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Mettiamo a posto il nostro cuore, predisponiamoci all'empatia verso l'altro e consideriamo il presente: solo così si può stare accanto agli altri nel dolore nel modo giusto

In quest'ultimo periodo, qui nelle pagine del nostro sito abbiamo cercato di allargare il nostro sguardo anche a chi la disabilità non la vive, ma in un certo senso la condivide, la incontra, la sfiora, la vede negli occhi di un parente, di un amico...

La sofferenza per una malattia che colpisce all'improvviso non investe solo il diretto interessato, ma intacca anche l'equilibrio psicologico di quanti vivono accanto a quella persona. Una malattia disorienta, destabilizza, ci pone interrogativi e ci stimola ansie...
Cerchiamo di trovare il maggior numero di informazioni possibili, di fare qualsiasi cosa purchè il nostro caro possa stare un po' meglio; qualcuno invece non regge il colpo e si chiude a riccio. Tutte reazioni comprensibili, legittime.

Vi abbiamo raccontato poche settimane fa la storia di come una moglie abbia saputo reagire alla disabilità improvvisa del marito per affrontare un percorso di vita sempre insieme, non senza difficoltà e paure.
Il partner, i genitori, i fratelli e le sorelle sono le prime persone a risentire del peso della situazione, oltre alla responsabilità di dover nascondere tutte le preoccupazioni e la stanchezza al loro parente malato. Dentro il loro cuore possono covare macigni di pensieri e sentimenti che a volte si espandono così tanto da aver bisogno di essere liberati, sfogati.

Ma se ci spostiamo un po' più indietro per guardare meglio, vedremo che attorno ai familiari, gravitano tantissime altre persone (altri parenti, conoscenti, amici, vicini di casa, colleghi, compaesani...) che si sentono in qualche modo “in dovere di fare qualcosa”: nel loro piccolo vogliono essere vicini alla persona e ai suoi cari ma spesso sono impacciati, non sanno bene cosa fare, cosa dire, come comportarsi...
Dopo i consigli di Lila sugli atteggiamenti più opportuni da tenere in ospedale quando si va a trovare una persona malata (dal punto di vista del malato), oggi vi presentiamo le riflessioni di Deborah che ci spiega, dal suo punto di vista di moglie e donna ferita, compagna di un uomo malato, quali possono essere le frasi e i gesti che anziché consolare danno fastidio alle persone e sono fuori luogo in certe circostanze.
Basta esserci col cuore, e con i fatti, soprattutto, più che con le parole.

La lacrima facile non è sempre segno di sensibilità.
Essere una persona fortemente emotiva non significa necessariamente essere una bella persona.
Quando al funerale di mio marito vidi piangere singhiozzando due persone che a malapena lo conoscevano mi infastidii molto, poiché quella disperazione nulla aveva a che fare con lui o con la cerimonia serena, improntata sulla luce, la sopravvivenza dell’anima e la positività.
Avrei voluto dire loro: “Andate a casa vostra a sfogare le vostre angosce, le vostre paure della morte, dell’abbandono o qualunque esse siano, qui ora voi siete fuori luogo e state disturbando”.

Eppure capita molto spesso che non venga capita e rispettata l’importanza, la delicatezza, la sacralità di alcuni momenti.
Quando una persona si ammala gravemente c’è sempre chi chiede morbosamente i dettagli di come sia successo, di come uno si possa accorgere di quella patologia.
Questo non denota interessamento per l’altro, bensì egoistica ed inopportuna raccolta di informazioni per tutelare se stessi, per timore di ammalarsi.

Sono fermamente convinta che quando ci avviciniamo ad una persona che sta vivendo un passaggio delicato della propria vita, dobbiamo cercare di mettere da parte noi stessi, il nostro vissuto e le nostre emozioni per poter essere ricettivi al massimo, per poter capire quale sia l’atteggiamento migliore.
Se vogliamo aiutare un amico malato, dobbiamo capire innanzitutto come stiamo noi, osservare il nostro stato d’animo, le nostre reazioni ed imparare a gestirle, per evitare di scaricargli addosso la nostra ansia.
Se ci facciamo travolgere dalle nostre angosce, se non abbiamo elaborato bene le nostre esperienze dolorose, se sentiamo risalire a galla con prepotenza ombre del passato, allora ci riuscirà estremamente difficile vedere la situazione con chiarezza ed obiettività.
Ed invece, per essere in grado di dare sostegno, è fondamentale rimanere lucidi e capire quali siano le necessità fisiche e psicologiche del nostro amico malato.

Per alimentare la speranza e l’ottimismo, innanzitutto in noi stessi, ricordiamoci che il nostro cervello lavora facendo continuamente associazioni con quello che conosciamo, non con l’ignoto, non può sapere quello che accadrà e quello che accadrà può anche risolvere splendidamente situazioni ritenute disperate.
Non possiamo dare agli altri ciò che non abbiamo, per cui se comunque non riusciamo ad avere pensieri sereni e positivi, non sentiamoci costretti a dire frasi fatte ottimiste, perché il nostro “andrà tutto bene”, pronunciato senza convinzione, uscirà stonato, finto, piuttosto concentriamoci sulle cose pratiche, su quello che serve in quel momento.
Ricordiamoci che la persona che sta vivendo una situazione difficile è estremamente sensibile, percepisce tutto, anche  il sentimento che permea uno sguardo, una carezza, una lacrima.

Inutile e dannoso è riflettere sul passato e su cosa si avrebbe potuto evitare o fare meglio, oppure sul futuro, se si prospetta incerto. La nostra attenzione deve essere rivolta all’attimo presente ed a tutti quei dettagli che possono migliorarlo.
Naturalmente è fondamentale cercare di capire se il malato abbia bisogno di essere ascoltato, rallegrato, spronato, abbracciato o lasciato in pace. Sì, lasciato in pace, perché è un suo diritto.
Le persone che vogliono imporre la propria presenza e si offendono se gli viene detto che è meglio di no, dimostrano che la loro azione non è dettata da vero affetto, ma forse dal bisogno di mettersi a posto la coscienza, di sentirsi buoni.
È per questo che nelle situazioni più difficili è giusto che accanto alla persona malata ci siano solo le persone che nei suoi confronti nutrono un sentimento sincero e profondo.
Perché l’amore è l’opposto dell’egoismo ed aiuta sempre a trovare le soluzioni migliori. L’amore è potentissimo e dona a chi lo prova ed a chi lo riceve una forza immensa, inaspettata, talvolta sovrumana.
Se veramente abbiamo in noi l’amore, quello vero, eterno, quello che ci trasforma in meglio, allora non dobbiamo temere, perché esso trasparirà da ogni nostro gesto, anche se goffo, da ogni nostra parola, anche se sciocca e donerà luce, calore e guarigione.

Deborah Munaron