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Qualche breve riflessione a margine della Conferenza di chiusura dell'Anno Europeo dei Disabili, non per riassumere quanto è stato fatto nel corso dell'anno, che sarebbe semplicistico e fuorviante: solo per fare un po' il punto, e valutare l'appuntamento romano di questo inizio dicembre per come è stato.
Sicuramente un momento da "teste pensanti", nel senso che ha coinvolto molto i politici e i responsabili delle grandi associazioni, poco la base, che spesso non è stata neppure informata dai media sull'evento.
E questo è sicuramente un punto al di sotto delle aspettative, la presenza della stampa è stata scarsamente incisiva, nonostante tutto.
Perché non c'è dubbio sull'importanza dell'evento, e sulla contemporanea presenza di così tanti responsabili vicini al mondo della disabilità nello stesso ambiente.
In Italia in questo 2003 si affiancano a questo appuntamento per importanza solo Bari nel gennaio, e al limite Montegrotto (PD) in giugno.

Per farci aiutare nel valutare non solo la tre giorni romana ma anche per darci un'impressione sull'intero 2003 abbiamo chiesto un parere a due esperti, che ci hanno gentilmente detto la loro. Spazio per prima alle donne, e allora sentite le dichiarazioni a caldo di Luisa Fazzi, del Consiglio Nazionale per la Disabilità: "Questo evento è un mix tra la parte ufficiale di saluti e di impegno politico e le realizzazioni pratiche, con attenzione a quello che il movimento delle persone con disabilità chiede per il futuro, dopo il 2003".

Più soddisfazione per quanto è stato fatto, o prevalgono le richieste, i bisogni?
Molte cose sono state fatte: innanzitutto dobbiamo renderci conto che dopo dieci anni, a differenza dell'altro anno dedicato alla persona con disabilità (il 1981 n.d.r.), dove le persone con disabilità stavano solo ad ascoltare, ora sono sedute ai tavoli che contano, fianco a fianco con chi decide sulle loro questioni, e questo è già un buon risultato.
Il fatto che, comunque, durante l'Anno siano state messe in atto migliaia di eventi  tutti con lo stesso obiettivo e con gli stessi metodi questa è una cosa che ha fatto conoscere l'omogeneità e la compattezza del movimento della disabilità in tutta Europa.
Poi ci sono evidentemente delle cose che a noi piacerebbe venissero attuate, ma questo è il lavoro per il futuro.
Speravamo che la Direttiva Generale sulla non discriminazione fosse approvata entro il 2003, ma non è stato così, questo sarà l'obiettivo di lavoro per il prossimo futuro.

Senza peli sulla lingua è poi Giampiero Griffo, presidente di Disabled Peoples' International-Europa, che ci ha concesso un'intervista piuttosto corposa, ma che merita senz'altro di essere letta tutto di un fiato:
Si conclude un anno in cui avevamo tre obiettivi, a livello europeo: il primo era quello di fare una grossa campagna di sensibilizzazione per spostare una lettura dalla visione medica della disabilità a quella sociale, insomma in sostanza per dire che non salgo su un pullman perché non posso salire, ma perché chi lo ha progettato non ha pensato a persone che si muovono in modo differente, in sedie a rotelle.
Più che portatori di disabilità, spesso siamo ricevitori di handicap...
Questa campagna credo che abbia avuto un buon risultato, ci sono stati migliaia di eventi in tutta Europa, centrati su una dichiarazione chiara, quella di Madrid, che chiede cose precise, definendo questo passaggio da un sistema di carità e assistenza ai diritti e ai servizi.
Seconda cosa che chiedevamo era un piano di azione europeo sulla disabilità.
Qui siamo soddisfatti solo parzialmente: la Commissione Europea ha presentato una comunicazione che adesso è in discussione in Parlamento Europeo e che dovrebbe diventare alla fine dell'anno l'iniziativa della Commissione su questo tema, coinvolgendo da qui al 2010 tutte le Istituzioni.
Gli obiettivi sono da un lato di main streaming, cioè di inserire le politiche sulla disabilità in tutte le politiche, di valutare approcci sui vari temi, con i primi due anni ad esempio dedicati all'impiego e alla formazione, e di definire poi delle azioni concrete, questo con un meccanismo di politica che coinvolga le organizzazioni di persone con disabilità, almeno a livello europeo.
Questo è un risultato positivo, certo avremmo voluto qualcosa di più impegnativo.
Il terzo punto è che noi chiedevamo una Direttiva europea di non discriminazione in materia di disabilità, cioè una direttiva che riconoscesse che noi disabili ancora non siamo cittadini europei, perché alla fine io ora non posso prendere i trasporti, non posso accedere ai servizi di educazione, non posso accedere al lavoro.
Non ho uguaglianza di opportunità senza discriminazioni, quindi alla fine non posso muovermi come gli altri cittadini.
E su questo, purtroppo, non abbiamo fatto molti passi avanti.

In prospettiva per il dopo 2003?
In prospettiva è evidente che oggi la Commissione Europea che dice che i Governi non sono disponibili va un po' in contraddizione, perché supporta una Convenzione delle Nazioni Unite sulla disabilità che dice più o meno le stesse cose di una Direttiva: allora sì a livello internazionale, e non vogliamo darci degli strumenti a livello europeo?
Dall'altro lato noi siamo convinti che le politiche di main streaming che stanno dietro al piano di azione sono rafforzate da una direttiva, non sono in contraddizione: purtroppo la Commissione questo non l'ha ancora capito.
Poi c'è tutto il versante invece delle politiche nazionali.
In cui ogni Paese logicamente ha luci e ombre.
Se posso dire dell'Italia, purtroppo in questo momento più ombre che luci, perché abbiamo dovuto contrastare e purtroppo non riuscendo sempre a fermare delle impostazioni che facevano tornare indietro, per esempio sull'articolo 14 della Riforma Biagi: noi abbiamo un'ottima legge, legata all'inserimento lavorativo nei luoghi ordinari, la 68 del '99, basata su un principio dei diritti umani, cioè che le persone disabili, se sono inserite nel posto giusto con i sostegni adeguati, sono produttive come le altre.
Purtroppo il Governo ha introdotto un articolo nella legge Biagi che mi obbliga come persona disabile ad andare a lavorare nelle Cooperative Sociali.
Cioè torniamo ai luoghi predefiniti, ai ghetti, siamo insomma ripiombati indietro di trent'anni, ai vecchi laboratori protetti.
Questa è un'impostazione del Governo.
Abbiamo poi tanti altri versanti, ad esempio la direttiva di non discriminazione in materia di impiego: l'Italia l'ha percepita parzialmente, perché non ha introdotto per esempio l'accomodamento ragionevole, che è uno degli elementi essenziali a livello europeo.
Oggi con la Finanziaria siamo ancora in trattativa, perché l'articolo 42 blocca sostanzialmente e rende problematico l'accesso alle pensioni per i nuovi aventi diritto, poi c'è un problema di finanziamento delle leggi vecchie: oggi non sappiamo ancora se gli impegni presi dal Ministro Maroni anche in questa occasione saranno rispettati.
La logica del Vangelo è al contrario: noi siamo gli ultimi ad avere i fondi, e i primi ad essere tagliati.
E ciò succederà fintanto che si penseranno le persone disabili in coda a tutte le politiche, come un'appendice, e quindi quando non ci sono i soldi, noi non contiamo, esattamente quello che noi non vogliamo.

Non ti fa un po' impressione che qui i disabili nella sala dei bottoni festeggino la conclusione e fuori a poche centinaia di metri i sindacati protestino contro la Finanziaria, su cui appunto anche i disabili avrebbero molto da dire?
Io ho appena chiesto di poter parlare dal palco, anche per far conoscere le nostre ragioni e il nostro disagio, ma purtroppo ovviamente è difficile farlo all'ultimo minuto.
Non ci manca la voglia di comunicare: purtroppo di questo evento che coinvolge venticinque delegazioni di Paesi europei, con cinquecento persone da tutto il continente, finora la stampa ha solo accennato.
Il nostro non è un movimento da poco: sono 37 milioni le persone disabili in Europa, il 10% della popolazione, e nessuno se ne occupa.
Questo ci preoccupa, perché non è solo responsabilità delle forze politiche, è una responsabilità della stampa, che non ha una lettura del problema al livello che noi lo chiediamo.
E' una questione di dignità politica, il problema della disabilità è esattamente di natura politica, di cittadini invisibili, che non hanno risposta ai loro problemi di discriminazione, che vivono una qualità della vita peggiore proprio perché non ci sono queste risposte.

... E tu come la pensi? Continuiamo a parlare di fine 2003 e prospettive per il futuro nel Forum.