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Cosa comporta l’ADHD per una famiglia? Cosa può fare la scuola? Quale futuro per i ragazzi con ADHD? Un padre ci racconta la sua esperienza

Nei giorni scorsi siamo tornati a parlare di ADHD a commento di una canzone sanremese che sta facendo molto discutere. Torniamo ancora molto volentieri sul tema, dando la parola, stavolta, ad un genitore ed alla sua esperienza concreta. Ringraziamo questo papà per la disponibilità e per il significativo contributo.

Come avete affrontato, da genitori, il percorso educativo di un bambino, oggi ragazzo, con ADHD?
E’ stata ed è una sfida continua. Una volta ricevuta la diagnosi, ci siamo dovuti rimettere in gioco con un percorso a nostre spese di educazione genitoriale (Parent Training). Inoltre, siamo stati “costretti” a farci valutare come coppia, al fine di lavorare sulle nostre eventuali deficienze.
Tutta la vita ci è stata rivoluzionata dai ritmi di nostro figlio, in quanto ci è stato detto che questi ragazzi funzionano meglio con giornate scandite sempre dagli stessi orari. Creando una routine quotidiana, abbiamo potuto vedere che in effetti nostro figlio era meno ansioso, si controllava un po' meglio, come se fosse rassicurato da questo tempo scandito sempre allo stesso modo.
Spesso questi figli domandano: cosa facciamo poi? dove andiamo? Per questo abbiamo messo sotto un orologio nella sua camera il programma giornaliero, in modo che sapesse sempre quello che si sarebbe fatto ad ogni momento. Non nascondo che è stato molto faticoso e stressante per noi avere i tempi contingentati, ma se questo, come sembra, è in parte servito per il bene di nostro figlio, volentieri abbiamo sacrificato i nostri bisogni a questo programma.


Cosa pensi della terapia farmacologica?
Credo che nessun genitore vorrebbe mai che si arrivasse ad una qualsiasi terapia farmacologica per il proprio figlio. Io e mia moglie, prima di intraprendere questa strada, non abbiamo dormito per molte notti dopo che lo specialista, avendo visto la risposta non adeguata alle terapie psicologiche ed educative (a pagamento) a cui ci siamo sottoposti tutti, ci ha ventilato questa eventualità.
Sulla difficoltà della scelta ha pesato molto anche tutto ciò che leggevamo sul web rispetto agli psicostimolanti. Siamo rimasti a lungo terrorizzati, quasi bloccati dalla paura di quel che poteva succedere al nostro ragazzo con l’assunzione del Ritalin.
Siamo tornati spesso ad interrogare i sanitari su ogni nostro dubbio. Che cosa ci ha convinti a fare questo passo?
Dapprima i riferimenti scientifici internazionali universalmente validati rispetto alla terapia multimodale in tutti e 5 i continenti, ma soprattutto la frustrazione di nostro figlio nell’essere rimproverato costantemente perché inadeguato in qualsiasi contesto, in particolare quello sociale. Era come se avesse la lebbra, tanto era palese il distacco che tutti i coetanei avevano nei suoi confronti: escluso dalle feste di compleanno, nessuno che voleva venire a giocare con lui.

Essere attaccato alla tv o alla play non è stata una sua scelta, né la nostra: ma il pomeriggio è lungo se non hai qualcuno con cui passarlo. E noi ad un certo punto della vita, come lo è per tutti i genitori, non gli bastavamo più.
Ci siamo detti: proviamo, altrimenti che alternativa abbiamo a questa situazione di stallo? Il farmaco, pur non essendo né una panacea, né curativo, ma sintomatologico, su di lui ha funzionato, in particolare sull’attenzione e sull’impulsività. Funziona come una tachipirina, non come un antibiotico. E la vita in alcuni aspetti per lui è finalmente cambiata in meglio. Se abbiamo provato anche quest’ultima strada, è perché speravamo che soprattutto la sua vita di relazione funzionasse in modo più adeguato: non per noi o per le sue performance scolastiche, che pur ne hanno giovato fino al punto di riuscire ad arrivare a prendere un diploma di maturità.


Cosa può fare la scuola per rispondere al meglio a questo tipo di difficoltà?
Come in qualsiasi altro ambiente di lavoro, ci sono insegnanti attenti e disponibili a mettersi in gioco, altri che tirano un po' a campare. Con i ragazzi che hanno questo disturbo bisognerebbe cercare di adattare le lezioni e l’ambiente ai loro bisogni, cosa di cui beneficerebbero anche tutti gli altri.
Ci sono molte circolari del MIUR specifiche al riguardo e sono molto esplicative. Tanto si gioca sulla relazione, sulla capacità di trovare un modo per far sentire questi ragazzi non sopportati, ma risorsa: facciamoli sentire persone e non categoria medica.

La scuola è chiamata a formarsi e soprattutto ad informarsi, cioè a leggere con attenzione la diagnosi di quell’alunno e a fare riferimento costantemente ai suoi dettami. Questo è molto importante perché i ragazzi con ADHD possono essere molto diversi uno dall’altro: già la differenza tra un Q.I. borderline, nella norma o alto dovrebbe far cambiare l’approccio al bisogno.
Inoltre raramente il disturbo si presenta da solo, ma è spesso intrecciato con altre problematiche, come DSA, DOP, Autismo, Disturbo Bipolare, dell’umore o dell’ansia ecc.
La chiave di lettura è conoscere bene la diagnosi e chiarire ogni dubbio col professionista che l’ha redatta. Infine: non scarichiamo tutto l’onere degli apprendimenti sull’insegnante di sostegno quando questa è presente.
Quel ragazzo è di tutti gli insegnanti, e tutti sono chiamati a dare il loro contributo.  


Quale progetto di vita è possibile per i ragazzi con ADHD?
Noi ci siamo proiettati da poco in questo campo. Ritengo importantissimo sviluppare sin da bambini i possibili punti forza che si palesano. Il futuro di questi ragazzi è fortemente in continuità con quanto si è iniziato a fare precocemente.
Questo disturbo purtroppo permane anche in età adulta in più del 50% dei casi e può dar vita anche ad altre problematiche, come disturbi psico-sociali o dipendenza da sostanze. Però, se precocemente individuato, trattato ed accompagnato nel tempo in modo adeguato, può diventare anche una risorsa per la famiglia e per la società. Questi ragazzi hanno infatti in genere una grande sensibilità e la capacità di farsi prossimi, di essere amici fedeli e fantastici compagni di viaggio nella vita. Perché questo avvenga c’è però bisogno di professionisti competenti, nella sanità e nella scuola.
Questo disturbo, spesso non diagnosticato, talvolta ignorato anche per questioni meramente ideologiche, deve avere tutele e presa in carico adeguate, come altre categorie del neurosviluppo. Eppure, nel caso dell’ADHD, non ci sono linee guida nazionali emanate dalla sanità, né una legge che permetta di reclamare anche in sede giudiziale l’adeguatezza delle terapie e delle provvidenze.
E’ l’ora, anzi è già passata, che qualcuno se ne faccia carico nelle sedi competenti.   

APPROFONDIMENTI

Circolari e note sull’ADHD

In disabili.com

ADHD: come intervenire a casa e a scuola?

Photo by Kelly Sikkema on Unsplash

Tina Naccarato