con disabilità sono sostenitrici di questo orientamento e non sono rari i casi in cui chiedano che i loro bambini vengano trattenuti un anno in più, soprattutto alla scuola dell’infanzia. Più in generale, i pareri dei genitori in merito appaiono piuttosto divisi e tendenzialmente orientati a scelte diverse in base alle specifiche situazioni riguardanti i singoli bambini.

Ancora una volta abbiamo chiesto il parere di alcune mamme che, ormai da qualche tempo, stanno portando contributi consapevoli al dibattito sui diversi aspetti riguardanti la realtà scolastica dei bambini con disabilità. Anche tra di loro, come vedremo, si riscontrano opinioni diverse sul trattenimento.

Daniela è la mamma di un ragazzino di 12 anni con una disabilità motoria e sensoriale grave, che ha cominciato a frequentare l’asilo nido a 13 mesi. A 3 anni F. non era assolutamente in grado di affrontare il passaggio alla materna, non avevamo ancora trovato un sistema di postura adeguato e mangiava esclusivamente in braccio. L’anno in più di nido ci ha permesso di raggiungere queste autonomie e di cominciare la scuola materna riuscendo a restare almeno per un po' di tempo seduti al tavolo con gli altri bambini. In due anni F. avrebbe dovuto quindi fare il percorso dei 3 della Scuola dell’Infanzia. Motivare la richiesta di permanenza non è stato semplice e l’accettazione è arrivata solo a maggio lasciandoci in balia della situazione per tutto l’anno e non permettendo una programmazione certa a lungo temine. F. avrebbe avuto necessità di fare un ulteriore anno di materna per consolidare alcuni strumenti. L’ingresso alla Scuola Primaria su basi non solide ha appesantito notevolmente il percorso e ci ha obbligati a rivedere alcuni obiettivi. Avere la possibilità di programmare un fermo anche in seconda primaria avrebbe permesso di consolidare il percorso del biennio e di affrontare su basi più solide il percorso successivo. Crediamo che con bambini come F., dove è presente una notevole differenza di capacità motorie, comunicative e cognitive, può essere utile progettare un rallentamento del percorso degli studi in modo da permettere di avere una programmazione quanto più allineata possibile alla classe, avendo così più tempo per raggiungere alcuni obiettivi che, a causa della disabilità stessa, richiedono semplicemente tempi maggiori.

Silvia evidenzia l’importanza di essere pronti, sia per i bambini che per l’ambiente che li accoglie. La vita di mio figlio è stata un susseguirsi di diagnosi. La fase più critica è stata intorno ai 5 anni, quando giunse una diagnosi che purtroppo avrebbe inciso più di tutte le altre, perché riguardava non solo l’ambito cognitivo, anche quello sociale e relazionale. Coscienti di questa situazione chiedemmo di poter trattenere nostro figlio ancora per un anno alla Scuola dell’Infanzia, in modo da migliorare le sue abilità nei vari contesti. Questa opportunità ci fu negata dalla Dirigente. Iniziammo la prima elementare con grandi problemi: non era ancora in grado di vivere in un ambiente grande, con forti rumori, parlava poco e cercava di farsi capire tramite comportamenti violenti. Ci chiesero di tenerlo a casa. Fu difficile far capire quanto fosse importante lavorare nell’ambito sociale, relazionale e delle autonomie. Ci vollero ben due anni prima di trovare un equilibrio e ancora oggi si vedono i segni per ciò che visse in quel periodo. Il passaggio da un ordine di scuola ad un altro è sicuramente un’occasione, per i nostri figli, di nuovi stimoli, ma è necessario che siano pronti ed è prioritario che le persone che li accoglieranno siano davvero in grado di sostenerli con competenza e professionalità. Ogni essere umano nasce e cresce seguendo un suo percorso naturale, influenzato da un ambiente sociale che non sempre è in grado di saper individuare e accogliere le sue richieste. Ha invece diritto ad essere rispettato per le sue abilità e competenze e dev’essere aiutato a svilupparle nel contesto a lui più idoneo.

Stefania, invece, ci racconta di essere diventata contraria al trattenimento nel tempo. D. è nato con malformazione cerebrale complessa; alla nascita abbiamo avuto una prognosi pessima. Abbiamo trovato aiuto intorno ai 5 anni nel Metodo Feuerstein, che ci ha aperto nuovi orizzonti e possibilità di modificare ciò che la natura aveva impedito. Avevamo proposto il fermo alla materna per cercare di renderlo più consapevole, più autonomo, più preparato ad affrontare i nuovi percorsi. Ci è stato negato. Lo stesso abbiamo proposto in prima elementare. il DS di allora, effettivamente molto illuminato, ha detto nuovamente NO. D. ha proseguito il suo percorso, con PEI condivisi, progettati e rivisti più volte in corso d’anno per permettere di avere buoni risultati. Abbiamo avuto un riscontro davvero fantastico con l’esame di terza media: 8 tutto meritato con grandi applausi dalla commissione. Oggi penso che il PEI abbia un valore, se noi lo firmiamo siamo consapevoli dell’importanza di un percorso condiviso, ne siamo responsabili e dobbiamo in tutti i modi renderlo positivo e stimolante. Se mio figlio raggiunge buoni risultati perché bocciarlo? Perché passare un messaggio culturalmente negativo, di sconfitta? Perché perdere i suoi compagni di viaggio che a fatica lo hanno accolto e riconosciuto come pari? Perché perdere docenti che si sono messi in gioco considerandolo un proprio alunno? Io dico NO al fermo per rispetto di questi ragazzi che faticano tanto per raggiungere obiettivi condivisi. Il futuro? Ci penseremo a tempo debito, anzi ci stiamo già pensando.


APPROFONDIMENTI:

Permanenza alla Scuola dell’Infanzia dopo il sesto anno di età
 
Un anno in più a scuola? C’è chi dice no


In disabilicom:

Inclusione solo sulla carta?
 

Tina Naccarato