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I Piani Educativi Individualizzati di tipo differenziato non consentono l’accesso agli studi universitari: alcuni studiosi a confronto sul tema


Ci siamo occupati già in passato del problema dei tanti ragazzi con disabilità che non possono accedere agli studi universitari avendo seguito nel corso degli studi di secondo grado un percorso didattico differenziato. Come previsto dalle norme di riferimento, infatti, in tali casi, a seguito del superamento degli esami finali, non si consegue il diploma ma un attestato recante gli elementi informativi sulla frequenza del percorso effettuato.  Si tratta di un attestato che non consente di accedere agli studi universitari e che nella gran parte dei casi riguarda i ragazzi con disabilità intellettiva.

Sul tema è tornato di recentemente S. Nocera  (FISH), il quale si è interrogato sull’utilità o meno che i ragazzi con disabilità intellettiva accedano agli studi universitari, per una loro crescita umana, intellettuale e sociale. Nocera si è soffermato sull’orientamento di studi molto astratto e, quindi, intellettivamente difficile, delle nostre università. Queste ultime, perciò, per i ragazzi con disabilità intellettiva, potrebbero forse essere solo dei parcheggi. Ha auspicato, pertanto, l’avvio di una riflessione seria sul tema.

Molto interessante ci è sembrata la risposta di R. Speziale (Anffas) all’interrogativo posto dall’avv. Nocera. Speziale pare auspicare il superamento del Piano Educativo Individualizzato di tipo differenziato, in favore di obiettivi minimi per tutti gli alunni. Ciò consentirebbe a tutti di avere accesso agli studi universitari e, dunque, di superare la logica dell’esclusione da essi. Speziale sottolinea che i percorsi universitari possono essere difficoltosi in alcuni casi, ma evidenzia anche come, con un buon percorso orientato al futuro fin dalle scuole dell’Infanzia, in tanti casi si potrebbe giungere alla fine degli studi secondari a situazioni diverse da quelle attuali. Naturalmente, sarebbe necessario anche adeguare l’attuale sistema universitario, che non è per nulla organizzato e forse neppure attento a garantire alle persone con disabilità intellettive di svolgere un adeguato percorso universitario, grazie ad una serie di accomodamenti ragionevoli.

Sul dibattito è intervenuta  anche E. Chiocca (CIIS), la quale ha sottolineato la centralità del diritto soggettivo e la significatività, per ogni singola persona, del percorso intrapreso. Non si può generalizzare, perché si rischia di omologare persone fra loro differenti. Proprio a partire da ciò, secondo E. Chiocca, si potrebbero avviare confronti e riflessioni.

Le università negli ultimi tempi si stanno in verità interrogando sul tema della disabilità e non mancano interessanti confronti in merito. Una recente ricerca ha mostrato che i servizi universitari per la disabilità stanno migliorando ed è aumentato il numero degli studenti universitari con disabilità.

Tuttavia, è doveroso ricordare, i confronti continuano a riguardare l’accessibilità ed i servizi attivati per i ragazzi con disabilità che possono accedere agli studi universitari perché hanno conseguito il titolo necessario e non il solo attestato. Tutto tace, invece, nei confronti delle situazioni di disabilità intellettiva in cui si seguano percorsi di studi differenziati. Sarebbe invece molto interessante, nonché urgente, che il confronto proseguisse sulla base del diritto allo studio che dev’essere garantito a tutti, nessuno escluso, come sancito dalla Costituzione e ribadito dalla legge 104/92. Quest’ultima, ricordiamo, non preclude affatto l’accesso agli studi universitari, anzi, come ha significativamente ricordato E. Chiocca, all’articolo 12 garantisce per gli alunni con disabilità il diritto all’educazione e all’istruzione nelle sezioni di scuola materna, nelle classi comuni delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado e nelle istituzioni universitarie.


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Tina Naccarato