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"I dati parlano chiaro: il consumo abituale e moderato di caffè non appare legato a un aumento del rischio di cardiopatia ischemica".
A dare la buona notizia per gli affezionati della "tazzina" è Andrea Alberto Conti, ricercatore universitario presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia di Firenze, e assistente alla direzione scientifica della fondazione don Carlo Gnocchi di Firenze, tra i firmatari della ricerca Consumo di Caffè e Rischio di Cardiopatia Ischemica: una Meta-analisi.

In altri termini: 3-4 caffè al giorno non causano ipertensione né cardiopatia ischemica e, anzi, i composti fenolici contenuti nel caffè potrebbero avere un ruolo preventivo verso le malattie cardiovascolari.
Spiega Conti: "Riferendosi sempre ad un consumo di caffè in tazze (ovvero una quantità da caffè all'americana), con un consumo minore o uguale a 2 tazze di caffè (pari a circa 3-4 tazzine di espresso bar o 3 tazzine se preparato con la moka) non emerge alcuna associazione significativa fra consumo di caffè e rischio di Cardiopatia Ischemica".

Oltre al dottor Conti, a sostenere tale affermazione intervengono il Prof. Claudio Borghi (Direttore della Unità Operativa di Medicina Interna del Policlinico S. Orsola-Malpighi di Bologna) e la Dr.ssa Fausta Natella (Ricercatrice presso l'INRAN, Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione).
La ricerca nasce sotto la duplice egida della SINU (Società Italiana di Nutrizione Umana) e della FoSAN (Fondazione per lo Studio degli Alimenti e della Nutrizione).
La ricerca sistematica quantitativa è stata condotta su 13 studi caso-controllo e su 10 studi di coorte, per un totale di oltre 440mila soggetti esaminati.

Entra nello specifico dei risultati il dottor Borghi: "Premesso che - documenti alla mano - ingerire circa 200-250 mg di caffeina può aumentare, entro breve tempo dalla assunzione, la pressione arteriosa sistolica di 3-14 mmHg e la pressione arteriosa diastolica di 4-13 mmHg nel soggetto normoteso, è bene ricordare che la caffeina è contenuta in numerose bevande e la loro assunzione, soprattutto nei consumatori occasionali, può aumentare i valori della pressione arteriosa, la frequenza cardiaca e attivare il sistema simpatico. Si è notato tuttavia che se la caffeina viene ingerita attraverso il caffè, l'effetto sulla pressione risulta però molto più modesto e a volte accompagnato allo sviluppo di una condizione di tolleranza. Il consumo abituale di caffè non sembra quindi associato ad un incremento del rischio di comparsa di ipertensione arteriosa".

Fa eco ai colleghi Fausta Natella: "I dati contrastanti, probabilmente causati dalla difficoltà a discriminare tra il consumo di caffè e altri fattori di rischio associati al suo consumo hanno provocato, negli anni, un dibattito senza fine. Ultimamente però alcuni lavori hanno messo in evidenza l'esistenza di una associazione a forma di J tra il consumo di caffè ed il rischio cardiovascolare".

"Ciò vuol dire - spiega la ricercatrice dell'INRAN - che un consumo moderato è associato ad un minor rischio cardiovascolare rispetto ad un consumo nullo piuttosto che particolarmente elevato. Il caffè poi contiene numerose molecole ad attività protettiva tra le quali i composti fenolici (potenti antiossidanti) che sono biodisponibili, posseggono un'elevata attività antiossidante, sono in grado di inibire l'ossidazione delle LDL (Low Density Lipoprotein) e l'aggregazione piastrinica (entrambi fattori determinanti nell'insorgenza della cardiopatia ischemica). Attraverso il consumo di caffè, il loro contributo antiossidante - nella dieta giornaliera - è fino al 40-60%".

Nell'implicazione del possibile rischio cardiovascolare conta molto il metodo di preparazione del caffè: il caffè espresso influenza la pressione arteriosa meno di quello "bollito" (per intenderci alla Turca). E l'influenza sul possibile rialzo pressorio deve essere valutata anche su altre abitudini voluttuarie (fumo e alcool) che modulano sia le caratteristiche farmacocinetiche della caffeina ma anche e, negativamente, il rischio cardiovascolare globale sia dei soggetti normotesi che dei pazienti già ipertesi.

INFO:

Il sito della SINU (Società Italiana di Nutrizione Umana)

Il sito della FoSAN (Fondazione per lo Studio degli Alimenti e della Nutrizione)

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[Redazione

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