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Una proteina prodotta da h-prune, un gene già identificato in precedenza nel moscerino della frutta, consente alle cellule maligne di muoversi liberamente nell'organismo e di indurre metastasi.
Ad individuare questa proteina e ad avviare gli studi per scoprire come inibire la sua azione è stata una équipe di ricerca tutta italiana, coordinata dal Dr. Zollo del Tigem di Napoli, alla quale partecipa anche il Cnr di Alghero.
La ricerca, finanziata anche dall'AIRC, è importante perché crea le premesse per entrare in tempi molto brevi nella pratica clinica.

Il tumore alla mammella è in assoluto la prima causa di morte fra le donne. 
Anche se screening diagnosi e trattamento precoci danno una stabilizzazione dei tassi di mortalità, si parla ancora di circa 30 mila nuovi casi ogni anno in Italia, mentre le morti sono circa 11 mila l'anno. 

Contro il tumore al seno oggi si aggiunge un'altra arma, frutto di una scoperta tutta italiana realizzata da un gruppo di studiosi del Tigem di Napoli, coordinato da Massimo Zollo, in collaborazione con Giuseppe Calmieri dell'Istituto di Genetica delle Popolazioni del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Alghero, Antonio Cossu dell'Azienda USL di Sassari e Gianluigi Arrigoni dell'Istituto Scientifico San Raffaele di Milano. 
I ricercatori, infatti, hanno individuato la proteina h-prune che induce la modificazione cellulare e promuove le metastasi nel carcinoma della mammella.
Il gene in questione, battezzato h-prune, è presente anche nelle cellule umane ed è in equilibrio con un secondo gene, l'nm23 (ovvero 'non metastasi 23').
In pratica, spiega Zollo dalle pagine della prestigiosa rivista Cancer Cell, sulla quale lo studio è stato pubblicato nel mese di febbraio, quando una donna con un tumore al seno sviluppa una metastasi - ovvero comincia a formare tumori secondari a distanza -, la proteina prodotta dal gene nm23 dovrebbe fermarne la diffusione, impedendo alle cellule maligne di muoversi nell'organismo.
Proprio la motilità cellulare, infatti, è un meccanismo fondamentale delle ricadute tumorali. 
C'è però una proteina 'nemica' di nm23, capace di bloccarne la funzione, ed è proprio quella prodotta dal gene h-prune.
"Abbiamo scoperto che le donne che hanno metastasi hanno alti livelli di proteina h-prune e bassi livelli di nm23 - spiega Calmieri.
Esattamente il contrario di quel che dovrebbe accadere".
In che modo il fatto di conoscere già un gene per averlo incontrato in un'altra specie - in questo caso nel moscerino della frutta - ha facilitato il compito degli scienziati? 
"E' facile che geni uguali abbiano funzioni simili in specie diverse, oltre che avere la stessa sequenza, e questo consente di non cercare il cosiddetto ago nel pagliaio, ma di andare sul sicuro".
Ma quali sono le ricadute le pratiche di questa scoperta?
"Intanto abbiamo già identificato un farmaco, il dipiridamolo, che è in grado di bloccare l'attività del gene h-prune e quindi di rendere la vita più facile a nm23", spiega il dottor Calmieri.
"Il passo successivo potrebbe essere quello di identificare molecole ancora più specifiche, ovvero capaci di interporti tra la proteina h-prune e la nm23 per evitare che quest'ultima venga bloccata e impedita di esercitare la sua azione antimetastasi. 
Ma non solo: ora sappiamo che le donne con tanta proteina h-prune sono più a rischio di metastasi: possiamo scoprirlo in anticipo e somministrare loro cure più aggressive
".

La ricerca è stata finanziata anche da AIRC - Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, dalla Compagnia San Paolo di Torino, dal Miur, dalla Regione Autonoma Sardegna e dalla Regione Campania.

INFO
Ufficio Stampa AIRC
Tel. 02 7797214-260-296
Fax 02 7797246
E-mail ufficio-stampa@airc.it

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