Con “Palla al centro” inaugurato un format che promuove l’incontro e il confronto tra professionisti, aziende, istituzioni e persone con disabilità per affrontare insieme le grande sfide dell’accessibilità e dell’autonomia. Ecco cosa è emerso dal primo incontro
Sabato 24 maggio 2025, presso la sede di Mobility Care a Caselle Torinese, è andato in scena l’evento “Palla al Centro”: non si è trattato di un semplice convegno, ma di un vero e proprio momento di confronto tra professionisti, aziende, istituzioni e persone con disabilità per affrontare insieme le grande sfide dell’accessibilità e dell’autonomia. Per quattro intense ore, la sede di Strada Commenda 4/B si è trasformata in un “campo” ideale dove le esperienze, le competenze e le idee hanno iniziato a giocare la stessa partita, con un obiettivo comune: fare rete per costruire un ambiente più inclusivo.
Organizzato in collaborazione con la F.P.I.C.B. (Federazione Paralimpica Italiana Calcio Balilla), Handytech, Studio 3 A, e numerosi altri attori del mondo sanitario e sociale, “Palla al Centro” si è proposto come prima tappa di un percorso nazionale che toccherà Lombardia (ottobre 2025), il Nordest (febbraio 2026) e approderà alla fiera Exposanità 2026 con l’ambizione di coinvolgere tutta la penisola.
“Palla al centro”: un format per chi crede nel gioco di squadra
Il titolo non è stato scelto a caso: “Palla al Centro”, infatti, è una metafora potente. Il pallone rappresenta la vita, spesso messa “a dura prova” da un evento traumatico, la disabilità un possibile punto di ripartenza, il gol l’autonomia da riconquistare e tutti gli attori – sanitari, istituzionali, aziendali – che collaborano per creare soluzioni su misura per ogni persona i compagni di squadra. Durante la mattinata, terapisti occupazionali, fisioterapisti, disability manager, architetti, dirigenti sanitari, responsabili di aziende specializzate e, soprattutto, persone con disabilità si sono confrontati apertamente. L’obiettivo è stato chiaro: non solo parlare di accessibilità, ma costruirla concretamente.

Il confronto ha messo in luce la necessità di un approccio multidisciplinare e realmente centrato sulla persona: “Siamo – hanno evidenziato terapisti occupazionali, fisioterapisti e fisiatri – spesso confinati negli ospedali, ma il nostro lavoro dovrebbe uscire da lì per accompagnare le persone nel loro ritorno alla vita”. Una generale “chiusura” al mondo esterno da parte delle strutture sanitarie è stata richiamata anche dalle esponenti delle Unità Spinali presenti, che hanno evidenziato ulteriori e oggettive difficoltà dovute alle note problematiche del comparto sanitario pubblico.
In molti, a proposito, hanno evidenziato la necessità di valorizzare la figura del disability manager, professionalità giudicata di fondamentale importanza per raggiungere questi scopi: il suo compito, infatti, potrebbe essere elevato fino al ruolo di “regista” del percorso di dimissione e rientro in casa, lavorando in sinergia con le aziende e il territorio.
L’importanza di fare rete
Dal punto di vista tecnico, architetti e progettisti hanno invece ribadito l’importanza di adattare gli ambienti di vita secondo un modello biopsicosociale: ambienti in cui l’individuo sia al centro e in cui gli spazi si modellino in base alle sue esigenze. L’architetto Giovanni Del Zanna, moderatore dell’incontro, ha spiegato come il suo approccio vada “incontro alle persone ed entri nelle loro case attraverso l’ascolto e la proposta di soluzioni, perché ogni progetto nasce dall’incontro e dalla conoscenza profonda”.

Uno spazio importante è stato quello occupato dalla Federazione Paralimpica Italiana Calcio Balilla, protagonista attraverso il racconto del progetto che ha portato alla realizzazione di un calciobalilla accessibile, oggi utilizzato da oltre 4.000 persone. Un semplice oggetto capace di trasformarsi in strumento di inclusione e condivisione. Anche da Handytech, azienda specializzata nell’allestimento di veicoli, hanno messo in luce l’urgenza di abbattere barriere non solo fisiche ma culturali legate alla presenza dei privati all’interno di strutture pubbliche: “Appena varchiamo la soglia dell’ospedale – hanno dichiarato – veniamo visti con sospetto. Serve un cambio di mentalità, protocolli condivisi, e progettualità che superino il pregiudizio.”
Da Studio 3A hanno infine è stato sollevato un tema spesso ignorato: l’assistenza legale per chi ha subito un danno: “Dopo l’ospedale – hanno aggiunto – iniziano nuovi problemi: economici, burocratici, legali. È importante che la persona venga affiancata da chi ha le competenze giuste, e non lasciata alla scelta affrettata del primo avvocato disponibile”.
Testimonianze significative
Molto significativa è stata la testimonianza di Damiano Marini, campione italiano di handbike e autore del libro autobiografico “La musica è nella mia testa”, che ha condiviso in un videomessaggio il proprio percorso dopo una lesione midollare: “Sono stato – ha affermato – per un anno in balia degli eventi, sballottato come una pallina. Ma con lo sport ho ricominciato a giocare e, alla lunga, ho fatto gol”. La metafora del gioco ha quindi attraversato tutto il convegno, perché ricominciare a giocare significa ritrovare il senso della propria esistenza, anche dopo un trauma.
Il racconto di Damiano ha reso evidente quanto sia importante non dimenticare che dietro ogni cartella clinica ci sono persone, storie e desideri. La sofferenza non è solo fisica, ma coinvolge anche il ruolo sociale, familiare, affettivo. Per questo, è emersa la necessità urgente di rafforzare i legami tra ospedali, servizi territoriali, famiglie e aziende. Il fisiatra di un’Unità Spinale, a proposito, ha sintetizzato così il bisogno: “Il nostro compito è aiutare chi ha subito uno tsunami a ritrovare un senso e una direzione.”
Un punto di partenza, non di arrivo
“Palla al Centro” è stato definito da molti come una “puntata zero”, un seme da far germogliare. Tuttavia, ha già lanciato un messaggio chiaro: serve un linguaggio nuovo, condiviso, in cui pubblico e privato, clinico e tecnico, sociale e istituzionale si parlino davvero. Mobility Care, per tutta la durata del convegno e oltre, ha saputo trasformare un magazzino in un’arena di dialogo e ispirazione conclusa con una partita di calciobalilla.
Le testimonianze hanno sì evidenziato la fatica di molte famiglie e operatori, spesso soli nel cercare soluzioni, ma hanno anche acceso speranze con l’ambizione di creare sportelli permanenti, modelli replicabili e soprattutto un approccio che metta al centro la persona. Perché, come detto da uno dei presenti: “Un giorno potrei essere io l’utente di questi servizi e non vorrei mai trovarmi davanti a qualcuno che non sappia cosa fare per me”.
Ecco perché, oggi più che mai, è il momento di scendere in campo insieme. La palla è al centro: sta a tutti noi decidere come giocarla.
Marco Berton






