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Un brano presentato al Festival di Sanremo da Daniele Silvestri sta facendo molto discutere. Parla di un adolescente, di ciò che prova, della prigione in cui sente di vivere

Ma cos’hai l’argento vivo? Ha proprio l’argento vivo addosso, non sta fermo un attimo. A molti di noi adulti forse viene in mente questa frase, un ricordo, della mamma o della nonna che pronunciavano queste parole. Era una frase che raccoglieva un misto di rimprovero e orgoglio. Un bambino vivace, a volte troppo, pieno di energia, a volte stancante sì, ma tanto intelligente Erano tempi in cui le diagnosi erano cose rare, in cui qualcuno veniva spesso punito a casa o a scuola, tempi in cui essere distratti significava non applicarsi, mentre essere sempre in movimento era forse qualcosa che gli adulti legavano al concetto di educazione, di autodisciplina. Poca consapevolezza, poca nomenclatura. Non c’erano farmaci per tutto questo, se non l’attesa di una naturale evoluzione di una vivacità ritenuta in genere legata all’infanzia, all’adolescenza, destinata comunque a cedere il passo alla maturità, alla consapevolezza, al suo superamento. E la chiusa della vicenda era in genere quel bonario quante me ne hai fatto tu da piccolo! Era forse così?

Oggi certamente non è più così, tante cose hanno ora un nome, forse anche più di uno, forse troppi. Viviamo nell’era della diagnosi, del dare un nome scientifico ai fenomeni e con questo però del classificare, dell’oggettivare, del categorizzare. E allora Giovanni, Laura o Mattia non sono più bambini, non sono più nomi e persone, sono invece codici, codifiche, a volte patologie. A volte seguono farmaci, cure, soluzioni, sempre scientifiche, sempre oggettive, mentre a scuola seguono piano di lavoro, documenti, carte. L’argento vivo muore sotto il peso delle sue definizioni e con esso muore anche ciò che sotto il guscio ruvido contiene di più prezioso: la gioia di vivere.

E’ questo orientativamente il tema affrontato da un brano presentato al Festival di Sanremo da D. Silvestri, che ha per titolo proprio Argento vivo. In queste ore sta facendo molto discutere: molti lo trovano meraviglioso, stupendo, capace di suscitare grandi emozioni. Per qualcuno è un pugno in faccia: se un ragazzo pensa questo, se si sente così, in cosa ho sbagliato io madre, io maestra, io medico? Cosa dovremmo fare? Come potrei aiutarlo meglio, di più?

Certo, va da sé, la canzone, come la poesia, si presta a molte letture e a diverse interpretazioni. E’ però indubitabile che la più immediata, come sottolinea anche l’autore, riguarda certamente i ragazzi con ADHD. Il testo è impietoso e chiama in qualche modo in causa tutti gli adulti coinvolti nella presa in carico: le famiglie, gli insegnanti o più in genere la scuola, gli specialisti.

Porta il punto di vista di un ragazzo, ferito, ostaggio di un sistema che lo fa implodere, rinchiuso in una prigione continua, quella del sistema scuola, quella di una casa in cui è affidato alla televisione, al tablet, al mondo virtuale, quella delle cure, che non curano, ma sedano, spengono, alienano.
Ce n’è per tutti gli adulti, nessuno escluso: Ho sedici anni ma è già da più di dieci che vivo in un carcere… Costretto a rimanere seduto per ore… Io che ero argento vivo e qui dentro si muore. Questa prigione corregge… Però la sera mi rimandano a casa… Come se casa non fosse una gabbia anche lei e la famiglia non fossero i domiciliari… E il tempo scorre di lato ma non lo guardo nemmeno e mi mantengo sedato per non sentire nessuno, tengo la musica al massimo e volo… Dottore, io così agitato, così sbagliato, con così poca attenzione, ma mi avete curato e adesso mi resta solo il rancore.

Parole forti, pesantissime, che fanno davvero male a chi ci mette l’anima, a chi nel ruolo che ricopre si impegna per dare il massimo, per aiutare i ragazzi a trovare vie per gioire della vita, per affrontarla di petto, con passione e coraggio. E forse sbaglia, ahimè, a volte sbaglia, perché è difficile, è sfuggente, quasi irreale. Una madre o un medico non ricorrono ai farmaci a cuor leggero, una maestra non vuole ragazzi seduti e spenti. Si prova e si riprova, cercando vie, agganci, non sempre, non necessariamente standardizzati, non sempre oggettivabili. Non c’è una cura, un modo, un sistema; ci sono sempre Giovanni, Laura o Mattia, che mai niente e nessuno potrà ridurre alla loro problematica, se si vuole ancora chiamarli per nome. Si cercano vie, sentieri intricati per poterli raggiungere e a volte si sbaglia, E le parole di una canzone sono come lame di rasoio.

Cosa fare, dunque? Il brano offre qualche spunto: Ti dico un trucco per comunicare, trattare il mondo intero come un bambino distratto… È normale che sia più facile spegnere che cercare un contatto. Il contatto, è certo questa la via e non ha il nome di una terapia, ma porta solo nella direzione del nome proprio di un bambino, di un ragazzo, del suo universo unico e proprio.

Il finale è durissimo: Se c’è un reato commesso là fuori è stato quello di nascere. Ci piace perciò chiudere con il tenerissimo post che un ragazzino ha scritto sulla pagina facebook di D. Silvestri tramite la mamma: ritenendo il testo autobiografico e vivendo questa situazione, il piccolo gli consiglia di praticare uno sport perché lui è riuscito a vivere bene insieme al proprio argento vivo proprio grazie a uno sport.  Serve speranza.

Qui sotto, il video della canzone



APPROFONDIMENTI

Associazione Italiana Famiglie ADHD

Normativa scolastica ADHD

In disabilicom

ADHD: come intervenire a casa e a scuola?


Tina Naccarato