Menu

Tipografia
Vittima della societa’ e ingabbiato, a mezz’aria dalla felicita’, dai pregiudizi della gente. Cosi’ appare il protagonista disabile de ’Il prigioniero’, l’ opera con cui Renzo Remoti ha vinto il secondo premio del prestigioso concorso internazionale “l’Arte tra cinema e letteratura”, edizione 2001.
L’autore, giovane docente di diritto internazionale e avvocato rotale nella vita, ha vinto tra gli altri diversi premi letterari per narrativa gialla, ricevendo nello scorso anno la medaglia offerta dal Presidente della Repubblica.Per la prima volta si e’ imbattuto nel tema della disabilita’, tema spesso lontano e trascurato dai mass media, dando vita ad un’interessante sinossi che potrete leggere nel sito www.fisctionlife.net

Qual e’ la trama de ‘Il prigioniero’?
La sceneggiatura parla della storia di un ex - manager, Giacomo, che, dopo aver scontato la pena per tentata violenza carnale nei confronti di una minorenne Katia, si trova a dover affrontare una società ostile, che non vuole avere nessun contatto con un ex carcerato. All’uscita dal carcere l’uomo non riuscirà a rientrare nella multinazionale, in cui lavorava prima e si ritrova praticamente senza denaro. Giacomo era innocente, ma per una misteriosa ragione non volle difendersi. Si innamora di una ragazza, ma il suo passato è troppo pesante per permettergli di avere una serena relazione. Ben presto si trova nel bel mezzo di un'indagine internazionale coordinata dal Commissario Ramon, che non aveva mai creduto alla colpevolezza del manager. Dopo approfondite indagini si scopre che in realtà Giacomo venne incastrato dal suo collega Enrico, che in realtà era a capo di una potente organizzazione di trafficanti di droga. La soluzione non soddisfa pienamente Giacomo. Continuerà solo le indagini e scoprirà una sorprendente verità. Al termine del film compare lo sceneggiatore, disabile. Anche lui vorrebbe godersi la vita, ma pure lui rimane intrappolato tra le maglie del pregiudizio sociale.

Come ha raccontato il tema della disabilita’ e che taglio ne ha dato?
Il mio intento non era suscitare la solita inutile polemica sulle barriere architettoniche, ma lanciare al pubblico un messaggio su cui riflettere. Giacomo in quanto manager avrebbe potuto rappresentare il mito della nostra società, un uomo ricco e di successo. Invece per le vicende personali e i pregiudizi sociali rimane prigioniero, anche dopo aver scontato la pena. Lo sceneggiatore potrebbe vivere una vita normale, svolge un mestiere affascinante, ma a causa della sua condizione fisica e sempre per le idee sbagliate degli uomini, è egli stesso un prigioniero. Due storie tanto diverse, eppur così uguali.

Ha gia’ rappresentato la sua sceneggiatura?
Non è mai stata rappresentata, ma mi auguro di poterla realizzare al più presto. Per ora è depositata presso la SIAE. Sono consapevole che è difficile affrontare in Italia un tema del genere, specie nelle sale cinematografiche. Nel 1992 è stata approvata una legge importante, la 104, molte altre affrontano il problema delle barriere architettoniche, ma purtroppo la mentalità comune è ancora molto arretrata. Perciò mi è venuta l’idea di scrivere una storia che faccia soprattutto riflettere. Ora mi piacerebbe poter mettere in scena un’opera teatrale, che ho nel cassetto, con una tematica simile.

Ritiene che questo tema sia sufficientemente affrontato nel teatro, in particolare, e dai mass media, in generale?
Certamente no! Purtroppo viviamo una stagione artistica dove difficilmente si affrontano i grandi temi dell’umanità o le disuguaglianze che le società del benessere non hanno saputo eliminare. Ha presente “una stanza tutta per me” di Virginia Woolf? Oggi, nonostante siano crollate tante barriere, scomparsi pregiudizi, quanti invalidi potrebbero ancora scrivere un libro simile? Quanti lavoratori schiacciati dalla logica dell’efficienza produttiva sognano invano uno spazio in seno a cui poter realizzare davvero la propria personalità? Eppure tutto ciò in genere non appare sui palcoscenici…ciò che è peggio è che nessuno dà voce a questi desideri e questa è la vera prigione della contemporaneità.

Quali sono i cliche’ e i rischi nei quali frequentemente si incorre?
C’è un mito costante che incombe sopra il disabile, cioè che la disabilità sia una malattia. La poliomielite, la sclerosi a placche etc. sono malattie; la disabilità, al contrario, è solo un’idea sociale. La malattia può impedire di camminare, di parlare e via discorrendo, ma è l’idea che la società ha su queste persone che le rende davvero disabili. Questo è il più frequente luogo comune: la disabilità è affrontata come un’infermità dell’individuo, non come una malattia della società.

L’e-mail di questo artista è:

Remotti Renzo; reremot@tin.it