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Non solo sostegno: l’inclusione scolastica può avere successo solo se tutti i docenti contribuiscono a realizzarla

Come anticipato, in questo periodo affronteremo alcune delle condizioni di base che sono necessarie per realizzare il processo di inclusione scolastica. Tra di esse, un ruolo fondamentale hanno certamente le relazioni, in primo luogo tra i compagni di classe, ma anche tra docenti e tra genitori, nonché quelle che si instaurano tra i diversi gruppi che agiscono nella vita scolastica.

Purtroppo non sempre avere buone relazioni è immediato ed anzi, sempre più spesso si registrano attriti e difficoltà di comunicazione. Anche i rapporti tra docenti non sono sempre idilliaci e, naturalmente, se sussistono dei problemi ciò ha delle ricadute importanti sulla stessa didattica. Chi scrive concepisce infatti la scuola come un organismo, che può funzionare bene solo se ogni sua parte contribuisce al benessere generale. Molte volte, a lamentare difficoltà con i colleghi sono proprio i docenti di sostegno, i quali non sempre percepiscono stima e rispetto da parte dei colleghi. Il più delle volte denunciano la delega totale rispetto all’alunno con disabilità, la richiesta di uscire fuori dall’aula insieme a lui in modo da non disturbare o di predisporre attività per gruppi di livello, lo scarso coinvolgimento nella classe, come docente. Dai dati annuali dell’ISTAT emergono alcuni miglioramenti e però, evidentemente, molto resta ancora da fare.

Perché accadono queste cose? La legge 104 è chiarissima (art. 13, co 6): Gli insegnanti di sostegno assumono la contitolarità delle sezioni e delle classi in cui operano, partecipano alla programmazione educativa e didattica e alla elaborazione e verifica delle attività di competenza dei consigli di interclasse, dei consigli di classe e dei collegi dei docenti. Purtroppo, però, molti aspetti rimangono solo formali. La contitolarità appare ancora oggi, a tanti anni dalla legge, come una conquista precaria per la quale lottare ogni giorno, la voce in capitolo dei docenti di sostegno, nelle classi in cui lavorano, è scarsa. Si attengono, molto spesso, a quello che fanno i colleghi, dando una mano nella contingenza, spesso nemmeno sanno ciò che il collega farà in classe quel giorno, a volte propongono, a volte vengono ignorati. A volte rinunciano, per stanchezza, per quieto vivere, per rassegnazione e svolgono un lavoro quasi parallelo, da soli, col loro alunno. E quando non possiedono una formazione solida, un titolo di specializzazione, quando sono supplenti precari, per brevi periodi, capita anche che non abbiano piena conoscenza delle stesse norme e, dunque, consapevolezza piena del ruolo. A volte ricevono richieste che nulla hanno a che fare col loro ruolo e accettano: l’alunno è tuo e te lo gestisci tu, io devo insegnare italiano! Non sempre per fortuna, non in modo capillare, ma accade e non è un bene.

Non è un bene perché si crea disagio, fatica, esclusione, isolamento. Non è un bene perché ci si basa su un falso principio: la delega. Non è un bene, soprattutto, perché non si include. Oggi si lavora in classi molto eterogenee, dai tanti bisogni educativi personali. La didattica deve rispondere con flessibilità, farsi differenziata, deve personalizzare, ricomprendere le differenze. E questo non si realizza se viene predisposta da cellule isolate nelle discipline, per compartimenti stagni che non comunicano, che non collaborano, che non costruiscono insieme. Senza un efficace gioco di squadra  si fallisce, miseramente. C’è un consiglio di classe, che deve lavorare insieme, che deve progettare, prendere continuamente decisioni, che divide uno spazio ed un tempo dedicati alla formazione di un gruppo di alunni. Deve quindi creare al suo interno una cultura della collaborazione, delle relazioni sociali positive, deve sviluppare competenze relazionali e deve, soprattutto, costruire empatia. I bambini ed i ragazzi osservano, imparano, più spesso di quanto crediamo imitano i comportamenti adeguati: la nostra presenza può essere essa stessa educazione, se si conosce bene il proprio ruolo e quello altrui. A volte sono diversi. Qualcuno è chiamato per insegnare italiano, qualcuno per favorire l’inclusione di un alunno. Si tratta di diversità di competenze, non di gerarchie. E se anche dopo i ripetuti inviti non si riesce non si deve subire, c’è sempre il dirigente scolastico: è suo dovere dirimere i comportamenti inadeguati e gli abusi.

Tutti i docenti sono insegnanti di tutti gli alunni, tutti gli alunni sono allievi di tutti i docenti.


APPROFONDIMENTI

Problemi di relazioni tra i docenti
 

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Inclusione scolastica: una sfida possibile
 

Tina Naccarato