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L'ultimo film Disney Pixar ospita un carosello di personaggi "difettosi" ma vincenti, dimostrandoci che essere diversi può dare una marcia in più

"Portata" qualche giorno fa al cinema a vedere Alla ricerca di Dory più per mancanza di alternative alla serata che per vero desiderio di vedere il sequel de Alla ricerca di Nemo, mi sono trovata a guardare un film che mi ha lasciato una bella, inaspettata sensazione.

La sensazione che ancora una volta un cartoon ci parli con profondità e leggerezza - molto meglio di discorsi o spiegoni - di diversità, mostrandoci che non essere "perfettamente funzionanti" è ok. E non solo è ok, ma è normale, è fare parte della varietà del mondo, è costituirne una parte anche essenziale.

Il film racconta delle avventure che Dory, la pesciolina blu smemorata amica del più noto Nemo, (protagonista del precedente film Disney Pixar, ndr) intraprende per mari, oceani e acquari alla ricerca dei suoi genitori, dei quali non ricorda molto, se non pochi flash che nel corso del film si fanno sempre più numerosi.

A causa del suo problema, infatti, Dory non ricorda quello che le è stato detto solo qualche minuto prima: non ricorda cosa stesse facendo, scorda dettagli e luoghi. Per questo motivo capita nel tempo anche che si trovi nei guai, che gli altri la prendano poco sul serio o non le neghino qualche risolino alle spalle. Ma capita anche che Dory, proprio per queste sue caratteristiche, sia amata dai suoi amici, coltivi una sana curiosità per ciò che la circonda - senza pre-giudizi - abbia una spiccata capacità di seguire l'istinto, cosa che la rende particolarmente coraggiosa, anche a sua insaputa.

Dory, che ha sempre vissuto la sua condizione con spensieratezza - mettendo a frutto ingegnosi stratagemmi per superare il suo problema  - ad un certo punto  si troverà a dolorosamente realizzare di dover fare affidamento solo su se stessa: una se stessa "difettosa".  
Succede quando, adulta, vorrà ritrovare la strada di casa smarrita e i suoi genitori. Come farlo, in un oceano infinito, in una foresta di tubature, in una giungla di vasche, senza nemmeno ricordare il volto di chi si sta cercando? Sarà proprio l'altra medaglia della sua smemoratezza - il suo percepire il mondo sempre come un posto nuovo e il suo spirito coraggioso e un po' incosciente - non solo a farle raggiungere un obiettivo nelle premesse irraggiungibile, ma ad aiutare anche altri amici dei fondali a superare le loro difficoltà.

Nel film, infatti, quella di Dory non è l'unica diversità/disabilità: oltre al piccolo Nemo, con la sua pinna poco sviluppata, c'è la balena Destiny, colpita da una miopia fortissima che la rende quasi cieca, c'è il beluga Bailey che ha perso la sua capacità "sonar", c'è Hank, il polpo a cui manca un tentacolo, burbero ma generoso. Insomma, in questo carosello di abitanti dei fondali c'è un periscopio di personalità, di difficoltà, di unicità che trovano in Dory il collante per ritrovare il loro posto nel mondo.
La piccola grande Dory, che non ricorda quello che le è appena stato detto, troverà dentro di sé delle risorse che mancano ad altri, si lascerà guidare da un istinto che è tutt'altro che "mancante", sbaglierà ma cambierà rotta, accetterà di essere aiutata e a sua volta aiuterà.

Il messaggio di questo film? Che essere diversi va bene, che avere delle difficoltà va bene, che avere delle difficoltà non significa non potercela fare, che va bene anche chiedere aiuto, che gli altri credono in noi più di quanto spesso non facciamo noi stessi. Ma significa anche: ciascuna delle persone che incontri può avere delle difficoltà - magari non visibili: metti in discussione le tue certezze su ciò che ti circonda e accogli la differenza.

E poi, un sorriso che mi compare quando ora penso a Dory: siamo tutti piccoli pesci in un oceano, ciascuno con la sua velocità, i propri colori, le diverse dotazioni fisiche. Ma una cosa ci accomuna: stiamo tutti nuotando verso qualcosa, e anche se la corrente ci è a volte contraria, possiamo farcela.  

Qui sotto, il trailer


Francesca Martin