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Fisioterapisti, infermieri, logopedisti, operatori sanitari, medici: per tutte queste professioni a contatto diretto con l’utenza sarà necessaria una revisione totale dell’organizzazione del lavoro: ma come?

Passata la fase acuta dell’emergenza, si inizia a riprogrammare l’uscita dal lockdown: quel blocco totale delle attività che ha sospeso le nostre vite per due mesi. In questa fase di riorganizzazione non ci sono certezze, eccetto una: nulla sarà più come prima, e nulla potrà essere più fatto come prima. Andrà ripensato tutto.

LE PROFESSIONI DI PROSSIMITA’
Nelle ipotesi dei nuovi scenari che ci attendono nella fase 2 abbiamo capito che per lungo tempo dovremo mettere in atto quel distanziamento sociale ancora necessario: anche nei luoghi di lavoro dovremo continuare a portare mascherina, guanti e dispositivi di protezione, gli uffici dovranno riorganizzare probabilmente turni e spazi per garantire la sicurezza dei lavoratori. Tra questi, coloro che più di tutti sono interessati da questi cambiamenti saranno i lavoratori che sono impiegati nelle cosiddette professioni “di prossimità”, ovvero quelle a diretto contatto con il pubblico: camerieri, commessi, operatori sanitari e infermieri, parrucchieri fisioterapisti, logopedisti, per fare degli esempi. Secondo l’analisi della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro,  condotta sui dati di Forze Lavoro Istat, rappresentano una quota importante dell’occupazione italiana (il 26,5%): sono 6 milioni 145 mila.

LE PROFESSIONI SANITARIE
Ci concentriamo in particolare sui possibili scenari che la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro traccia per le professioni sanitarie, per capire di conseguenza anche come potrebbero cambiare le modalità di fruizione dei servizi sanitari ed assistenziali da parte degli utenti.
Innanzitutto i numeri: sono 976 mila gli addetti tra tecnici (radiologi, fisioterapisti, etc) e figure qualificate nei servizi sanitari e assistenziali (infermieri, operatori sanitari e così via), a cui si aggiungono 302 mila medici. Anche per queste professioni, peraltro già in prima linea nella lotta al virus, si dovranno rivedere procedure e tecniche di lavoro, per garantire quanto più possibile la sicurezza propria e dei pazienti. Sarà di certo loro utile quel bagaglio formativo di tipo “sanitario”già presente, e che invece altre professioni dovranno assumere.

UNA NUOVA ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO
Nella sua analisi, la Fondazione consulenti del Lavoro segnala che, oltre alla fornitura dei necessari dispositivi di sicurezza, e ad un’attenzione maggiore all’igiene di ambienti e strumenti di lavoro, sarebbe auspicabile anche un rafforzamento dell’orientamento alla sicurezza e soprattutto alla prevenzione, per garantire la salute personale e dei pazienti. Centrale sarà, per chi lavora nelle strutture, e non a domicilio, la revisione dell’organizzazione e soprattutto della gestione dell’utenza, così da garantire, anche attraverso una più funzionale organizzazione degli spazi e dei percorsi, la sicurezza del personale sanitario e dell’utenza che, come visto, ha rappresentato una delle principali carenze anche nella gestione dell’attuale fase emergenziale.

IPOTESI PER GLI UTENTI
Una delle ipotesi che potremmo avanzare, quindi, è ad un contingentamento degli accessi ai locali in cui vengono svolti i servizi, ad esempio, con anche la misurazione della temperatura agli stessi utenti. Contingentamento degli accessi significa almeno due cose: meno utenti (quindi tempi più lunghi) ma anche la necessità di lasciare fuori dallo studio, per fare un esempio concreto, accompagnatore o assistente. Significa probabilmente allungamento degli orari in cui il servizio viene erogato (quindi un prolungamento dell’orario di lavoro), magari con una turnazione degli operatori. Ma una grossa sfida sarà anche data dalla difficoltà di garantire l’uso dei DPI in taluni soggetti, soprattutto persone con alcune disabilità (ne parlavamo qui).

VARIABILI E TEMPISTICHE DELLE RIAPERTURE
Tra le ipotesi di uscita graduale dalla chiusura, ricordano i consulenti del lavoro, si è parlato spesso anche della possibilità di una tempistica differenziata per genere ed età: ovvero far ripartire prima i soggetti meno a rischio, quindi donne e giovani. Ecco che quindi la variabile del come va incrociata con il quando.
Sul fronte età, i dati dei consulenti del lavoro rilevano che, complessivamente, solo il 19,7% dei lavoratori “di prossimità” ha più di 55 anni, ma tra alcuni segmenti professionali l’anzianità media è più elevata, e ciò potrebbe ritardare la piena ripresa a regime. È il caso dei medici, tra cui ben il 49,8% degli occupati ha più di 55 anni. I Tecnici del settore salute e personale sanitario qualificato sono però per il 63% donne, mentre i tecnici dei servizi sociali il 58,8%.

Insomma, le variabili da tenere in considerazione e valutare sono molte, e la sfida è grande. Quel che è certo è che si deve ripartire con le massime garanzie, tanto per i lavoratori, quanto per gli utenti, e al più presto. A rischio non ci sono solo posti di lavoro, ma anche la salute – pensiamo alla regressione dei progressi fatti da persone ammalate, che hanno dovuto interrompere terapie. Sul come, si auspica un lavoro di concertazione condiviso tra tutti gli attori, e chissà che non sia, questa, una opportunità che porti ad uno scatto di miglioramento. Per ora il futuro è quanto mai incerto.

Per approfondire:

Il testo completo dell’analisi

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