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Come da molti pronisticato, è stato il romanzo ‘Nati due volte’ (Mondadori) di Giuseppe Pontiggia, a vincere l’edizione numero 39 del Premio Campiello, a conclusione di una serata senza fronzoli ospitata a Palazzo Ducale, a Venezia, per rispetto alle vittime degli attentati in Usa.

Lo scrittore milanese ha ottenuto 103 voti, risultando primo dei cinque finalisti, tra cui i napoletani Bruno Apraia, Diego De Silva e Domenico Starnone, oltre a Giorgio Calcagno.
A dire la verità, Pontiggia era entrato nella cinquina finale del prestigioso premio letterario altre due volte, senza però riuscire ad ottenere la vittoria finale: nel 1979 con ‘Il giocatore invisibil’ e nel ’94 con ‘Vite di uomini non illustri’. Dietro a lui si sono piazzati, nell’ordine: ‘L’Angelo della storia’ di Bruno Arpaia (Guanda) con 73 voti, ‘Via Gemito’ di Domenico Starnone (Feltrinelli), ‘Certi bambini’ di Diego De Silva (Einaudi) con 25 voti e ‘Dodici Lei’ di Giorgio Calcagno (Aragno) con 22. Il premio Campiello Giovani 2001 è andato a Valentina Olivato, di Este nel padovano, autrice del racconto ‘Asterromanticismo’, ovvero le avventure di un'adolescente all'interno di un gruppo musicale rock.

Il romando Nati due volte è incentrato sul rapporto tra un padre e un figlio disabile, e sul loro andare incontro al mondo apparentemente “normale”. Il protagonista scopre via via che è lui il primo a dover rivedere le proprie convinzioni e abitudini, trovandosi disabile rispetto a un modo diverso di vivere; sarà così costretto a scoprire un altro e più vero sè, a rinascere, come dice il titolo, attraverso l’esperienza del figlio e l’incontro - spesso sconcertante - con medici, esperti, insegnati, anche loro incapaci di affrontare e rapportarsi con la diversità. «Il vero tema del mio libro - ha spiegato l'autore - è la disabilità del padre, che impiega 15 anni per capire ed amare il figlio. La madre, grazie a una generosità più istintiva, lo accetta subito. Ma il padre, con i suoi ideali di efficienza e di prestazione, deve compiere un lungo percorso attraverso la stupidità umana». Una storia vera soprattutto per la forza del suo messaggio, metafora esistenziale e morale della disabilità di ognuno di noi in questo mondo preda della stupidità di falsi miti e certezze che crediamo siano normalità. Un romanzo senz’altro amaro ma anche ironico, dedicato «ai disabili che lottano non per diventare normali, ma se stessi», come ha detto lo stesso vincitore del Premio Campiello targato 2001.

Un Premio speciale alla carriera è stato consegnato dalla giuria dei letterati a Raffaele La Capria, di cui è uscito da poco in libreria ‘Lo stile dell'anatra’ (Mondadori).

Tra coloro che hanno determinato il risultato, in quanto membri della giuria popolare, figuravano Alessandro Benetton, Azzurra Caltagirone, Gaddo della Gherardesca, Carla Fendi, Francesco Rutelli, Miuccia Prada, oltre a quattro agricoltori, trenta impiegati, dodici operai, quattro artisti, due suore e due preti.
A ciascuno giurato sono stati dati alcuni mesi per leggere i libri dei cinque finalisti e a ciascun scrittore un paio di minuti di intervista per raccontare il proprio romanzo e raccontarsi.