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Negli ultimi anni il termine inclusione è stato sempre più utilizzato. Tutti noi abbiamo il dovere di non renderlo una parola vuota

Negli ultimi 40 anni le norme, la cultura ed il lessico riguardanti le persone con disabilità hanno subito dei radicali cambiamenti. Con fatica e con non pochi insuccessi la società si è aperta ad accogliere prospettive nuove e percezioni inedite, acquisendo piano piano quel grado di civiltà necessario alla partecipazione di tutti. Siamo passati da una realtà escludente e fortemente stigmatizzante ad un mondo più eterogeneo e vario, in cui la diversità è diventata non più l’eccezione, bensì la regola.

Parallelamente nel tempo sono cambiate e stanno cambiando anche le regole, le leggi, gli equilibri che disciplinano il vivere comune. Tanti provvedimenti hanno normato le tante realtà riguardanti le invalidità e le disabilità, le cittadinanze, sempre più diffuse. Una società per tutti e per ciascuno. In cui la diversità è, dev’essere valore aggiunto. Questa è la tendenza.

Eppure, come sappiamo, non è così semplice, non così lineare. Non sempre tutto funziona. Le esclusioni, le discriminazioni, i pregiudizi sono tanti. E sono duri a morire.  Troppo volte ancora oggi si accetta il diverso, quasi tollerandolo, perché si deve, per buona educazione, per evitare problemi. Per abitudine. Manca però troppe volte, ancora oggi, una reale cultura dell’inclusione, quella in cui il cambiamento non è solo di facciata, non solo per serena convivenza, ma nato, invece, dentro di noi con naturalezza, per spontaneità. Motu propriu.

Come fare allora? Chi può fare qualcosa per favorire lo sviluppo di un terreno fertile per la nascita di una cultura realmente inclusiva?
Non saremo originali, ma noi diciamo con forza: LA SCUOLA, perché la scuola alleva la società stessa, crea le fondamenta, pone le basi. Però la scuola può farlo solo se ancora prima di altri assume su di sé questo cambiamento interno che oggi si impone più che mai.

Non basta il sostegno, le ore, il PEI o l’assistenza. Non basta adeguarsi. Non basta adeguare. Non è questa l’inclusione. Inclusione è un termine ombrello, richiede modifiche strutturali, necessita di uno sguardo nuovo su tutto. Se non c’è resta un vuoto, resta da preferire la più vecchia e solida integrazione.  Questo sguardo nuovo non è solo quello del docente, è quello di tutti. C’è bisogno che sia di tutti, che tutti vedano non la disabilità ma la persona, la sua interezza, la sua unicità, che è quella di tutti. Basta parlare di disabili, basta etichette. Cominciamo a parlare di Anna, di Giacomo, di Francesco, di persone, come le altre, uniche come le altre, speciali come le altre. Basta con quello sguardo di mera protezione, di salvaguardia, di sola attenzione a preservare. Lasciamoli liberi di andare, di essere, di realizzare ogni possibilità nascosta. Scoviamo le potenzialità, crediamoci…

Un bambino in carrozzina era fuori della scuola. Poi lo abbiamo portato in classe, in braccio. Non bastava. Abbiamo creato rampe e pedane, gli abbiamo consentito di arrivare coi propri mezzi. Non bastava. Oggi sappiamo che per essere incluso davvero chi costruisce una casa deve pensare anche a lui ancora prima di costruirla. In modo da non richiedere adeguamenti. Non basta. Questa nuova casa dev’essere voluta non perché lo impongono le leggi, ma perché lo stesso costruttore, il committente, il proprietario e gli ospiti la vogliono così. Una casa che accolga tutti, una casa costruita per accogliere tutti.
Questo vorremmo per il nuovo anno. Una nuova casa, fuori e dentro di noi.

APPROFONDIMENTI

Convenzione ONU disabilità
 

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Tina Naccarato