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Sono le persone che dopo i genitori più stanno a contatto con i disabili mentali: sono gli operatori dei Ceod, professionisti sì, ma a cui si chiede sempre quel quid in più, affettivo, umano. L'occasione di fare una chiacchierata assieme ad uno di loro è allora più che gradita. Noi abbiamo avvicinato Luciano Franceschi, educatore presso un Ceod della Regione Veneto. Con cui abbiamo parlato, a tutto campo, in questa lunga intervista.

Perché una persona decide di fare l'operatore, perché lei ha deciso questa professione?
Io lavoro nel campo dell'educazione. Uno pensa che l'educazione sia molto diversa a seconda delle persone, ma in realtà l'educazione dovrebbe essere unica per tutti quanti. Io ho lavorato con bambini, anziani, adulti e anche oggi lo faccio. Con i disabili ho cominciato tre anni fa. Quello che mi ha portato a lavorare con queste nuove persone è la verifica della mia fede nell'educazione: anche i disabili possono esserne soggetti. Perché questo si fa per una scelta  di democrazia. Sono cittadini come noi: una democrazia sana matura, va incontro anche alle persone che sono al gradino più basso dei diritti e doveri di tutti, dando le possibilità che sono sancite dalla nostra costituzione.
E' un discorso di maturità sociale.

Come diceva una canzone di successo di Eugenio Finardi che diceva "ognuno deve dare in base alle proprie possibilità"?
Io non ce la faccio a dirlo. Ma alcune persone lo dicono. Come posso io migliorare il mondo? Lavorare con i disabili, al di là del fatto che mi permette di migliorare me stesso, è un modo per migliorare il mondo. Io non ho grande poteri se non il fatto che l'educazione debba essere garantita a tutti, questo migliora la società in cui vivo.

Che tipo di studi si devono fare per esercitare la professione di educatore e operatore?
Lei parla di educatore e operatore, ed è giusto, perché io lavoro anche come operatore, avendo in carico delle persone. Significa seguirle in tutte quelle fasi del quotidiano che loro non sono in grado di svolgere autonomamente. Ma sono anche educatore, il che significa affiancare le vite di queste persone, e dove possibile proporre e predisporre spazi e tempi adeguati ad una crescita. Il centro nel quale lavoro è fortemente convinto che tutte le persone abbiano dei margini per crescere. Nel mio caso poi c'è una Laurea in pedagogia, che però nello specifico serve fino ad un certo punto. Gli operatori anche se non hanno il titolo di educatori devono inevitabilmente assumersi anche la responsabilità educativa.
Per un centro come il nostro, dove l'aspetto assistenziale potrebbe diventare pesantissimo, è una scelta: ad esempio, il bere può essere un semplice fatto meccanico, ma anche un atto il più possibile autonomo ed educativo. Noi abbiamo persone non in grado di portare il bicchiere autonomamente alla bocca, il bicchiere viene offerto nella maniera più delicata con tutto il tempo necessario, senza mai dover avere fretta per soddisfare qualcun altro. Cerchiamo sempre che questi gesti difficili, ma quotidiani, diventino essi stessi momento educativo.

Quindi tutto ciò che avviene all'interno del centro, che sembra molto naturale, in realtà è frutto di uno studio e di un lavoro da parte vostra?
I tempi e gli spazi, per queste realtà, sono importantissimi. Se riesco a capire che i tempi che sto adottando sono troppo stretti per l'educazione, devo lavorare su questi tempi, per renderli più adeguati. La stessa cosa, per gli spazi, che naturalmente non sono solo la grandezza delle stanze, ma anche e soprattutto le opportunità che vengono date: solo allora mi è permesso di non agire direttamente sulla testa, ma di lasciare libero all'interno dei tempi e degli spazi, di fare delle scelte e quindi caratterizzare la libertà. Un buono studio sui tempi e sugli spazi, quindi, ci permette, anche di avere l'aspetto educativo. Ma c'è anche l'aspetto culturale: ci vogliono persone mature che facciano scelte consapevoli. Dobbiamo parlare non solo con le parole, che spesso possono rappresentare una maschera, ma anche con il corpo, con quello che si sente, con quello che si vuole fare. Infatti è impossibile restare "freddi", bisogna che parte della nostra persona sia inserita in questo lavoro. Ecco che è fondamentale anche la formazione professionale degli operatori. Se l'operatore fa questo tipo di scelta, non dico sia per vocazione, perché poi ognuno ha la propria famiglia, ha altre relazioni sociali ecc., ma è pur vero che ha fatto questa scelta sapendo che il tempo che dedica al lavoro non è tempo perso ma ha un senso "diverso". Questo tipo di scelta personale garantisce uno spazio educativo. Il contesto è importante, ed è fatto, oltre che dagli spazi e dai tempi, dalle persone che ci lavorano.

Cosa si nasconde dietro la parola Ceod?
Ceod significa centro diurno occupazionale. In realtà raccoglie tantissime cose che possono essere diverse. Infatti il Ceod nel quale sono attualmente occupato, non ha niente di occupazionale. Perché le persone presenti non hanno capacità e possibilità di avere una occupazione. Significa in poche parole che possono elaborare e comunque far parte di una piccola catena di montaggio, ma non potranno mai raggiungere una qualifica che li renda abili a un qualsiasi tipo di lavoro. Si tratta di disabili gravi e gravissimi.

Persone con disabilità motoria e con un deficit intellettivo?
Possono essere presenti ambedue, come può esserci l'abilità motoria, ma un deficit intellettivo pesante. Spesso si sommano i due deficit. Apparentemente non sono in grado di comunicare, ma in realtà invece riescono a comunicare. E quindi bisognerebbe capire cosa significa comunicare. Comunicare verbalmente significa, fare delle domande a qualcuno, e questo mi risponde su ciò che io ho chiesto. Alcuni riescono a farlo. Con altri invece c'è solo la possibilità di trasmettere sensazioni, affetti, sentimenti. La capacità di gioire o patire insieme, un tipo di comunicazione percepibile da tutti.

Quello di cui ci sta parlando ci appare come un mondo diverso da quello al quale siamo abituati. Ma è proprio così?
Sì e no. Sì perché non abbiamo l'abitudine ad usare altri canali di comunicazione. Pensiamo che ci siano dei canali di comunicazione di cui siamo padroni e che questa padronanza nostra sia uguale per tutti quanti. In realtà scavando un po' ci si accorge che parliamo con delle persone che stanno pensando non a ciò che stiamo dicendo ma a altre cose e quindi che tipo di comunicazione avviene? Sicuramente scorretta.
Se pensiamo invece che esiste una comunicazione tra una mamma e un bambino appena nato che non è di parole, ma attraverso un contatto. E' solo che ne abbiamo perso l'uso, soprattutto il tempo e la pazienza per comunicare in modo "diverso".

Sono concetti, pur semplici, ma che faticano a passare. Sarebbe utile ad esempio reinserire anche nel mondo dei normodotati questi altri modi per comunicare.
Questa è una delle basi del nostro lavoro. Io poi sono convinto - e con me molti altri, anche grandi personaggi come Andrea Cannevaro, o Dario Ianes per citarne alcuni - che ci sia un aspetto culturale nella disabilità. Nel momento in cui qualsiasi persona affronta la disabilità oppure si mette in gioco con la disabilità, ha delle capacità e delle possibilità per sé stesso di aumentare per esempio il proprio livello di comunicazione, modificando il proprio modo di sentire le cose. Quindi non sono solo soggetti che hanno bisogno di un aiuto, perché questo è evidente, ma sono anche soggetti in grado di dare qualche cosa, e questo non è poco. Un bellissimo libro uscito in occasione dell'anno Europeo per la Disabilità sottolineava proprio che talvolta gli insegnanti non si accorgono, all'interno della propria classe, del grande valore aggiunto che porta il disabile per tutti gli altri bambini che si trovano a che fare con questo modo diverso di stare al mondo. Che è diverso, come è diverso il mondo mio, o di mia moglie, o ancora dei miei figli, se è vero che siamo unici.

Lei si rende conto che sta ribaltando un luogo comune intorno all'handicap, rendendo la figura del disabile non come un peso ma addirittura come una risorsa?
Sì, anche se possiamo distinguere tra handicap e disabilità. Handicap è lo scalino che non permette a chi usa la carrozzina di superarlo. E l'handicap posso eliminarlo per esempio sostituendo lo scalino con una rampa. La disabilità invece non si può togliere, ma non deve essere vista come negativa. Nella realtà nella quale lavoro molti obbiettori di coscienza che venivano da percorsi scolastici lontani da questo mondo come ingegneria, ragioneria, ma hanno cambiato i loro studi per diventare operatori socio assistenziali, perché evidentemente qui hanno trovato altri e più interessanti stimoli, che non è solo prendersi cura delle persone bisognose, ma sicuramente hanno imparato a trovare cura di sé stessi. Hanno capito che il proprio corpo può essere una fonte di comunicazione perché la parola non arriva, credo ciò possa essere importante per tutti. Capire che una stretta di mano ha un senso, che non è solamente quello di dare un saluto, ma quello di saper dire sono con te, sto vicino a te. Saper cosa dire ad un funerale è importante, ma saper fare un gesto che può essere una stretta di mano o un abbraccio, è ancora più importante. Lo si fa solo se si conosce il linguaggio del corpo, che ha una capacità di trasmettere sentimenti molto spesso più della parola.

Linguaggio del corpo che noi trascuriamo?
Tantissimo. Anche se ci sembra invece il contrario. Perché il corpo di cui si tiene oggi conto è un corpo perfetto, un corpo da vendere. Quindi un corpo bello, da portare in palestra, tutti i nostri idoli hanno corpi statuari. Ma non basta: per avere la comunicazione del corpo, il corpo deve avere qualche cosa da dire. Se io so che il mio premere una mano, in determinati momenti può avere le stesse sfumature di una poesia, di un qualsiasi grande poeta capisco, che se non lo faccio, se non mi attivo, se non provo anche quella mia comunicazione, ho perso qualche cosa. Siamo diventati guarda caso disabili nell'uso di questo tipo di comunicazione.

Avete problemi a reperire i fondi?
Diciamo subito che le gratificazioni economiche, per chi fa il nostro mestiere, sono molto basse..
Da noi, il lavoratore è anche socio della cooperativa, e quindi lavorando bene difendo anche il posto di lavoro. Lavorare bene significa mostrare che i nostri prodotti sono buoni. Mostrare al mercato che ci sono ottimi risultati. Il Veneto, regione nella quale operiamo, non è male. Conosco altre realtà come la Toscana, o l'Emilia, cioè regioni con grandi tradizioni, che ci invidiano. Nel Veneto oltre ai schei (soldi in dialetto veneto, ndr) c'è sempre stato un grande supporto da parte del volontariato, ecco perché nel Veneto non va male. Soprattutto dal punto di vista motivazionale che è quello che crea il contesto. Ma anche dal lato economico mi sembra di poter dire che in regione Veneto sono state fatte buone scelte. Altre regioni so essere messe molto male dal punto di vista economico. Rimane il fatto che ciò può avvenire perché molti operatori fanno la scelta, non dettata certamente da ragioni economiche.

I Ceod sono quasi sempre cooperative?
Credo sia una delle soluzioni migliori, per le persone che ci vivono dentro. Perché mantengono questo aspetto di impegno personale da parte dei lavoratori. Le cooperative nel Veneto hanno una grande tradizione ma sempre con l'aspetto fondamentale di volontariato. In altre regioni vi sono cooperative che prima hanno guardato al mercato, e poi hanno costruito l'organizzazione per il mercato. Ma spesso hanno poi persone che svolgono la loro attività demotivate… Nel Veneto avviene quasi sempre il contrario, da noi la cooperativa nasce per un istinto, per la voglia di alcune persone di dare delle risposte. Che altrimenti non verrebbero date.

Il controllo qualitativo viene fatto dai soci o anche da persone esterne?
Due sono le spinte. Una esterna come l'Asl, che controlla la qualità, propone e dispone alcuni tipi di procedure. Un'altra è una spinta interna alla qualità, la crescita degli operatori per esempio porta sicuramente anche alla crescita della qualità.

Come vengono vissute le vostre uscite nel territorio dai così detti normodotati?
Credo che dopo un po', per chi fa questo lavoro, cosa succede intorno interessi molto poco. Dopo un po' trovi sempre le stesse situazioni. Se una persona veste in un modo, o in un altro, porterà sempre ad un pregiudizio, quello che una persona di fronte ad un'altra persona fa, è sempre un atto che gli permette di stare in sicurezza. Se io trovo davanti a me una persona vestita in maniera lacera mi faccio un pregiudizio, poi dipende da me andare a vedere se questo pregiudizio corrisponde a verità oppure no. Noi andiamo in pizzeria, e sappiamo quale può essere questo pregiudizio, sappiamo comunque che può essere in forma negativa. Allora noi anche come operatori dobbiamo vendere  un po' di sicurezza. Il cammino è ancora lungo, non siamo ancora pronti come società, all'integrazione. Ma quando abbiamo dato un po' di sicurezza, otteniamo il doppio, il triplo, sia dell'attenzione che della disponibilità da parte dei titolari e di chi ci lavora. Abbiamo all'interno delle persone di riferimento, che sanno che ci sono persone con noi, che possono comunque mangiare la pizza, anche se non usano le mani, che possono comunque mangiare una pizza anche se sono continuamente in movimento. Quando riusciamo a trasmettere sicurezza, c'è un passo maggiore da parte delle persone, ciò è sempre avvenuto. Spesso si siedono a tavola con noi, cosa che come potete facilmente immaginare, non sempre succede con i clienti così detti normali. Abbiamo sempre trovato persone che hanno saputo mettere in gioco il proprio lavoro, la propria struttura , con dei riscontri anche alti.

Si può dedurre da quanto ci racconta che almeno l'ostilità nei confronti di queste persone non c'è più?
Credo proprio di sì, tutti i luoghi pubblici hanno un'abitudine, sanno che fanno molti più danni ragazzi scalmanati che un gruppo di persone in carrozzina. Quello che invece riguarda l'occhiata particolare c'è, e serve spesso per incasellare la persona in una scatolina. La scatolina però è solo il primo approccio, poi si possono tirar fuori le nuove possibilità: se invece la scatolina rimane chiusa, non c'è spazio.

INFO:

Altri articoli in cui recentemente ci siamo occupati dei CEOD:
SCIOPERO NAZIONALE DEI DIPENDENTI ANFFAS, IL GIORNO DOPO

‘MOSAICO’, L’ARTE DI METTERE ASSIEME LE DIVERSITA’

[Valter Nicoletti]