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Un atteggiamento aperto al dialogo, all’ascolto, con al centro l’empatia, può aiutare famiglie ed insegnanti a rapportarsi in modo adeguato con la disabilità

In un recente articolo è stato ripreso il problema della classificazione e della stigmatizzazione che non di rado accompagna le persone che hanno ricevuto una diagnosi. In genere esse sono anche accompagnate da numerosi acronimi che creano non poca confusione tra i non addetti ai lavori.

Si tratta in verità di un rischio concreto, perché una diagnosi o, comunque, il riconoscimento di un bisogno educativo speciale, ha la finalità di tutelare il rispetto di una esigenza, di una necessità peculiare. Eppure espone al rischio di etichetta, di pregiudizio, di classificazione. Stigma. A. Canevaro riflette sulla questione: abbiamo tutti una diagnosi. Io, per esempio, ho problemi di equilibrio. Chi scrive, altro esempio, vede poco. E’ un fatto, certamente non raro. E però, va da sé, alcune diagnosi definiscono i contorni della percezione che si ha di qualcuno. Ci sono aspettative, importanti, da parte delle famiglie, della scuola, della società e l’inatteso destabilizza, crea nuove percezione.

Ma come si fa a superare questo limite percettivo? Come evitare di fare della prossimità paternalismo? Come arginare le etichette? Bisogna farlo, è fondamentale, è l’unica via per credere davvero nelle possibilità, nelle potenzialità, nella massima espressione delle persone con disabilità. Ed è importantissimo che questo percorso venga avviato in primo luogo dalle famiglie e dagli insegnanti, cioè dalle figure più prossime ai ragazzi con disabilità, le prime che possono e devono credere in loro.

Un termine che può aiutare in questo cammino è forse l’empatia, vale a dire la capacità la di porsi in maniera immediata nello stato d'animo o nella situazione dell’altro, di comprendere pienamente lo stato d'animo altrui. L’empatia è un sentire dentro, è mettersi nei panni dell'altro, è una capacità che fa parte dell'esperienza umana ed è fondamentale nell’approccio con la disabilità. Non a caso rientra nei programmi di studio dei corsi di specializzazione per il sostegno.

Talvolta si tende ad usare alcuni termini generici, con valore positivo, come amore, passione, missione o vocazione, quando ad esempio ci si riferisce alla professione del docente si sostegno. Si tratta in realtà di approssimazioni che indicano in direzione di tale prossimità, connotata, però, in maniera più puntuale col concetto di empatia. Essa si apprende, si insegna, si promuove tra i pari e con essa possono crearsi le condizioni per la percezione adeguata del valore assoluto di ogni singolo individuo, di ogni persona.

E così anche altri termini possono ritrovare rinnovata cittadinanza, come la stessa disabilità, che rimane svantaggio personale, nelle situazioni, non necessariamente stigmatizzante. Una menomazione resta, va da sé, una limitazione funzionale pure. Però sullo svantaggio possiamo lavorare, per arginarlo massimamente e questo vale anche per lo svantaggio sociale. Anche il termine handicap, caduto in disgrazia ben più di altri termini forse ben più compromettenti, può ritrovare il significato che gli è proprio, vale a dire lo svantaggio sociale. Anche l’ostilità verso alcuni termini può apparite retorica, in fondo, dato il loro valore neutro. Uno svantaggio non è che svantaggio, è reale, percepibile. Sta alla società intera impegnarsi per il suo superamento.

Scrive infatti il prof. Canevaro, che all’inclusione ha dedicato tanti dei suoi studi: una persona è relativamente “handicappata”, cioè l'handicap è un fatto relativo e non un assoluto, al contrario di ciò che si può dire per il deficit. In altri termini, un'amputazione non può essere negata ed è quindi assoluta; lo svantaggio (handicap) è invece relativo alle condizioni di vita e di lavoro, quindi alla realtà in cui l'individuo amputato è collocato. L'handicap è dunque un incontro fra individuo e situazione.

Piuttosto che accusare le parole, dunque, sarebbe il caso di creare ogni giorno le condizioni per il superamento dell’handicap. L’empatia può aiutarci, in questo impegno, a superare la nostra stessa percezione stigmatizzante, che talvolta limita le stesse possibilità di tale superamento.                                                                                                  

APPROFONDIMENTI

Alunni etichettati, quindi svantaggiati

In disabili.com

Alunni con disabilità, DSA e altri BES

Photo by Sharon McCutcheon from Pexels

Tina Naccarato