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Da cinque mesi il testo di legge sul biotestamento è fermo in Senato. Quattro senatori a vita lanciano un appello per dare una risposta al Paese

Le lungaggini burocratiche – quando non l’ostruzionismo deliberato nelle stesse aule parlamentari – spesso agiscono come una sorta di evidenziatori a mettere in luce il divario tra ciò che “accade nei palazzi” e la vita reale. Quando le decisioni di palazzo però hanno a che vedere con temi delicatissimi, importanti e non più demandabili come il fine vita, il divario si fa anche dolorosamente intollerabile per quanti quella situazione la vivono in prima persona. Conosciamo bene, infatti, la storia tanto di dj Fabo, quanto di Loris Bertocco, per citarne un paio.

Attualmente la proposta di  legge sul biotestamento, dopo essere stata approvata ben cinque mesi fa alla Camera, è bloccata, anche a causa degli oltre 3mila emendamenti presentati, in commissione Sanità al Senato. Su questa situazione, i senatori a vita Elena Cattaneo, Mario Monti, Renzo Piano, Carlo Rubbia si sono espressi in una lettera aperta pubblicata su La Repubblica, auspicandouno sblocco della situazione, chiedendo di adottanre in Senato senza modifiche il testo già approvato dalla Camera, e dando così al Paese quelle risposte che chiede.

Questo il testo della lettera pubblicata da Repubblica:

DA PIÙ di cinque mesi il disegno di legge sul 'testamento biologico' è impantanato nella Commissione Sanità del Senato. Nonostante tutti i sondaggi fatti sul tema dimostrino, da almeno un decennio, il consenso di un'amplissima maggioranza di italiani, tremila emendamenti (in massima parte ostruzionistici) e discussioni infinite ostacolano la definitiva approvazione di una legge che non è di destra, di centro o di sinistra.

Senza distinguo, dà valore alla volontà di ciascuno, tutela la dignità di tutti. Il cosiddetto testamento biologico non rappresenta più, da tempo, la frontiera "divisiva" dei "nuovi" diritti civili. Non lo è più da ventisette anni negli Stati Uniti, dove il dibattito sul Living will è iniziato quasi quarant'anni fa nelle Corti dei vari Stati, nella Corte suprema e nella società civile, per poi culminare con l'adozione del Patient Self Determination Act del 1990; non lo è più neanche, almeno da dieci anni, nella maggior parte dei Paesi europei, dove ormai il valore giuridico vincolante di un testamento biologico fa parte del corpus dei diritti civili minimi del cittadino.

In Italia, benché se ne dibatta da decenni, il tema sembra condannato ad essere gestito nei processi, dai tribunali, dai singoli magistrati, in continua supplenza di una politica incapace di fare quel che le è proprio, il legislatore. La nazione culla del diritto non riesce a dare ai suoi cittadini una cornice giuridica certa in cui poter esercitare le proprie scelte, liberamente e responsabilmente, su una materia personalissima di libertà individuale, nonostante, come osservava il Presidente emerito Giorgio Napolitano nel maggio 2017, il provvedimento in discussione "risponda a sentimenti e sensibilità ormai prevalenti nella nostra società".

Mentre il resto del mondo sviluppato dibatte di ulteriori forme di disciplina della materia, il nostro Paese resta orfano di quella che è ormai una soglia minima di regolamentazione sul diritto alle disposizioni anticipate di trattamento. Non è più ammissibile, dopo i casi Englaro, Welby, Nuvoli e migliaia di altri meno noti, ma altrettanto degni di considerazione, che i cittadini italiani non possano scegliere, facendo affidamento sulla chiarezza di una legge, come autodeterminarsi in una questione fondamentale, letteralmente di vita e di morte, che riguarda ognuno di noi.

Quella del fine vita è una questione di libertà, di rispetto della volontà, di dignità del vivere e del morire che dev'essere lasciata quanto più possibile alla scelta di ciascuno. Come Senatori a vita, chiamati ad esercitare un ruolo il più possibile libero da ogni condizionamento, appartenenza o calcolo, crediamo che questo Parlamento onorerebbe il Paese se, adottando in Senato senza
modifiche il testo già approvato dalla Camera, trattasse i suoi cittadini da adulti, lasciando loro a fine legislatura, come un prezioso legato, il riconoscimento di questo spazio incomprimibile di libertà e responsabilità.

Redazione