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Ci sono ausili e tutors per gli studenti universitari disabili?

La legge n. 17 del 20 gennaio 1999, arricchisce il diritto allo studio di studenti universitari in situazione di handicap. Ecco cosa prevede:
1. Le università possono stipulare convenzioni con centri specializzati per l'uso di ausili e sussidi didattici specifici, come già avviene nelle scuole.
2. E' assicurato ad ogni studente in situazione di handicap un tutor, che è un compagno al quale viene dato l'incarico di aiutare i colleghi per l'orientamento negli studi.
3. Nell'impostazione di piani educativi individualizzati, da concordarsi con i docenti, già consentiti dalla legge quadro, interviene anche la consulenza del tutor.
4. Nel confermare il diritto dell'alunno in situazione di handicap ad utilizzare particolari mezzi ed ausili tecnici, si prevede anche, in analogia a quanto già stabilito per le scuole, la possibilità di effettuare prove equipollenti, sempre su proposta del servizio di tutorato specializzato.
5. Ogni università deve nominare, con decreto del Rettore, un docente col compito di "coordinamento, monitoraggio e supporto di tutte le iniziative concernenti l'integrazione nell'ambito dell'Ateneo".
6. Annualmente sono stanziati 10 miliardi da ripartirsi tra le diverse università per realizzare i servizi sopra indicati. A partire dall'anno accademico 2000-2001 vi sarà una quota del fondo ordinario col quale il Ministero dell'Università finanzia le singole sedi universitarie finalizzata espressamente per questi scopi.
Questi servizi si aggiungono a quelli già previsti dalla legge quadro concernenti assistenti per la comunicazione degli alunni audiolesi ed al servizio di obiettori di coscienza normalmente forniti dall'IDISU (Istituto per il diritto allo studio universitario).

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Concetti di base per abbattere le barriere architettoniche.

La capacità di fornire soluzioni per l'adattamento e la personalizzazione di un alloggio, e più in generale dell'ambiente costruito, alle esigenze di una persona disabile, deve far parte integrante del bagaglio di conoscenze di un terapista occupazionale.
La persona disabile, supportata da un lavoro di equipe, dovrebbe diventare protagonista della propria autonomia, anche e soprattutto all'interno della casa in cui vive.
La trasformazione dell'habitat coinvolge quindi, oltre che lo stesso disabile anche il terapista occupazionale, il progettista, l'installatore, senza dimenticare i familiari del paziente stesso.
Spesso ci si accorge del problema dell'abitazione quando la p.d. esce dal centro di riabilitazione e, ritornata nel proprio alloggio, si rende conto di non riuscire:
- ad accostarsi al wc come aveva imparato nel centro di riabilitazione;
- a fruire di tutto l'arredamento;
- ad usare la cucina; o più banalmente, a spostarsi nel soggiorno perché un tappeto rende difficoltoso muovere la carrozzina.
E' importante per i terapisti conoscere qualche criterio di progettazione accessibile per poter comunicare le esigenze degli utenti ai progettisti. D'altra parte è importante per i tecnici progettisti sapere come sono fatti gli ausili e a cosa servono per poter progettare adeguatamente gli spazi di un'abitazione.
E' necessario dunque:
adattare la persona disabile alle difficoltà presenti nell'ambiente costruito attraverso la scelta e la personalizzazione degli ausili tecnici;
adattare l'ambiente alle esigenze della persona disabile attraverso una progettazione accessibile o, se esistenti, all'abbattimento delle barriere architettoniche;
Il massimo grado di autonomia possibile per ogni singolo utente è rappresentato da un punto di equilibrio tra questi percorsi ed è diverso per ogni persona disabile.
Da una parte dobbiamo fare in modo che tutta la tecnologia e tutti gli ausili esistenti sul mercato rendano la persona disabile il più possibile indipendente e autonoma dal punto di vista fisico anche se ciò non è sufficiente a garantire l'integrazione dell'individuo. Infatti io posso avere anche una carrozzina elettrica perfettamente personalizzata sulla mia personalità motoria, ma non mi consente di raggiungere l'ingresso del teatro, del cinema o della scuola se ci sono dei gradini in prossimità dell'accesso.
Dall'altra è necessario adattare l'ambiente all'esigenza della persona disabile attraverso l'eliminazione delle barriere architettoniche.
La prima è di competenza soprattutto del terapista occupazionale, mentre la seconda riguarda soprattutto i tecnici progettisti.

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Perché esistono le barriere architettoniche ?

Le barriere architettoniche non esistono in natura. Nascono nella mente del progettista che dovrebbe costruire per favorire la vita dell'Uomo, ma che spesso si dimentica l'obiettivo finale e cioè che tutti dovranno usare, entrare e fruire nel modo più facile possibile la realizzazione dei suoi progetti, sia che essi siano arredamenti, utensili, stanze o città .
Per barriera architettonica si intende allora una qualsiasi realizzazione fatta dall'uomo che impedisca o renda difficoltoso il libero e sicuro movimento a chiunque abbia difficoltà motorie o sensoriali.
Il riferimento antropometrico che rappresenta un uomo di altezza ed età media in perfetta efficienza fisica è il modello "obbligatorio" che ancora oggi viene utilizzato nelle facoltà di architettura e che si chiama il modulor ideato da Le Corbusier.
La nostra società è rappresentata da persone che si scostano anche di molto da questo modello di riferimento.
Una proposta provocatoria è quella di cambiare il modello antropometrico: immaginare l'uomo di Leonardo seduto su una carrozzina. Questa immagine è dissacrante quando la si mostra nelle aule di una università di architettura.

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Come deve essere un'abitazione senza barriere?

E' importante per un terapista conoscere com'è fatta la pianta di un appartamento, perché può succedere di dover dare una consulenza anche banale, ma immediata, prima che arrivi il tecnico progettista, prima che si adottino soluzioni più drastiche di quelle generalmente necessarie, per far sì che un appartamento diventi accessibile. Nella maggior parte dei casi si verifica che il paziente, per esempio dopo un incidente stradale, chiede delle informazioni con la pianta dell'appartamento. All'inizio è convinto che sia indispensabile cambiare l'abitazione. Dopo qualche osservazione si rende conto che ciò non sempre è indispensabile, anzi quasi mai è necessario. Nella stragrande maggioranza dei casi è sufficiente conoscere le caratteristiche dell'appartamento e degli ausili per trovare quelle soluzioni anche minime, perché l'appartamento non venga sconvolto come distribuzione interna e soprattutto non si debbano affrontare dei costi inutili.
Una dimensione importante da tenere presente è : il cerchio di rotazione, lo spazio minimo necessario ad una carrozzina per ruotare intorno a se stessa. Per legge questo cerchio di rotazione dovrebbe essere di un metro e cinquanta.
Se si ritaglia un cerchio di carta in scala, in genere la scala più diffusa è la scala 1:100 che significa semplicemente che ogni centimetro nel disegno corrisponde ad un metro nella realtà ; se il cerchietto è di un centimetro e mezzo viene posizionato nelle varie stanze, è possibile subito accorgersi quali di queste stanze sono accessibili. Considerando questi cerchietti insieme alla larghezza effettiva della carrozzina si può verificare quali sono le pareti o spallette della porta da abbattere o, ancora, quali punti dell'arredamento risultano inaccessibili per le persone in carrozzina.
Ad esempio, se la legge prescrive per il cerchio di rotazione il diametro di un metro e mezzo e come terapista so che a quel paziente ho prescritto, ho consigliato una carrozzina che ha un cerchio di rotazione che è di un metro e venti, ho una informazione importante da dare quindi al tecnico per sua conoscenza nella progettazione. Ripensando all'arredamento di una casa tipo è possibile che ogni stanza torni ad essere accessibile.

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Come devono essere le porte?

II D.P.R. 384 del '78 stabilisce che le porte devono avere una larghezza di 85 - 90 cm. Si è constatato che sta diventando più inaccessibile questo tipo di porta che non una che ha una luce netta di 75 - 80 cm.
Oggigiorno difficilmente si consigliano carrozzine più larghe di 75 cm, nemmeno quelle di tipo elettrico con sistemi di postura particolare. Una persona che fa uso di una carrozzina inoltre trova più difficoltoso l'aprire, ma soprattutto il chiudere, una porta larga 90 cm che non una larga 75 cm. Porte così grandi per di più hanno costi abbastanza elevati perché non sono prodotte in serie.
Nel dare la consulenza sulla ristrutturazione della abitazione, è corretto scegliere delle porte di cm 75 - 80, in quanto rispettano la legge 13 del 1989 che si riferisce all'edilizia privata.
Sulle porte può essere installato, oltre alla normale maniglia opportunamente sagomata, un maniglione supplementare - interno ed esterno - per agevolare la manovra di entrata e di uscita.
Si sta rivelando molto comodo, quando la struttura lo consente, l'impiego nell'abitazione di porte scorrevoli, perché sono facili da manovrare e non creano problemi di spazio, anzi molte volte li risolvono (per esempio negli sgabuzzini), o possono rendere un locale più sicuro (per esempio il bagno).
Per chi ha grosse difficoltà inerenti all'apertura e chiusura della porta, possono essere installate porte ad apertura e chiusura tramite un telecomando o tramite automatismi (per esempio le porte scorrevoli a fotocellula che vengono utilizzate nei supermercati). è invece da evitare l'installazione di porte girevoli e quelle a ritorno automatico.
Deve comunque essere garantito uno spazio antistante e retrostante alla porta, dalla parte della maniglia in modo da consentire un'agevole impugnatura con le manovre necessarie per aprire e chiudere la porta e di compiere le curve per immettersi nei corridoi adiacenti. Le porte che si aprono direttamente su di una rampa di gradini sono assolutamente sconsigliate.

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