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Un ricovero, una diagnosi che fatica ad arrivare, il conforto vero di amici e parenti, e il tentativo di alleggerire il peso della degenza in modo alternativo. Lila ci racconta la potenza del gioco terapeutico durante un ricovero ospedaliero

Il pomeriggio scorre sornione nella sua luce color d'arancio.
Un tè in due tazze, la musica di sottofondo, l'odore di una casa in cui il co-working è una realtà, due amici inseparabili che lavorano insieme: un giorno normale, come mille altri.

Improvvisamente mi inarco come se mi pungessero duemila aghi.

E' terribile: sento dolore ovunque, mi sembra di impazzire, mi sforzo di non mollare il colpo per non spaventare chi mi stringe forte fra le braccia ma non ce la faccio: perdo il controllo. Una grande nuovola nera mi inghiotte e perdo i sensi.
Vengo ricoverata d'urgenza in neurologia.
E' un reparto strano, dove si mischiano storie diverse, età senza anni o confini e tanta paura per il domani. Si toccano nervi, cervello, si parla sommessamente di mali dai nomi terribili che spaventano a morte più della malattia stessa, aleggiano parole che sanno di instabilità e fanno sentire più fragili del vetro.

Ci sono tante lacrime che passeggiano per i corridoi. Le incontri nascoste sotto i letti, dietro ai mille elettrodi attaccati a corpi in bilico, le trovi negli angoli degli occhi di chi lotta insieme ad uno dei suoi cari. In mezzo a queste lacrime, oggi ci sono io con i miei mille elettrodi attaccati ed il pupazzo Baymax a farmi da infermiere personale.

Sotto al letto c'è un'entità dagli occhi verdi di gatto che mi scruta nella notte: è la paura. Che cosa mi succede? Cosa mi accadrà? Dove sono? Domande che, nel silenzio, non trovano risposta neanche nel coro di “bip” che emette il monitor.
Inizia una lunga trafila di giorni, esami, prelievi. Minuziosi medici scandagliano il mio corpo che diventa la casa perfetta per raggi e radiazioni mentre la mente si ribella al non sapere; si sussurra, al giro medico, si dice poco e si continua ad indagare qualcosa che nelle malattie rare non ha mai un decorso luminoso. La malattia rara non segue strade già battute ed inventa strade sue, buie, irte di rovi e di pozzanghere nelle quali si cade. Il fango del non sapere sporca l'anima e il pensiero.
E' in questo momento che arriva l'acqua fresca dal sentiero montano, acqua che scorre limpida e lieve portando a valle il nostro dolore: sono gli amici ed i parenti, i nostri cari, le persone che ci amano e che noi amiamo.
Le persone che ci amano, sì, e che ci ANIMANO. Persone che reagiscono, lottano come noi e poi piangono negli ascensori per non farci sentire addolorati.

Quando conto le mie fortune, conto la mia Famiglia sempre due volte perché ho una Famiglia di sangue che mi sostiene da sempre ed una Famiglia di amici che ho avuto la fortuna di incontrare durante il mio cammino.
Dopo qualche giorno, tutta la mia Famiglia di amici decide di farmi visita e di mettere in pratica ciò che in America è vera e propria terapia: la LUDOTERAPIA. Giocheremo una sessione di Dungeons and Dragons nel salottino del reparto. (Qui potete scoprire che cosa sia) Qualcuno dei presenti solleva indignate opinioni: “E' un ospedale, mica una sala giochi!”
Ribatto con ferma chiarezza: “Gli amici mi fanno dimenticare di avere qualcosa che si sta mangiando via il mio corpo. Credo sia più importante del contegno che si confà ad un luogo. Che differenza c'è se invece che star qui a chiacchierare di programmi TV o focalizzarsi solo sull'essere malati ci prendiamo una pausa e voliamo nel mondo della fantasia?”
Provare per credere: una delle infermiere è una forte sostenitrice della ludoterapia per adulti ed acconsente di buon grado (“basta che non facciate bordello e non vi tiriate addosso i dadi!” ci dice. Promettiamo).

Ovvio, si tratta di UNA SORTA di ludoterapia, spogliata dall'ambito prettamente medico... ma sortisce il suo effetto. Giochiamo dalle 20 alle 22,30, momento in cui io crollo definitivamente nel mondo ovattato dei miorilassanti; gli altri pazienti in salottino ci osservano divertiti. Siamo amici veri, innamorati l'uno degli altri e tanto, tanto, TANTO UNITI contro quel male che vorrebbe dividerci. Siamo insieme, grati di poterlo essere.
I dubbi del non sapere li lasciamo sotto ai letti, dove possono restare insieme alle paure, per questa serata; ogni tanto si può (e si DEVE) rompere un luogo comune.
E' bello stupirsi di come possa esserci una moneta d'oro sotto una pietra qualsiasi... ma sotto alla pietra bisogna guardarci, sporcandosi un po' le mani di terra per sollevarla.


In disabili.com:

La sfida della riabilitazione passa per la motivazione al cambiamento

Psicomotricita' per adulti: i “grandi” si mettono in gioco


Lila Madrigali

 

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