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smart city: immagine di una città futuristicaNon basta rispettare le leggi sulle barriere architettoniche: bisogna partire dalla progettazione partecipata

Si sente sempre più spesso parlare di Smart Cities, letteralmente Città intelligenti: città, insomma, dove fare dell'ottimizzazione dei servizi pubblici un obiettivo raggiungibile grazie agli strumenti tecnologici. E come si coniuga questa lettura, che è strategia che davvero può migliorare la vita dei cittadini, con il turismo accessibile? Si coniuga declinando in maniera corretta il concetto di Smart applicato alla città, ovvero facendo leva sul significato di "intelligente", più che "tecnologica". Potremmo dire che è necessario "riempire di intelligenza" la tecnologia, la quale da sola può fare ben poco. E chi può farlo? Gli uomini, chiaro.

E' questa la sintesi di un concetto molto interessante espresso da Roberto Vitali, uno dei massimi esperti in Italia di turismo accessibile,  che ne ha parlato i giorni scorsi a Vicenza, nell'ambito del Salone per le vacanze per tutti, Move! Entrando nel merito di quanto si può fare e che direzione può prendere il turismo per tutti, Vitali si è soffermato su un concetto che risponde all'espressione di "progettazione partecipata". Ed è quel partecipata a fare la differenza. Significa, in buona sostanza, partire da chi ha determinati bisogni per Roberto Vitali in conferenza al salone Move con Simone Fantirealizzare le soluzioni  che quei bisogni dovrebbero accogliere e superare. Non basta - dice Vitali - adeguarsi a rispettare le leggi contro le barriere architettoniche. Quello che serve è un nuovo punto di vista. E' partire dai bisogni dei clienti, proporre quindi soluzioni che non possono necessariamente rispondere a  standard. Generalizzare i bisogni di chi, ad esempio, è in carrozzina, non significa rispondere alle esigenze di queste persone. "Io, ad esempio, quando vado in vacanza sono interessato a trovare un posto dove, oltre a determinate caratteristiche della struttura ricettiva, ci siano nei pressi un parco giochi per mia figlia di sette anni (così che io possa riposarmi!), ristoranti dove mangiare bene, ecc. Un'altra persona in carrozzina come me potrebbe invece essere interessata a fare dello sport in zona, che ne so", esemplifica Vitali.

Non basta più, quindi, partire dal rispetto della norma. E non si può relegare alla sola tecnologia l'importante compito di migliorare accessibilità e vivibilità generale delle nostre città e dei nostri spazi: la vera rivoluzione è mettere al centro i bisogni della persona. E la lingua per tradurre questi bisogni in soluzioni è quella dell'Universal Design. Universal Design che significa progettare a monte considerando l'utente in modo esteso, e non concentrandosi solo sulle persone con disabilità. E' un approccio metodologico, questo, che si propone di offrire soluzioni che possono adattarsi a tutta la popolazione, considerando che facile è meglio per tutti.
Perché, se la natura impone degli ostacoli di tipo, appunto, naturale, sta invece all'uomo far sì che ad essere senza barriere sia l'ospitalità. E' questo un altro interessante concetto toccato sempre nel corso del convegno, sul quale ha portato l'attenzione dei presenti Mahena Abbati, direttrice del Consorzio Turistico San Marino 2000, parlando del progetto San Marino Per tutti.

Quali quindi le parole d'ordine rendere operativi questi concetti in un piano di business, senza il quale l'idea che le persone disabili che fanno turismo sono turisti? Almeno tre. Uno: informare. Informare gli operatori turistici della grande potenzialità di un turismo che risponde a bisogni specifici di differenti cittadini (dagli anziani, ai disabili, agli allergici, ecc). Due: formare. Formare gli stessi operatori dando loro strumenti professionali per adattare le strutture, migliorarne le performance alla luce di un bacino di utenti che può allargarsi, comportando anche maggiori ricavi. Tre: visione globale. Considerare il turismo come una esperienza a 360 gradi, che ciascuno può voler vivere in modo differente, e che va ben oltre la semplice accessibilità di un albergo o di una struttura ricettiva.

La strada tracciata, insomma, è questa. Rivoluzionare il modo di considerare la questione: nella sua universalità, inclusiva delle singole particolarità. Arriveremo finalmente, un giorno, a parlare di turismo e basta, senza più distinguere tra turismo e turismo accessibile? E' questa la vera sfida.   


In disabili.com:

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Francesca Martin