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Le donne sono la categoria più colpita dagli haters, i leoni da tastiera che su Twitter prendono di mira anche omosessuali, immigrati, disabili, ebrei e musulmani

Demente, ritardato, mongoloide, spastico sono i termini che si aggiudicano il tristissimo podio delle parole afferenti alla disabilità più utilizzate su Twitter come insulto. Ma non mancano anche vu cumprà, magrebino, frocio, checca, finocchio, giudeo tra i termini che alimentano odio in rete, veicoli di stereotipi e spesso commenti a false notizie. Tanto dietro all’hashtag l’anonimato sembra autorizzare a dare sfogo al più basso sentire.

Si è occupato di questa rilevazione Vox – Osservatorio italiano sui diritti che ha realizzato, in collaborazione con l’università Statale di Milano, l’università di Bari, La Sapienza di Roma e il dipartimento di sociologia dell’università Cattolica di Milano, la terza mappa che misura l’odio online, analizzando i tweet degli internauti italiani.
Il risultato è una cartina dell’Italia tinta di uno spetto di colori dal verde al rosso, passando per il giallo, ad indicare l’intensità e la concentrazione di alcune parole considerate sensibili rispetto a  6 gruppi “deboli”: donne, omosessuali, immigrati, disabili, ebrei e musulmani.

Tra maggio e novembre 2017, e tra marzo e maggio 2018, sono stati analizzati oltre sei milioni e mezzo di “cinguettii”, considerando 76 termini sensibili. Ne sono emerse delle percentuali che rilevano una significativa intolleranza (almeno a parole) localizzata nello specifico in alcune aree del Paese, grazie a un algoritmo che ha individuato e geolocalizzato le zone di partenza dei tweet.  

Nessuno è al riparo dall’hate speech che serpeggia nei social media ma, stando alle rilevazioni dell’osservatorio, si odia online soprattutto a Milano, Roma e Napoli, scatenandosi contro gruppi minoritari magari proprio a partire dalla miccia di fake news create ad hoc.
Quella che ne esce, dicevamo, è una cartina dello Stivale punteggiata di aree gialle e rosse che davvero non fa onore al nostro popolo di internet, il quale purtroppo con sempre minori remore trova nell’aggressività verbale verso minoranze uno sfogo che, ci dicono le cronache, può anche sfociare in aggressività di comportamenti.

Dall’analisi lascia sconcertati il fatto che il gruppo maggiormente oggetto di tweet negativi sia quello delle donne. I tweet di questa natura sono infatti quasi il 60% dell’intero campione. Seguono i migranti, gli islamici, i disabili, gli omosessuali e gli ebrei.

tabella parole intolleranza
Analizando l’andamento rispetto alle rilevazioni degli anni passati, da un lato si registra la diminuzione dei tweet contro le persone con disabilità (ma solo nel 2018: nel 2017 era in crescita) e contro le persone omosessuali, mentre si segnala invece un significativo balzo in avanti, in pochi mesi, dei tweet contro migranti, ebrei e musulmani, fotografando una realtà che è già purtroppo sotto agli occhi di tutti: oggi l’odio si concentra contro le persone considerate diverse, per appartenenza a culture differenti dalla nostra, ha commentato Silvia Brena, giornalista e co-fondatrice di Vox.

Tra tanto sgomento, una nota positiva che restituisce speranza: i tweet intolleranti nei confronti di migranti diminuiscono dove è più alta la loro presenza sul territorio: anche in questo caso, conoscersi promuove l’integrazione.

Non è un mistero che dietro uno schermo ci si senta invincibili e impuniti: tuttavia il radicalizzarsi di una atmosfera, come quella che stiamo vivendo in questi tempi, nella quale la chiusura verso il prossimo assume forme sempre più accettate e di normalità, fa temere che questi atteggiamenti possano trasferirsi dal virtuale al reale, data la correlazione sempre più frequente tra l’uso di un certo linguaggio e il ricorso alla violenza. Perché se siamo anche le parole che usiamo, è davvero il momento di preoccuparsi.

Ecco perché è auspicabile un progetto di prevenzione contro ogni forma di intolleranza, che significa non chiudersi, non giudicare sulla base si stereotipi o sentito dire, che significa promuovere la conoscenza dell’altro, di ciò che è diverso, anche scegliendo le parole che uniscono, indignandosi e non derubricando a “ragazzata” quando ad esempio un ragazzino viene apostrofato con termini offensivi da quelli che sono solo bulletti.

Le parole, ricordiamolo, possono ferire, come possono costruire ponti, gettare mani, esser salvezza per gli altri: usiamole bene e siamo vigili!

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Francesca Martin