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Ci sono oltre 600mila disabili che non godono di assistenza domiciliare in Italia.
Pur avendone bisogno. C'è chi finisce in un Istituto e solo alcuni, pochi fortunati, possono permettersi l'assistenza domiciliare.
Pochi accuditi non solo dai familiari o da una badante, ma seguiti anche da medici e infermieri, da operatori specializzati e qualificati. Pochi quelli che possono godere di una "dignitosa permanenza in vita", come la definisce in questa lettera Giorgio Genta, della Federazione Italiana Associazione Bambini Cerebrolesi.
Pochi perchè si tratta di una situazione che implica costi notevoli, e competenze che troppo spesso mancano. Pubblichiamo la riflessione, costruttiva e propositiva, di Genta sulla situazione di coloro che vivono la condizione di "assistiti", troppo spesso in modo "poco dignitoso".

La forma più avanzata e gradita dall'utenza tra i vari tipi di assistenza prestata dagli Enti ai cittadini con disabilità credo sia oggi quella domiciliare. E', o almeno dovrebbe essere, un felice incontro di interessi. Quello dell'Ente, preoccupato di contenere in generale tutte le spese, e quello dell'"utenza con disabilità" che di tutto necessita tranne che di tagli alla spesa assistenziale.
Si sa che assistere una persona disabile nella sua casa, mantenendola così nel contesto umano e relazionale nel quale vive, costi assai meno di un internamento in un istituto, come d'altra parte sono noti ed innegabili i vantaggi per l'assistito.
Anche qui però è necessario determinare dei livelli minimi di assistenza domiciliare, da una parte compatibili con la (presunta) esiguità delle risorse finanziarie disponibili (ma nulla vieta agli Enti di finanziare "di tasca propria" una parte dei costi dell'assistenza, previlegiandola su altri capitoli di spesa) e dall'altra sufficienti "alla dignitosa permanenza in vita" dell'assistito.
Solo alla "dignitosa permanenza in vita"?
Sì, solo a quella, perché per essere "dignitosa" la "permanenza in vita" deve soddisfare ad alcune condizioni imprescindibili: non deve pesare in maniera esagerata ed insopportabile sul nucleo familiare, non deve mancare delle caratteristiche tipiche della vita umana di relazione, non deve essere priva di finalità e di potenzialità di progresso.
Se poi davvero le risorse saranno troppo poche, invece di dare poco a molti, daremo il necessario ai più gravi.

Per essere concreti, cosa è necessario ad una persona con disabilità grave o gravissima, quindi totalmente priva di autonomia e con necessità di assistenza 24 ore su 24?
Credo sia fondamentale un'assistenza domiciliare integrata prestata da personale qualificato e ben motivato per l'equivalente di mezza giornata (5-6 ore).
"Integrata" significa anche ben armonizzata con la parte sanitaria, di competenza del SSN, cioè con le prestazioni medico-domiciliari e quelle propriamente infermieristiche. Di meno non serve o serve veramente a troppo poco.
5-6 ore di intervento prestato da operatori di cooperative (esistono ancora Enti con personale proprio destinati a questi compiti?) con conseguente immediato (e delicato e pericoloso) dibattito sulla necessaria qualificazione del personale stesso. Qualificazione non solo strettamente professionale ma anche umana, basata sulla capacità di relazionarsi e di operare in empatia con l'assistito e la sua famiglia.
Come in ogni altro campo d'impresa, esistono buone e cattive cooperative, cioè cooperative che hanno personale valido e ben gestito ed altre che non sono sullo stesso livello. 
Strumento principe per il controllo della qualità della prestazione è il rilevamento del gradimento del servizio da parte dell'utenza, rilevamento che deve essere effettuato da terzi ed in maniera corretta. Rilevamento che molti Enti omettono scrupolosamente di fare, talvolta anche per non doverne poi trarre le logiche conclusioni
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Giorgio Genta

Link al sito di ABC Federazione Italiana

Link allo Speciale badanti

REGOLARIZZARE L'ASSISTENZA DOMICILIARE PER QUALIFICARE LE BADANTI

C'E' UN NUMERO VERDE PER L'ASSISTENZA DOMICILIARE

ASSISTENZA: UN MANUALE SPECIFICO PER FAMIGLIE ED OPERATORI