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PAOLO CREPET

Chi è
Psichiatra di fama ed esperienza internazionale, ma anche sociologo e scrittore, Paolo Crepet da anni affianca alla sua attività scientifica, medica e universitaria, quella divulgativa. Nato a Torino nel 1951, si è laureato all'Università di Padova, occupandosi, in particolar modo, di malattia mentale, suicidio, disagio giovanile. Docente universitario, ha collaborato, tra gli altri, anche con l'Organizzazione Mondiale della Sanita'. Tra i suoi libri più noti, "Cuori violenti", che ha venduto oltre settanta mila copie, e "Naufragi", il suo primo romanzo.
A Paolo Crepet abbiamo girato alcuni dei quesiti che più frequentemente ci ponete, via mail o nei nostri forum. Ecco l'intervista.

D. La cronaca degli ultimi mesi racconta sempre più spesso di genitori che uccidono un figlio disabile: qual'è la molla che scatena queste tragedie?
R. La concezione della normalità, il pensiero che nella nostra cultura valga solo  tutto ciò che è normale, che è l'esatto contrario della ragione: vale   tutto ciò che è 'anormale'. La disabilità, in un certo qual modo, rientra in queste fasce di 'anormalità', pur nelle sue mille tipologie e sfaccettature.

D. L'altra faccia della medaglia è il cosiddetto "Dopo di noi":  la preoccupazione dei genitori di lasciare soli, i loro figli disabili. A che punto siamo nel nostro Paese?
R. Questo problema è sicuramente molto lacerante e sentito dai genitori delle persone disabili, ma ancora poche garanzie vengono date dalla normativa. Il Governo dovrebbe dare delle risposte certe, e delle garanzie ai cittadini che hanno il sacrosanto diritto di invecchiare senza l'ansia e la paura di lasciare soli i propri figli. Chi si è occupato molto di questo tema è il Sottosegretario Antonio Guidi, che meglio di chiunque altro conosce, vivendolo, queste difficoltà.

Ma, un conto è un trauma nell'adolescenza, un conto è un trauma a 65 anni.: lo stesso episodio scatena eventi del tutto diversi, ovviamente.
Le persone che stanno vicino ad una persona non più giovanissima, che si trovasse in carrozzella, hanno dei compiti del tutto diversi da una mamma e un papà che devono accompagnare un bambino a scuola e che devono affrontare tutta una serie di problemi soprattutto in termini di prospettive di vita, con grossi carichi di ansie e preoccupazioni.

D. Dai risultati di un recente sondaggio di www.disabili.com, emerge che il rapporto col sesso da parte dei disabili è estremamente conflittuale.
Il 27% dichiara di non fare sesso, il 12% pratica autoerotismo, il 20% lo ritiene estremamente limitato a causa della propria disabilità, e solo un rimanente 24% lo ritiene soddisfacente. Che ne pensa?
R. "Questi dati vanno innanzitutto messi in relazione allo stato di difficoltà, non solamente fisica ma anche psicologica. Credo che ci siano delle situazioni che sono oggettivamente limitanti, non tanto dal punto di vista del deficit motorio, sensoriale, quanto della  ricaduta che questo deficit ha sulla stima di sè, sulla serenità che una persona ovviamente sente.
La sessualità è un mondo assai complicato, complesso, e chi ha delle difficoltà, le vede aumentate a dismisura. E' un dato, però, che va correlato a patologie, ambiente sociale, situazioni personali di vario tipo.
E' chiaro che chi dice di avere oggettive difficoltà , può darsi che dica la più semplice delle verità. La sessualità, poi, implica ovviamente l'esistenza di un'altra persona. Quando si parla di qualcun altro, immediatamente si parla di pregiudizi, di difficoltà che non possono essere negate, ma che devono essere affrontate.

D. Recentemente in psichiatria si è parlato del 'modello sociale dell'handicap', un  nuovo approccio della psichiatria che considera la disabilità come una interazione tra stato di salute, capacità di vita e capacità interrelazionale. Ce ne parla?
R. E' un concetto che io condivido molto, nel senso che la patologia è 'relazione', la patologia non è mai un vissuto a sè stante.
Anche la patologia non mentale è una patologia biologica, è in relazione agli altri: siamo persone e, in quanto tali, sempre in relazione con l'ambiente, con altre persone. L'indirizzo biologico della psichiatria è sempre sembrato un po' riduttivo, semplicistico. C'è sempre qualcosa di più complesso, di più segreto e, aggiungo, anche interessante, che è il mistero dell'anima.

D. Lei è stato allievo, amico e collega di Franco Basaglia che, tra le altre cose, ha propugnato ed ha stimolato la Legge 180 del '78: ventiquattro anni dopo questa legge rivoluzionaria qual'è, a suo avviso, la situazione per coloro che si trovano nella condizione di disagio mentale, cioè quali sono stati i passi in avanti?
R. Purtroppo non ci sono stati moltissimi passi in avanti, nel senso che è stato un provvedimento che ha trovato tante difficoltà a procedere perché una certa cultura si è assopita  nel nostro Paese! La cultura della solidarietà vera si è fermata già dagli anni '80,  ed io vedo oggi  una straordinaria indifferenza. La percepisco.
Negli anni '70 forse avrei dato un giudizio positivo, sta di fatto che oggi si demanda alla piccolissima realtà, al sacrificio personale, al giovane medico o al vecchio primario che ancora ci crede: insomma, un'abnegazione è data da una legge dello stato.

D. I mass-media italiani sembrano non accettare la "normalità" della disabilità di cui c'è grande spettacolarizzazione. Da sociologo, qual'è la sua opinione?
R. Non credo che in Italia ci siano cose più raccapriccianti rispetto agli altri Paesi. Noi  italiani abbiamo anche avuto una straordinaria Legge che è quella della abolizione delle scuole speciali, legge di cui si parla pochissimo: in Germania, magari, mettono tra i partecipanti de 'IlGrande Fratello' un ragazzo disabile, però poi hanno gli Istituti per gli handicappati.
Non condivido totalmente la "condanna" dei media italiani a favore di realtà che magari fanno anche peggio. Quindi, preferisco un talk show, magari irriguardoso, e la mancanza di una legge che non mette nessun bambino handicappato in una scuola speciale, piuttosto che il contrario.


Info:
sito web www.paolocrepet.it

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