Nel dibattito sul caro carburanti manca una domanda: cosa succede a chi l’automobile non può semplicemente decidere di lasciarla a casa, come molte famiglie di persone con disabilità?
Torniamo a parlare di caro carburante e sulle conseguenze che questo può avere sulla vita delle persone con disabilità che non hanno alternative all’uso della macchina. Lo facciamo con qualche proposta e molti spunti di riflessione, in questo contribito del Dott. Fortunato Nicoletti, dell’associazione Nessuno è Escluso.
Il caro carburanti riguarda tutti: famiglie, lavoratori, imprese. Quando benzina e gasolio aumentano, ogni pieno pesa di più sul bilancio mensile, ma nel dibattito pubblico c’è una differenza di cui si parla pochissimo: non tutti hanno la stessa possibilità di scegliere. Molte persone possono reagire lasciando l’auto a casa: prendere un autobus, la metropolitana, una bicicletta, andare a piedi, ridurre gli spostamenti. Per molte persone con disabilità e per molte delle loro famiglie, questa possibilità è invece molto più limitata o, in alcuni casi, semplicemente non esiste. E allora il caro carburanti smette di essere soltanto una questione di prezzi e diventa anche una vera e propria questione di libertà.
Quando l’auto è strumento di partecipazione
In Italia, secondo gli ultimi dati Istat, che per inciso non sono proprio recentissimi, indicano in circa 3 milioni le persone con gravi limitazioni nelle attività abituali, pari al oltre il 5% per cento della popolazione, a cui vanno aggiunti altri milioni di familiari per una percentuale che diventa molto importante. Chiaramente non tutte hanno bisogno dell’automobile e come sempre sarebbe sbagliato generalizzare, ma per una parte di loro l’auto non è un mezzo privato come un altro: è ciò che permette di andare a lavorare, studiare, raggiungere una terapia o una visita, vedere un amico, andare al cinema, fare la spesa, in altre parole, partecipare alla vita.
Non è solo una questione di accessibilità
Il problema riguarda certamente molte disabilità motorie, ma non soltanto quelle; condizioni sensoriali, cognitive o comportamentali possono rendere alcuni spostamenti con il trasporto pubblico molto difficili perché c’è un tema che conosciamo da anni: l’accessibilità reale dei trasporti non coincide quasi mai con la possibilità concreta di utilizzarli. Proprio per questo un aumento del carburante non produce necessariamente lo stesso effetto su tutti. Chi può rinunciare all’auto possiede almeno un margine di risposta, chi invece dipende dall’auto per la propria autonomia ha un margine molto più piccolo e quando benzina e gasolio superano ampiamente i due euro al litro, come oramai sappiamo tutti, quella differenza diventa economicamente molto concreta.
Agevolazioni auto disabili: un beneficio a metà
C’è poi una contraddizione che vale la pena osservare: il nostro ordinamento riconosce già che, in determinate condizioni di disabilità, l’automobile può avere una funzione particolare; pertanto, sono previste agevolazioni come l’Iva ridotta, la detrazione Irpef sull’acquisto e, in presenza dei requisiti, l’esenzione dal bollo. Ma l’Agenzia delle Entrate precisa anche che tra i costi di esercizio esclusi dalla detrazione figurano proprio carburante e lubrificante. In altre parole: riconosciamo che quel veicolo può essere necessario alla mobilità della persona, ma il costo quotidiano necessario per farlo muovere resta trattato come un normale costo di consumo.
Proposte per superare il caro carburante
Ciò non significa che la risposta debba essere automaticamente un (altro) “bonus benzina per le persone con disabilità”, anche perché, una formula del genere, rischierebbe persino di impoverire il problema. La questione è più ampia: esiste una quota di mobilità che, per alcune persone, non è comprimibile.
Non siamo certo quelli che possono proporre soluzioni, ma le ipotesi da valutare potrebbero essere diverse:
1. un sostegno temporaneo collegato alle condizioni già previste per le agevolazioni sui veicoli;
2. un intervento parametrato al reddito;
3. un meccanismo attivabile soltanto oltre determinate soglie di prezzo.
Oppure, e questa forse sarebbe la cosa più interessante e lungimirante, si potrebbe ragionare non soltanto sull’automobile in quanto tale, ma su quella che potremmo definire “mobilità necessaria”, comprendendo taxi accessibili, NCC, trasporto sociale e altre forme di trasporto assistito per chi non guida o non possiede un’auto.
La rinuncia alla macchina ha significati diversi
Ognuna di queste possibilità ha costi, limiti e problemi applicativi. E infatti questa riflessione, prima ancora di scegliere una misura, vorrebbe almeno misurare il fenomeno. Quanto spendono per gli spostamenti le persone con disabilità e le loro famiglie? Quanto incide il carburante? Quante persone possono realisticamente sostituire l’automobile con il trasporto pubblico? E quante, invece, non possono farlo? Sono domande molto concrete. Il punto non è certo contrapporre le persone con disabilità agli altri automobilisti, ai lavoratori o alle imprese e nemmeno stabilire chi meriti maggiore sostegno. La questione è riconoscere una realtà semplice: un aumento identico del prezzo può avere conseguenze molto diverse quando in gioco è la diversa libertà di scegliere.
Per chi può lasciare la macchina a casa, il pieno è un costo che, almeno in parte, può essere evitato. Per chi utilizza l’automobile per lavorare, curarsi, studiare, avere relazioni sociali e vivere con maggiore autonomia, quel pieno diventa il prezzo della mobilità. E qualche volta, purtroppo, il prezzo della libertà. Perciò dentro ogni discussione sul caro carburanti, vale la pena aggiungere una domanda:
“Quando si valutano interventi sul prezzo e sul costo della mobilità, stiamo considerando anche chi non ha la libertà di scegliere di non fare il pieno”?
Dott. Fortunato Nicoletti
Associazione Nessuno è Escluso.








