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Come le Paralimpiadi di Rio hanno contribuito a una nuova percezione delle persone disabili

Cala il sipario su Rio2016: dopo un'estate di gare la capitale brasiliana saluta gli appassionati di sport, passando il testimone al Giappone, che ospiterà le prossime Olimpiadi e Paralimpiadi nel 2020.  E come tutte le cose che finiscono, ci chiediamo cosa lasciano dietro di sé queste settimane ad alto tasso di sport, nelle quali gare e tifo ci hanno fatto appassionare a record e cronometri, a traguardi, medaglie ma anche e soprattutto a persone. Perché di persone, alla fine, si tratta - anche se a volte ci è sembrato davvero di avere di fronte degli superhumans. Guardando anche solo al nostro gruppo di Azzurri, che tanto e tanto hanno donato a questa impresa brasiliana, portando  a casa 39 fantastiche medaglie (11 in più dei colleghi normodotati che prima di loro questa estate hanno calcato le piste di Rio), sono così tante le storie dietro a questi podi

Dall'oro di Francesco Bettella, che solo a luglio era alle prese con la laurea in ingegneria, e a settembre primo in vasca, applaudito da mezza Italia e dal suo stesso relatore sugli spalti a Rio; all'ennesimo traguardo di Alvise De Vidi, il decano delle paralimpiadi, ancora a medaglia a 50 anni, dopo la prima nel 1996 e le tante altre - Sidney, Atene, Londra.
Che dire poi della conferma, ennesima, della "rossa volante", la strepitosa Francesca Porcellato, già campionessa di sci e atletica, alla sua prima prova olimpica in handbike, è stata subito medaglia (bronzo). Ma poi che emozione con la doppietta Caironi e Contraffatto:  sulla stessa pista di atletica, nella stessa gara, oro della prima, portabandiera dei record, e bronzo della seconda, bersagliere che nel 2012 perde una gamba in una missione in Afghanistan.
E poi le persone dietro le tante dediche meravigliose ad allenatori, famiglie, pubblico, come quelle di Assunta Legnante ai suoi bambini, di Oney Tapia che canta di gioia, delle ragazze della scherma che ballano col pubblico,  dei muscoli d'acciaio dei ragazzi del ciclismo che si fondono in un abbraccio all'arrivo. Sono tanti, davvero tanti, gli eroi di questi Giochi, anche se qui non li nominiamo tutti.

E se l'interesse per queste gare è ancora tiepido, rispetto a quelle dei colleghi "normo", una breccia nell'opinione pubblica sembra essersi aperta. Giornali, tv e internet hanno finalmente raccontato questi ragazzi, uomini e donne, i loro successi olimpici. E' come se finalmente quello che noi conosciamo così bene, di cui parliamo e che fa parte dei nostri giorni, fosse improvvisamente arrivato, durante e grazie a questi Giochi, anche agli altri, uscendo dal giardino ristretto degli "addetti ai lavori". La gente, insomma, ha scoperto lo sport paralimpico (o per lo meno, ora sa che esiste). E nello scoprire questo sport, scopre la condizione della disabilità in un modo differente, non alternativo ma altro rispetto a quello spesso triste, doloroso e lontano che tante volte è l'unico, nell'immaginario collettivo.

E la breccia, almeno qui in Italia, sembra aver sfondato la cortina del racconto conquistando, da spazi circoscritti, finalmente spazi riservati finora ai campioni "ufficiali". Questo con la forza, in particolare, di due teste di ariete, la cui energia è inarginabile, in pista come nella vita. Parlo di Alex Zanardi e Bebe Vio.  Che sono uno la conferma, la straordinaria forza di un campione che prima di essere atleta insuperabile, è uomo dalle qualità davvero uniche. E poi lei, la ragazza diventata guerriera, tra le più forti fiorettiste del mondo, lei che non ha gambe né braccia ma una forza che viene da risorse inimmaginabili. Ho letto da qualche parte che è stata definita Hulk, per il suo urlo di gioia, ed è proprio una definizione che calza a pennello.
E allora, se abbiamo bisogno di una immagine per cristallizzare e riassumere questo frullato di emozioni anche mediatiche che è stata Rio 2016, così come quella di Londra 2012 fu Alex Zanardi che, sull'asfalto, senza protesi, nel mostrare senza timore anche la parte del suo corpo che non c'è più, alzava al cielo la sua handbike, per me Rio 2016 sarà sempre l'urlo di gioia, il dimenarsi forsennato, la scarica elettrica di questa ragazzina dagli occhi grandi e dalla forza incontenibile, che mostra al mondo, ma anche ai suoi mostri, al suo dolore, al suo corpo, di avercela fatta. Sempre lei che getta le braccia al collo della mamma e dei fratelli, dopo la gara, ed è un rimando di sguardi così pieno di significati, che tutto il senso dei nostri discorsi sullo sport, sul provare e sul farcela, sul superarsi accettandosi, è contenuto lì dentro.

Infine, un grazie. Perché forse loro - gli atleti, tutti -  non lo sanno, ma sono stati un grimaldello per tutti noi che li abbiamo guardati, magari per caso, passando davanti alla tv. Un grimaldello che ha scardinato porte che ora non chiuderemo facilmente perchè, prendendo in prestito le parole di una spettatrice di Rio, Deborah Munaron, è successo che:

Guardo le Paralimpiadi il primo giorno
e vedo tanti disabili
e mi commuovo per loro.
Guardo le Paralimpiadi il secondo giorno
e vedo disabili che praticano sport.
Guardo le Paralimpiadi il terzo giorno
e vedo atleti meravigliosi che praticano sport appassionanti e fanno prestazioni incredibili.
E mi commuovo per me, perché finalmente sono in grado di vedere.


In disabili.com:

Speciale Paralimpiadi Rio 2016

I suoni delle medaglie delle Paralimpiadi
 
Zanardi, Mazzone, Podestà, Legnante, Porcellato, Masini: le splendide medaglie da Rio arrivate oggi!
 

Francesca Martin


Foto: Yasuyoshi Chiba/AFP/Getty Images