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Il primo punto: vorrei che non dovesse esistere una giornata internazionale delle persone con disabilità

È un po' provocatorio il mio desiderata per il prossimo 3 dicembre, Giornata Internazionale Delle Persone Con Disabilità. Rischio di attirarmi lettori contrariati e magari una shitstorm, ma non riesco a fare altrimenti.

Il primo punto: vorrei che non dovesse esistere una giornata internazionale delle persone con disabilità. Che stanchezza queste giornate mondiali o internazionali o intergalattiche che siano. Sono lì a ricordarci la disattenzione totale da parte dei vari Paesi. Quando leggo "giornata mondiale del/della/delle" istintivamente dentro di me penso, chi è il prossimo escluso di cui si parla?

Laura SantiAltre riflessioni forse perfino più impopolari. Qualche settimana fa sono approdata nella mia libreria preferita a Perugia, La Feltrinelli. Sarà stato un 9-10 mesi che non ci andavo. Non ho particolari segni di riconoscimento se non una carrozzina. Il montascale era un po' incriccato, attenzione, non rotto, soltanto incriccato. E il commesso, cortesissimo, mi ha giustificato: "Mi ricordo, quando lei è venuta l'altra volta aveva lo stesso difetto". E ci sono rimasta male, per non dire altro. Mica per il montascale: ma come, vi ricordate di me a 9 mesi di distanza? Il che vuol dire che in tutto questo lasso di tempo, sono l'unica persona con disabilità che è entrata alla Feltrinelli? Sembra una dietrologia, ma non si contano le occasioni in cui incontro persone che mi salutano con "Che roccia che sei, certo che sei eccezionale, che voglia di vivere che hai, io al posto tuo non so se ce la farei".

Ma come? Non faccio assolutamente nulla di straordinario anzi, con la fatica della sclerosi multipla progressiva in realtà esco assai poco. Le ipotesi sono due: o lo dicono per incoraggiarmi, perché mi conoscono e sanno che non esco quasi mai; o davvero il semplice fatto che io esca di casa e cerchi di fare cose ("faccio cose e vedo gente", cit.) viene visto come eccezionale. Tanto che a nove mesi di distanza, un anonimo commesso di libreria riconosce la signora disabile che con la sua carrozzina vuole salire al piano di sopra.
Ma questo è soltanto un esempio. Con una fatica immane e non nuotando quasi più ma arrancando nell'acqua, vado ogni sabato nella mia piscina comunale. A volte va male, a volte va un po' meglio e già mi sento Federica Pellegrini. Capita che mi faccia una foto e la condivida sui social. "Sei una persona eccezionale", mi è stato detto più volte. Un giorno non ce l'ho fatta più. Ho risposto al commento, pure di un'amica benintenzionata: "Grazie ma io non ho nulla di eccezionale… cerco solo di vivere la mia vita, con tutte le difficoltà e i limiti, al meglio che mi è possibile… Credimi, anche tu lo faresti al posto mio". E l'amica in questione come risponde al commento? "Lo vedi? Lo dicevo io, sei eccezionale". Come se il solo fatto di sentirsi normale (normale, dannazione! Normale! Recuperiamo questa bellissima parola, al di là di quanto possa suonare escludente?) ti faccia sembrare doppiamente eccezionale, agli occhi delle persone.

Ma gli esempi non si contano. Uscire di casa nella mia città, incontrare gente, salutare, interagire, è una scommessa tra essere salutata come Bebe Vio, la Madonna di Lourdes o una povera sfigata. "Signora posso chiederle che le è successo? Ops mi scusi… non volevo, eh…solo se se la sente.. ". "Ma si figuri, come no. Ho la sclerosi multipla". "Oddio! Mi dispiace, eh…". "Le ho detto che non deve preoccuparsi, ci mancherebbe!". "Signora, posso aiutarla? Sa, anche io ho avuto un figlio disabile. Solo per un po' di tempo però, eh". (quindi se non avesse avuto il figlio disabile 'solo per un po' di tempo' non mi avrebbe aiutato o ci avrebbe fatto meno caso? ndr). "Lo sa Laura, qui nel quartiere siamo tutti anziani, anch'io mi sento un po' invalida OOPS… Proprio a lei dovevo dirlo… Oddio, come mi vergogno…". "Ma no signora, non lo vede che sono tranquilla? Ci scherzo io per prima, sulla mia disabilità… La vuole una barzelletta divertente in tema? Io poi ero giornalista e blogger, non ho problemi a… Ma che fa? Si mette a piangere? Ma davvero non c'è bisogno, signora mia…" (episodio realmente accaduto, ndr).
Dal commesso timido alla signora in odor di depressione gli episodi si sprecano e non riesco nemmeno a ricordarli, sono certa che ne avrete anche voi a decine da raccontare.

È questo, il mio 'desiderata' provocatorio per il prossimo 3 dicembre. Oltre al fatto che non debba più esistere un 3 dicembre. Meno solennità. Meno eccezionalità. Meno rarità. Meno timore soltanto ad approcciarle, le persone disabili. Meno mordersi la lingua, meno eufemismi, meno politicamente corretto. Posso dirlo? Meno 'farci caso'. Non ricordarsi dell'ultima persona in carrozzina (parlo della mia specifica disabilità ma è ovvio che le contemplo tutte) che, povera disgraziata e coraggiosa, si è avventurata in libreria. Non farci proprio caso. Quando è stata l'ultima volta? Boh e chi se ne ricorda, ne arrivano tante: e il montascale, ben rodato dall'uso, correrebbe. Non accorgersi proprio, delle persone disabili. La parola normalità non vi piace? Non ha nulla di inclusivo? Da vicino nessuno è normale? Chiamiamola naturalezza, se preferite.

Ci sono una marea di istanze inevase, di diritti negati, di libertà sempre più in bilico, ci sono rischi di esclusione e segregazione sempre maggiori. Qualsiasi augurio rischia di essere incompleto. E allora la risolvo così: vorrei tanto più persone disabili in giro. E quindi, meno eccezionalità e più naturalezza.

Ovviamente non parlo delle isole felici dell'associazionismo. Sto parlando del mondo là fuori. Quel mondo ancora oggi inospitale, è vero e sacrosanto: inaccessibile, complicato, abilista, faticoso per chi ha limitazioni di qualsiasi tipo. Ma anche, diciamocelo, spesso lontano dalla nostra comfort zone. È proprio dentro quel mondo, che dovremmo insistere e continuare le battaglie che già si fanno per la "normalità" quella vera. Anche se costa fatica. E anche senza giornate mondiali.

Laura Santi

Photo credits foto a destra: Associazione Luca Coscioni

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