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Elena Paolini, dalla pagina Facebook di Wetty Wheels, racconta cosa significa per una persona in carrozzina far valere uno dei diritti basilari

Nel raccontare quotidianamente la disabilità, in queste pagine cerchiamo solitamente di mostrare anche tutto ciò che essa non toglie, tutto ciò che si può fare anche con, tutto ciò a cui è possibile non rinunciare.
Questo perché siamo certi che arrivare alla normalità percepita della disabilità passi anche per il racconto che se ne fa, così da farla uscire da quella eccezionalità che non può che tradursi in distanza - in paura anche - da chi la disabilità non la conosce e non la frequenta, costruendosi spesso un’idea di limite come sinonimo di disabilità.

Ma è chiaro ed evidente che la prima condizione imprescindibile e necessaria è che sia garantito il diritto e la possibilità di vivere una vita normale e fare quelle cose. Cose che non sono andare sullo spazio o scoprire la formula della immortalità: sono spostarsi, sono praticare uno sport, sono mangiare una pizza con gli amici, sono guardare un film, sono votare, sono prendere un libro. Tutte cose normali. Tutte cose che una persona con disabilità, se la sua condizione glielo permette, sarà però in grado di fare solo se anche l’ambiente che la circonda deciderà che può farlo.

Se sulla gravità della condizione purtroppo poco possiamo fare, è sul secondo elemento che è necessario fare una riflessione, senza scomodare grandi meditazioni, ma guardando al concreto delle nostre attività quotidiane. Ci dà lo spunto per farlo un lungo post pubblicato qualche settimana fa sulla pagina facebook di Witty Wheels dove, con tono provocatorio, una delle autrici (Elena) ci spiega per filo e per segno cosa significa usare la carrozzina e dover “combattere” con l’ambiente che ci circonda per poter fare una cosa tanto scontata quanto necessaria: andare in bagno.  

Le sorelle Maria Chiara ed Elena Paolini, che solo pochi mesi fa avevano scritto direttamente al Presidente Mattarella denunciando che per loro, disabili entrambe e bisognose di assistenza continua, “la libertà ha una data di scadenza”, tornano a raccontarci cosa significa dipendere in tutto da altre persone, da strutture e infrastrutture, da fondi, quindi da denaro, ma anche da sensibilità e gentilezza (!), per poter non solo sognare e avere ambizioni, ma anche, più semplicemente e necessariamente, vivere ed espletare le basilari funzioni fisiologiche. Uno schiaffo che sveglia chi dà per scontate quelle cose che per alcune categorie di persone sono conquiste (o rinunce), mentre dovrebbero essere solo diritti.

Qui sotto il post firmato da Elena, che è stato pubblicato qui: https://www.facebook.com/WittyWheels/posts/1955074038091735

Ah, quella sensazione gloriosa e quasi mistica di quando sbottoni i pantaloni, ti cali le mutande e finalmente svuoti la vescica dopo averla trattenuta per un po'...

Le persone disabili non hanno il diritto di fare pipì. Sì, avete letto bene. Non c'è la garanzia di poter smaltire i liquidi di una serata alcolica (in ogni caso meglio ripiegare sugli shottini, c'è meno liquido), o anche in una semplice giornata fuori casa.

Non c'è il diritto di fare pipì quando a scuola non ti garantiscono le ore di assistenza personale, e tu sai che potrai usare il bagno solo in certe fasce orarie.
Alle elementari, nelle ore in cui non avevo l'assistente, una bidella la sostituiva egregiamente, ma si sentono spesso storie di bidelli che si rifiutano di accompagnare in bagno gli studenti disabili. Io, oltre a trovare una bidella simpatica e gentile, ho avuto la doppia fortuna di avere una maestra che, quando non c'era quella particolare bidella, si offriva di sospendere la lezione e accompagnarmi lei in bagno.
Ma quando dipendi dalla gentilezza delle persone perché non ti danno abbastanza ore di assistenza, non hai il diritto di fare pipì.

Quando non ci sono i bagni accessibili, non hai il diritto di fare pipì. Quando devi girare mezza città per trovare un bar in cui puoi entrare, perché quasi tutti i bar hanno le scale. Quando un bar è accessibile ma il bagno no.

Quando all'università devi calcolare altro che il quarto d'ora accademico perché ci sono solo due bagni accessibili in tutto il campus e per andarci devi farti tre piani prendendo due ascensori che sono sempre occupati e passare per la mensa. Oppure devi pianificare come uno stratega militare per sfruttare al meglio il tempo e fare pipì quando passi nel piano col bagno accessibile tra una lezione e l'altra.

Quando in aereo te la devi tenere per tutto il volo mentre preghi tutti i santi che non ti abbiano danneggiato la carrozzina nel caricarla in stiva, e il cappuccino non lo bevi tanto faceva schifo.

Quando nelle ore precedenti ad uscire di casa smetti di introdurre liquidi per non dover andare in bagno quando sei in giro. Quando al bar non finisci tutto il tè perché poi sarebbe troppo e il bagno non c'è. Quando ti scappa e te la tieni.
Quando sei a una conferenza in cui dovresti concentrarti sulla conferenza, ma ti scappa, ti concentri e te la tieni perché non c'è un dannato cesso accessibile.

Quando la gente vede che quello per disabili è un bagno meno frequentato e pensa bene di usarlo per ca**rci dentro.
Quando la gente occupa il bagno per disabili e si giustifica - su Facebook, perché di persona non oserebbe - dicendo che il bagno è "riservato ai disabili ma non esclusivo" e che "due minuti il disabile li può aspettare", non rendendosi conto che c'è un enorme problema strutturale di mancanza di accesso e pari opportunità di cui ignorano beatamente l'esistenza.

Per fortuna ti ricordi che la maestra era sempre pronta a sospendere la lezione per accompagnarti in bagno. Hai avuto modo di imparare da piccola che il tuo diritto di fare pipì è, effettivamente, un diritto, anche se il modo in cui sono fatti la società e gli spazi pubblici tendono a farti pensare che sia, invece, un privilegio.

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Francesca Martin

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