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STEFANO DIONISI, DISABILE PER ESIGENZE DI COPIONE
"Gli attori? Dovrebbero essere attenti al sociale ‘per contratto’ "
Annalisa Gadaleta

Dionisi in una scena di Fandango

E’ un interprete prepotente e straordinariamente emozionante Stefano Dionisi.
Ebreo fuggiasco ne La tregua, cantante evirato in Farinelli, rivoluzionario in Sostiene Pereira e, ancora, poliziotto diviso tra il bene e il male in Ginostra, disertore ne Il partigiano Johnny; tanti sono i ruoli che ha interpretato in vent’anni di carriera e oltre quaranta film all’attivo.
Mai scontati, sempre complessi, lucidi, emozionanti; interpretazioni autentiche e camaleontiche che sembrano cucitegli addosso come una doppia pelle.
Nel 1994 ottiene il David di Donatello Speciale come miglior attore per la sua affermazione nel cinema italiano giovanile e il regista Gérard Corbiau lo sceglie tra decine di attori italiani affermati per interpretare il ruolo di Carlo Broschi, il più celebre soprano castrato di tutti i tempi, in Farinelli, (pellicola vincitrice del Golden Globe e Nomination Oscar '95, come migliore film straniero), ruolo che regala a Stefano Dionisi tanta notorietà e critiche positive, anche all’estero.

un bel primo piano dell'attore
Un bel primo piano dell'attore

L’anno seguente interpreta il ruolo di Pablo, affascinante e caparbio ragazzo in carrozzina, in Correre Contro, film che partecipa a diversi festival stranieri.
Smessi i panni d’attore, Stefano sguscia fuori dalle poche interviste concesse come un uomo seducente e magnetico, ma anche schivo, tenebroso. E invece, a stupirmi sono i suoi modi profondamente umili e disarmanti. Le sue improvvise quanto solari risate. L’interesse fuor di retorica per la disabilità e il sociale. E la sincera disponibilità a raccontarsi, a cuore aperto. Sorpresa tanto inattesa quanto gradita, che sa decisamente di buono.


D. Quasi ventanni di carriera e oltre quaranta film all’attivo? Com’è nato in Stefano Dionisi il desiderio di fare l’attore?

R. E’ nato con l’adolescenza. Del mestiere di attore ho sempre adorato la possibilità di potersi incuneare in mille ruoli, mille vite, strappandone e facendone mio qualche brandello. Si ha la possibilità di vestire i panni altrui per qualche mese e, se si fa bene il proprio lavoro, di emozionare, far sognare e riflettere gli spettatori. Che sono i giudici più autentici ed esigenti.
Devo dire di essere stato molto fortunato a poter interpretare ruoli che mi hanno sempre insegnato e lasciato qualcosa.

D. Hai cominciato la tua gavetta prendendo lezioni al teatro La scaletta e, dopo meno di due anni, la tua carriera ha preso il volo.

R. Da subito mi è sembrato importante formarmi senza superficialità e ho cominciato frequentando appunto la scuola del teatro La scaletta; il mio maestro era Pino Manzari, bravissimo! Dopo un po’ quella scuola è stata chiusa per carenza di fondi pubblici, come spesso accade, e allora ho preso lezioni private da Beatrice Branco ed altri, di matrice più stanislavskijana, con un’attenzione forte per il lavoro interiore. Di lì a poco ho interpretato il mio primo ruolo nel film Rose di Tomaso Sherman e poi ancora l’anno successivo, La piovra e così di seguito…

Dionisi in una scena de Il partigiano Johnny
Stefano in una scena de "Il partigiano Johnny"

D. Hai interpretato quasi sempre ruoli difficili, borderline o comunque mai banali, ordinari. Come costruisci i tuoi personaggi?

R. La scelta di un ruolo è molto importante perché coinvolge l’attore nel bene e nel male ed è determinata da mille variabili. Alla fine, comunque, è sempre un terno al lotto.
 Non puoi mai intuire prima, totalmente, come sarà e come verrà fuori quel personaggio, dopo eventuali cambi di sceneggiatura, riprese e montaggio!
La lettura di una sceneggiatura è la base, l’inizio del rapporto con ciò che si andrà ad interpretare. E’ preziosissimo poi il dialogo con il regista, che aiuta a comprendere quale sarà la cifra e lo spessore che vorrà dargli. In casi particolari invece, c’è stata alla base delle mie scelte una motivazione diversa, particolare: l’amicizia con il regista, per esempio, o la voglia di interpretare un ruolo esplicitamente diverso. Questo è ciò che mi è accaduto in Bambola di Bigas Luna, dove interpretavo un omosessuale emarginato in un contesto di persone anche loro ai margini. Tutto era descritto con toni grotteschi, surreali, eccessivi. L’idea mia come del regista era un po’ di divertirsi. Tra l’altro, in quel caso, avevo appena finito di girare La tregua, che mi aveva provato moltissimo fisicamente ed emotivamente, e avevo l’esigenza di interpretare un ruolo di rottura.

D. Sei uno degli attori italiani più ‘esportati’, specialmente in Francia e America, qualità forse un non troppo comune a molti tuoi colleghi: cosa manca al cinema italiano per vere davvero una dimensione internazionale?

R. Ho avuto la fortuna di lavorare con registi stranieri ed è sempre stata un’esperienza stimolante e positiva. Hai la possibilità di esercitarti con una musicalità diversa che ti è data dalla lingua straniera, e di interagire con situazioni spesso di più ampio respiro. E’anche vero, d’altronde, che non potrebbe mai essere una scelta definitiva. Per quanto riguarda il problema di sdoganare il nostro cinema, non è più un problema così urgente come sembrava fino a qualche anno fa. Adesso ci sono mille questioni più urgenti, come quella di rinvigorire e ossigenare il cinema italiano.

D. Hai fondato una tua casa di produzione: cosa si dovrebbe fare a per aiutare il nostro cinema?

R. Ho avuto per un periodo una casa di produzione ma è stata un’iniziativa presa con un’amica per alcune attività teatrali. E durata solo per alcuni mesi: sono stato ‘produttore per caso’, potremmo dire.
La crisi di cui si parla tanto non è assolutamente un luogo comune e non è un dettaglio, perché sta rendendo la vita difficile a tutti i settori dell’industria cinematografica. Anche quando ci sono ottime idee e progetti, quasi sempre mancano i soldi e i produttori.
In questo periodo poi, si avverte grosso disinteresse da parte della politica e della cultura nei riguardi del mondo del cinema. Bisognerebbe invece capire che l’attenzione per il cinema è anche un po’ il termometro del livello culturale di un Paese.

la locandina di Correre contro
La locandina di "Correre contro"

D. Nel ’95 sei stato protagonista di Correre Contro, un film girato in gran parte in un centro di riabilitazione: interpreti Pablo, un ragazzo paraplegico, affascinante e ribelle, invischiato in un triangolo amoroso. Cosa ti ha colpito di quel ruolo?

R. Per me fare quel film è stata una fortuna, un’esperienza straordinaria, senza mezze misure!
E non solo per il ruolo di Pablo, un ruolo che mi è piaciuto moltissimo sin da subito, per le venature psicologiche dei suoi comportamenti, delle sue scelte. Ma anche per i rapporti umani che durante quel film sono nati e sono tuttora vivi, nonostante siano trascorsi dieci anni. Pablo è un ragazzo bello, sportivo, ricco e anche molto fiero e orgoglioso. Durante il dipanarsi della storia, del film, questa sua corazza di caparbietà e orgoglio dapprima sembra fortificarsi, ma poi si scioglie all’improvviso, lasciando il passo all’amore.

D. Come ti sei preparato?

R. Inizialmente sono andato in giro per Roma con Francesco, il ragazzo in carrozzina che io interpretavo e alla cui vicenda è ispirata la sceneggiatura: osservavo e notavo tutto con attenzione.
Poi, per un mese e mezzo, ho vissuto io in carrozzina, ho imparato a fare tutto, o quasi, ciò che una persona con disabilità fa. Giocavo a basket, tiravo con l’arco, facevo ginnastica con gli altri ragazzi ospiti del centro; ho vissuto con loro senza soluzione di continuità. Sono stato felice quando questa pellicola ha varcato le frontiere d’Oltralpe, partecipando a festival internazionali. Però, la cosa bella e che differenzia questo film da quasi tutti gli altri è stato il bellissimo rapporto che è nato con Francesco, con cui c’è da dieci anni un’ amicizia profonda, stretta. Cosa preziosa già di per sé e rara, tanto più se nata su un set.
Solitamente i rapporti umani che si intrecciano in occasione dei film nascono e muoiono con lo stesso; quella volta, non è stato così.

D. Come ti rapporti alla disabilità nella vita quotidiana?

R. E’ proprio con Francesco che riesco a osservare e conoscere i mille problemi che la disabilità comporta, anche e soprattutto per colpa di strutture latitanti, mancanza di informazione, di sostegno. Le barriere architettoniche, in primo luogo; se ne parla da anni, ma diminuiscono con lentezza atavica, assolutamente inadeguata. C’era una battuta di un personaggio noto che diceva “ l’unico posto dove può vivere un disabile è Los Angeles” e purtroppo è abbastanza vera perché lì, ma solo lì (questo è il problema!) c’è la piena accessibilità di strutture pubbliche e private, negozi, ristoranti. Conosco bene questa città americana e ho constatato tutto ciò miriadi di volte. Nelle città italiane, invece, l’accessibilità è un’eccezione e, giocoforza, si è costretti a frequentare sempre gli stessi ristoranti, cinema, spiagge.

Dionisi in posa
Uno scatto in posa

D. Cosa si potrebbe fare a tuo avviso?

R. Innanzitutto ci vorrebbe vera assistenza, nel senso migliore di questo termine, per chi ha una disabilità. Lo stato, le strutture private, quelle lavorative, la società civile dovrebbero porre in essere come dire degli aiuti, dei contrafforti per chi vive un problema, un disagio. Invece mi capita continuamente di notare che ci sono mille gap. C’è solo la famiglia, a far scudo e sostegno a chi ha un problema.
Un esempio concreto? Le automobili con il cambio modificato…mica ci vuole poco tempo per averne una. E se poi ti viene rubata, trascorre un bel po’ di tempo fino a che ne hai un’altra; nel frattempo rimani a terra, con tutto ciò che questo significa per chi ha una disabilità…a tutti può capitare che ci venga rubata l’auto, ma se si è disabili appunto, il disagio è ben maggiore! Io, per esempio, potrei utilizzare mezzi pubblici, affittare un’auto sostitutiva, usare un motorino. Chi vive in carrozzina quasi certamente no. L’utilizzo dei mezzi pubblici per chi è disabile, poi, mi risulta sia un’avventura, una gimcana tra mille problemi…
Invece di neutralizzare almeno una parte dei problemi che chi ha una disabilità ha, in realtà, se ne aggiungono mille altri.
E su tutto ciò c’è disinformazione pazzesca.

D. Come viene trattata la disabilità in televisione? Se ne parla nel modo giusto?

R. No, assolutamente, lo dicevo poc’anzi. Quando non sono sul set di un film, vedo tanta tv, telegiornali, dossier, eppure conosco i problemi per così dire spiccioli quotidiani, della disabilità proprio per questa mia amicizia, non certo per merito dei mass media. Di disabilità e di temi sociali se ne parla poco e male, nel senso che si tende spesso alla spettacolarizzazione o a dar spazio al caso eccezionale.
Manca di certo la quotidianità, la normalità di queste situazioni. Non ho mai visto un programma o un servizio nel quale si dicesse come fare ad ottenere sgravi fiscali o dove e in quale misura si ha diritto a fare fisioterapia, riabilitazione, per esempio.
Puoi conoscere questa realtà solo e unicamente se vivi queste situazioni o hai un amico o un familiare che le vive, non certo perché in tv o sui giornali passano queste notizie.
E poi mi viene in mente la giornata del disabile che certo esiste; potrebbe e dovrebbe essere una giornata di cui si parla davvero e in maniera massiccia dei tanti problemi; un’ occasione per fare un po’ di bilanci e dare impulso ad iniziative, attività e invece passa via come un soffio per i mass media.

l'interpretazione di Farinelli
L'interpretazione di "Farinelli"

D. All’ultimo Festival del cinema di Venezia hai partecipato per Ovunque sei di Placido; c’erano in concorso i film Il mare dentro di Amenabar e Le chiavi di casa di Amelio, che si occupano di disabilità.

R. Non ho visto Il mare dentro, che spero di poter riacciuffare presto, ma ho visto quello di Amelio e, negli anni scorsi, A beautiful mind, Provaci ancora Sam, e molti altri…mi sono piaciuti tutti, gli italiani in particolar modo. Ogni regista ha trovato una chiave di lettura originare per costruire e imbastire la sceneggiatura.
Da attore penso che interpretare un ruolo come un grande buono, una persona con disabilità, o un grande cattivo sia un po’ una pacchia, un cadere comodo con gli spettatori, col pubblico. Da spettatore ti direi, però che ci vorrebbe più continuità, in quello che tu giustamente chiami, un ritrovato filone cinematografico.

D. Sei un attore molto attento ai temi sociali; dalle mine anti-uomo alla fame nel modo, sei spesso in prima linea, ma allo stesso tempo non sovra esposto. Pensi sia un dovere per un personaggio noto?

R. Assolutamente si. Dovrebbe essere un must, lo si dovrebbe scrivere nei contratti di attore, di cantante, di presentatore.
Per noi, personaggi per così dire noti, è molto più facile ed efficace fare da megafono a realtà disagiate, a problemi sociali. Personalmente, non faccio scelte casuali, cerco di essere corretto e di mantenere sempre una certa coerenza tra ciò che dico e penso e ciò che faccio o non faccio.
Alcune volte lo faccio, silenziosamente, in altri casi, è necessario e più utile farlo da testimonial, pubblicamente, appunto per focalizzare l’attenzione su determinate realtà.
L’importante è essere sinceri, leali, capire a fondo cosa si sta facendo, portare avanti i progetti. Altrimenti non serve, si prende in giro se stessi e gli altri. E la gente, tra l’altro, lo capisce subito!

D. Progetti per il futuro?

R. Ci sono due o tre cose all’orizzonte, ma per scaramanzia non ne parlo. Diciamo che sto cercando un ruolo interessante, accattivante. In questi giorni sto girando qui a Roma per un ruolo in un lavoro televisivo che andrà in onda la prossima stagione.

con Giovanna Mezzogiorno, alla presentazione di Virginia. La monaca di Monza
Con Giovanna Mezzogiorno, alla presentazione di "Virginia. La monaca di Monza"

D. Che ne pensi di quello gran successo della fiction?

R. Beh, in molti casi sono lavori di ottima qualità, non c’è dubbio. Personalmente sono un po’ restio ad interpretare ruoli seriali, non riuscirei, per esempio a fare il poliziotto per serie di sei, otto puntate, è una questione soggettiva. Mi piacciono, invece, le fiction con tempi di lavorazione e di trasmissione più compattati. Mi è piaciuto molto recitare ne La vera storia di Renzo e Lucia, di Cristina Comencini; ho interpretato un Don Rodrigo un po’ sopra le righe, inedito.
E poi i classici hanno sempre il loro fascino imprescindibile.

D. Che rapporto hai con internet? Tu sei uno degli attori che non ha un sito internet ufficiale. E’ un caso o una scelta?

R. Il mio rapporto con internet? In realtà, non ce l’ho proprio. Adesso non ho un computer, ce l’ avevo, fammici pensare… due case fa!
(ride fragorosamente)
E’ da allora, da oltre due anni circa, che non navigo abitualmente, al più presto dovrò riattivarmi…anche per controllare la posta elettronica.
Un sito ufficiale…nel senso che dovrei farmelo io?…non ci ho mai pensato a dire il vero, non c’è un motivo particolare.
Comunque c’è un mio sito non ufficiale, in inglese, realizzato da una fan, una professoressa universitaria americana. Molto bello graficamente, ricco di interviste, foto, maturo per i contenuti. L’ ho contattata via mail diverse volte, anche per ringraziarla.

D. In effetti, Stefano, il sito era molto ben fatto ma…è stato rimosso!

R. Come non c’è più? E che viene scritto? Mi dispiace, ci ero affezionato. Si sarà sentita tradita, trascurata perché non avendo piu’ la posta elettronica, non rispondevo più!? Giuro che al più presto mi ricompro un computer! Devo riattivarmi una casella di posta elettronica e rimettermi a navigare sul web…si dice così vero?
e continua a ridere…

INFO:

www.fandango.it/correrecontro/main.htm
www.tamtamcinema.it
www.cinematografo.it

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