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Arrivato in Italia a sette anni, Driss Saaid è un giocatore del Campionato Italiano di Serie B di basket in carrozzina. Dopo 9 lunghi anni ha ottenuto la cittadinanza italiana, che gli apre nuove porte a livello sportivo e lo rende a tutti gli effetti cittadino del Paese nel quale è cresciuto

 

Driss Saaid in vestito eleganteLa carriera di un atleta dipende, troppo spesso, dai cavilli burocratici: è così che il lungo percorso verso il riconoscimento della cittadinanza comunitaria può, nel corso del tempo, rallentare i sogni e le ambizioni di ragazze e ragazzi cresciuti in Italia con meno opportunità. Per fortuna, tutto questo discorso ha finito di valere per Driss Saaid, giocatore di basket in carrozzina dell’HB Torino UICEP, attualmente militante nel Campionato Italiano di Serie B. Dal cuore del Marocco (lui è originario del piccolo villaggio contadino di Douar Lakrakra, nella Provincia di El Kelâat Es-Sraghna a 70 km da Marrakech) nel 2002 Driss e la sua famiglia si sono trasferiti in Italia e qui hanno messo radici, senza però dimenticare la propria terra. Lo scorso 11 luglio Driss ha ottenuto la tanto sospirata cittadinanza, mettendo fine ad un’attesa durata nove anni. Disabili.com vi racconta, in anteprima, la sua storia.

Driss, partiamo dall'inizio, quando sei arrivato in Italia e com'è stato l'inizio qui?
Sono nato in Marocco nel 1995 e all'età di sette anni mi sono trasferito in Italia con tutta la mia famiglia, facendo tutto il percorso scolastico dalle elementari fino alle superiori: posso dire, a tutti gli effetti, di essere cresciuto qui in Italia.

Poi, in uno dei momenti più belli della vita, quello tra l'infanzia e l'adolescenza, l'incidente...
Sì, all'età di 12 anni, in un viaggio di ritorno dal Marocco, io e la mia famiglia abbiamo avuto un grave incidente stradale che ha cambiato totalmente le nostre vite, soprattutto la mia. Da quell'ormai lontano giorno del 2007 vivo su una carrozzina, ed è come se fossi rinato, come se fossi un'altra persona. Nonostante questo scombussolamento mi sono ripreso alla grande e, dopo un po' di tempo, ho capito che cambia davvero poco rispetto alla mia vita precedente perché le opportunità mi sono state date, mi vengono date tutt'ora e sono benissimo in grado di cercarmele, non penso di avere nulla in meno di altri. Non voglio negare l'esistenza di problemi, ma solo affermare di aver cercato di riprendermi al meglio, continuando a costruire la mia vita.
 
A proposito, com'è la tua vita ora? Cosa stai facendo?
Attualmente sono iscritto al secondo anno del corso di Scienze Internazionali della Cooperazione e dello Sviluppo presso l'Università degli Studi di Torino: sono molto contento perché quello delle relazioni internazionali è, da sempre, l'ambito che mi interessa di più, spero in futuro di poter lavorare per qualche organizzazione impegnata nella cooperazione e nello sviluppo. Uno dei fattori determinanti per riprendermi dopo l'incidente è stato il basket in carrozzina, nonostante le difficoltà iniziali dovute all'impatto non facile con questo sport: essendo in carrozzina, tutti i movimenti risultano più complicati perché bisogna spingersi e palleggiare insieme. Partendo da una posizione più bassa, anche il tiro è molto più faticoso. Per fortuna, nel corso degli anni mi sono innamorato del basket in carrozzina e sto andando avanti con grande passione.

In macchina con te, in quel giorno del 2007, c'era anche tuo fratello Alim, ha subito anche lui qualche conseguenza?
Sì, anche lui è stato vittima dell'incidente, ma con meno danni rispetto al sottoscritto. Dopo qualche anno anche lui è stato rapito da questo sport e ha iniziato a giocare, arrivando a vestire anche la maglia della Nazionale Under 23. Al momento Alim gioca un po' meno perché ha avuto dei problemi con la classificazione, avendo raggiunto il massimo punteggio e venendo considerato, a tutti gli effetti, un normodotato. Nel basket in carrozzina le differenti disabilità hanno un differente punteggio: avendo una lievissima disabilità fisica, lui ha ottenuto il massimo, condizione che gli ha tolto la possibilità di essere convocato in Nazionale.

Qualche settimana fa, dopo una lunga attesa, è arrivata finalmente la tanto sospirata cittadinanza, che emozioni hai provato?
Driss in compagnoa della sindaca AppendinoL'11 luglio ho finalmente giurato fedeltà alla Repubblica, alla Costituzione e alle sue leggi e dal giorno successivo sono diventato, a tutti gli effetti, un cittadino italiano. È stato un momento atteso per nove lunghissimi anni, dalla mia prima domanda. Grazie alla cittadinanza e alla trasformazione del mio status in comunitario mi si apriranno molte più porte, soprattutto a livello sportivo: innanzitutto mi permetterà di avere più mercato, ambendo a salire di categoria, questo perché nella Serie A1 del basket in carrozzina esistono regole stringenti che limitano a una sola unità la presenza di extracomunitari all'interno del quintetto. Inoltre, potrò essere convocato in Nazionale: questo è sicuramente l'aspetto a cui tenevo maggiormente, è da tanti anni che desidero con tanta voglia di vestire la maglia Azzurra. Voglio sottolineare, a proposito, che mi sento totalmente italiano così come mi sento totalmente marocchino, posso dire di essere nato in Marocco e cresciuto in Italia, questo non credo sia un problema.

Esiste il razzismo nel mondo paralimpico?
Questo è un aspetto che mi piace sottolineare, soprattutto di questi tempi: il mondo paralimpico non è il mondo dei sogni dove tutto è perfetto, frequentato solo da brava gente e dove regnano l'educazione e la civiltà, anche qui esistono razzismo e discriminazioni. Fortunatamente ho avuto pochissime esperienze negative però devo ammettere di aver subito qualche coro poco piacevole di natura discriminatoria da qualche tifoseria avversaria. Quando accade cerco di non dargli troppa importanza, cerco di giocare a basket e di lasciar perdere. Anche in campo, se ricevo qualche insulto da un avversario, cerco di comportarmi allo stesso modo, al massimo appellandomi all'arbitro per non dare spazio e voce a queste scemenze.

Entriamo più nel dettaglio dell'aspetto sportivo: come hai iniziato la tua carriera nel basket in carrozzina e che tipo di giocatore sei?
Dopo una piccola parentesi nel mini-basket, con l'HB Torino Uicep ho fatto il “grande salto” in Serie B, dove gioco tutt'ora, riuscendo anche a ottenere una promozione in A2. In campo sono una guardia, in gergo vengo considerato un “lungo” anche se sto studiando da playmaker; per giocare in questa posizione cruciale, però, devo acquisire ulteriore esperienza.

Prima dell'incidente praticavi già qualche sport?
Come tutti i ragazzini della mia età, ovviamente, ero abbastanza preso dal calcio. Pur non giocando a livello agonistico, mi trovavo spesso con gli amichetti al campetto. Anche se qualche volta capitava che si giocasse anche a basket, non avrei mai pensato di praticarlo seriamente. Da piccolino, comunque, ero molto attivo e non stavo mai fermo, rompevo le scatole ai miei genitori e non volevo mai stare seduto a tavola. I casi della vita mi hanno portato poi a stare seduto per sempre, guarda un po' com'è finita! (ride,ndr). Oltre a calcio e al basket, ho fatto per un certo periodo anche judo con i miei fratelli Amin e Alim.

Cosa rappresenta per te il basket in carrozzina?
Innanzitutto uno sfogo, anche se in questo caso devo fare una distinzione. Nel basket ci sono due momenti differenti: l'allenamento e la partita. Durante l'allenamento, quando entri in palestra, riesci ad estraniarti dal mondo, e questo è l'aspetto che mi ha sempre più attirato nel fare sport di squadra. Non pensi più ai problemi, alla vita normale, ti dimentichi di tutto. Come in ogni sport, però, il momento della partita è sempre il più piacevole perché è quello che aspetti tutta la settimana, l'evento clou che genera la passione e ti spinge ad allenarti. Personalmente ho un carattere che mi porta a sentire sempre molto la partita, sotto questo aspetto devo migliorare perché è importante essere freddi e professionali fino in fondo. Chiaramente dipende dalle partite, ma di solito nell'impatto con il campo sono abbastanza nervoso ed emozionato.

Quali pensi siano i tuoi punti di forza, quali le debolezze?
Partiamo dagli aspetti negativi:Driss effettua un Tiro Libero come ti dicevo prima, sotto l'aspetto del nervosismo e del controllo emotivo posso, e devo, migliorare ancora tanto; ogni tanto ho anche il vizio di protestare, sono una persona che odia le ingiustizie e non riesce a stare zitto quando le nota. Oltre a questo e a qualche distrazione di troppo in allenamento, non penso di avere grandi debolezze. Le mie armi migliori, invece, sono sicuramente la grinta e la cattiveria agonistica, che uso sempre cercando di mettere in pratica le indicazioni dell'allenatore. Quando sono in giornata sono anche un ottimo tiratore!

Come si allena un giocatore di basket in carrozzina?
Considerato il fatto che il calendario della Serie B inizia a dicembre, abbiamo un periodo di tempo molto lungo per prepararci al campionato. Durante i primi tre mesi della stagione, quelli immediatamente successivi al ritorno dalle vacanze, il carico di lavoro è un po' più pesante: eccezion fatta per cinque minuti di partitella alla fine dell'allenamento, ci concentriamo sul rinforzo muscolare usando moltissimo la palla medica. Quando inizia il campionato inevitabilmente il carico si alleggerisce per evitare problemi muscolari o affaticamenti prima delle partite. Nei giorni che precedono i match ci concentriamo sulla tattica e sugli schemi.

Hai il grande onere/onore di essere allenato da Andrea Rocca, un atleta che in carriera ha vinto titoli italiani e Coppe dei Campioni con le squadre di club e due Campionati Europei con la Nazionale: che rapporto hai con lui?
Credo che Andrea sia, a livello nazionale e mondiale, una delle persone più competenti in assoluto, molto preparata e molto intelligente anche oltre alla semplice attività sportiva. Da lui ho tutto da imparare. Per rendere l'idea, basta dire che è stato capitano della Santa Lucia Roma, una delle squadre di basket in carrozzina più forti di tutti i tempi. Andrea è un allenatore che pretende ovviamente molto, il fatto di averlo in campo anche come giocatore credo che da un lato abbia portato dei vantaggi tecnici, ma dall'altro abbia fatto perdere qualcosa al gioco di squadra. Proprio per questo nell'ultimo anno è stato molto più allenatore: dalla panchina, in cabina di regia, è sicuramente più facile lavorare meglio e capire quali sono i difetti della squadra, cercando di correggerli poi in allenamento. Per chiudere, credo che i suoi veri punti di forza siano la grande disponibilità e l'immensa pazienza: d'altronde, allenare me e mio fratello non è per niente facile. Se a 44 anni e con una famiglia da portare avanti è ancora qui a soffrire sul campo è perché sicuramente vede qualcosa in noi, non potevo chiedere di meglio.

Siamo in estate, è impossibile non parlare di mercato. Hai ricevuto delle offerte da categorie superiori dopo aver preso la cittadinanza?
Fossi riuscito a prenderla prima sarebbe stato sicuramente meglio, l'età è fondamentale nello sport. Con la cittadinanza sicuramente sarà più probabile ricevere delle offerte, ma al momento non ho ricevuto ancora nessuna proposta, se arriverà qualcosa di interessante che mi permetterà di poter crescere dal punto di vista sportivo ben venga. Crescere con un allenatore come Andrea Rocca, anche se in Serie B, è comunque un privilegio. Nel frattempo devo solo allenarmi bene per fare un ulteriore salto di qualità, la Serie A è un torneo molto più competitivo, dove ci si allena tutti i giorni della settimana e dove tutti i weekend ci si scontra con giocatori di livello altissimo da cui si può solo imparare. Se mai dovessi arrivarci, sicuramente non mi posso aspettare di giocare subito con continuità.

Che aspettative hai per la stagione dell'HB?
Dipende tantissimo da noi, lo scorso anno abbiamo buttato via tante partite per inesperienza, per l'eccesso di foga unito a troppi errori banali e troppi errori al tiro. Secondo me avevamo addirittura le carte in regola per arrivare secondi, l'aspetto emotivo purtroppo gioca brutti scherzi. Tecnicamente credo che la squadra ci sia, non siamo un gruppo da bassa classifica, la verità è che non riusciamo a stare calmi e lucidi per tutta la durata della partita.

Che rapporto hai con tuo fratello Alim?
Io e Alim non siamo la classica coppia di fratelli molto legati tra loro, a dire il vero non parliamo molto neanche a casa. Nel basket dipende molto da quello che succede fuori dal campo, diciamo che cerchiamo di lasciare i nostri problemi al di fuori della palestra, anche se abbiamo litigato. Il fatto di aver condiviso questi momenti tanti momenti sportivi, tuttavia, mi ha fatto molto piacere e mi ha fatto crescere perché ho avuto la possibilità di conoscerlo meglio; penso che la stessa cosa valga anche per lui.

Una piccola curiosità...come mai lui è riuscito ad ottenere la cittadinanza prima di te?
Perché quando un genitore diventa cittadino italiano trasmette la cittadinanza automaticamente anche ai figli minorenni. Al momento del riconoscimento, purtroppo, io avevo 18 anni e 3 mesi mentre mio fratello solo 16!

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Marco Berton


Foto di copertina di Gabriele Merlin, foto nel testo da CittAgorà - Periodico del Consiglio Comunale di Torino