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Le donne con disabilità sono da 3 a 5 volte più esposte al rischio di diventare vittime di violenza

 

Essere donna, ed essere donna disabile, significa essere esposta, potenzialmente, a doppia discriminazione: la condizione della donna con disabilità, infatti, non solo è peggiore di quella dell’uomo con disabilità (basti pensare ai dati sull’occupazione, ad esempio) , ma lo è anche rispetto a quella della donna in generale, dal momento  che le donne con disabilità sono da 3 a 5 volte più esposte al rischio di diventare vittime di violenza.

Considerando questo dato di fatto, è quindi necessario affrontare seriamente la questione, iniziando finalmente sia ad includere la variabile di genere nelle politiche per la disabilità, sia ad includere la disabilità nelle politiche di genere, anche e soprattutto per quanto riguarda la violenza. Lo ricordiamo in particolare in questi giorni, a ridosso del 25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne ma, stante l’urgenza del fenomeno,  lo dovremmo ricordare sempre, non solo nelle ricorrenze.

In generale l'UE e i suoi Stati membri non dispongono di un quadro giuridico solido in grado di tutelare e garantire i diritti umani di tutte le donne e le ragazze con disabilità. A rilevarlo è stato il  Comitato economico e sociale europeo (CESE), l'organo che rappresenta la società civile organizzata dell'UE, che quest’estate ha messo in luce la questione.
Sul piano normativo, a livello Europeo esiste dal 2003 la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica la quale, tuttavia, oltre a non essere specificamente dedicata alle donne con disabilità, non è ratificata da tutti gli stati membri (dall’Italia sì, con la Legge 27 giugno 2013, n. 77).
Qualcosa, però, potrebbe finalmente cambiare, poiché la Convenzione ha previsto anche l’istituzione di un gruppo di esperti sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, per monitorarne l’applicazione. Ed è proprio dalle analisi di questo gruppo che emergono le criticità dei vari Paesi anche sul fronte della lotta alla violenza contro le donne con disabilità.

In Italia, in generale,  la situazione non è migliore: già nel 2016, il comitato incaricato di verificare nei vari Stati Membri  l’applicazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (ratificata dall’Italia con la Legge 18/2009) aveva richiamato l’Italia su vari punti, tra i quali anche l’assenza di politiche rivolte alle ragazze ed alle donne con disabilità, soprattutto rispetto al fenomeno della violenza nei loro confronti.

Ma è possibile che i numeri siano così allarmanti? E’ possibile che il fenomeno della violenza contro le donne (non solo disabili) sia così pervasivo?  Lo è. Lo è soprattutto perché, lo diciamo sempre, violenza non sono solo le botte. Violenza è anche un sopruso e una vessazione psicologica, sono le percosse, sono maltrattamenti anche emotivi magari proprio in famiglia, sono forme più o meno velate di stalking, violenza è anche l’indifferenza o la scarsa considerazione in quanto donna. Tutti elementi, questi, che vengono amplificati se si tratta di donne con disabilità.

Il primo importante punto su cui è indispensabile lavorare, quindi, è la consapevolezza da parte delle vittime. Può capitare, soprattutto in caso di donne con fragilità di tipo intellettivo, di non capire che quelle che si stanno subendo non sono solo attenzioni, ma veri e propri abusi. Intervenire quindi con progetti di informazione alla salute ed educazione sessuale potrebbe essere un importante passo per rendere le donne consapevoli e in grado di distinguere quando si tratti non di gentilezze ma di attenzioni eccessive.

Spesso, poi, la donna viene accusata di non denunciare. Chiediamoci sempre il perché. I motivi sono solitamente molteplici, tra i quali può esserci la scarsa autonomia, anche sul piano economico, della vittima, quando i casi riguardano in particolare la violenza domestica. Oltre ad esserci l’aspetto di una dipendenza percepita che può portare la vittima a considerarsi non in grado di cavarsela senza il suo aguzzino, c’è anche l’aspetto della dipendenza materiale: dove vado? cosa faccio se me ne voglio andare di casa, visto che non ho un lavoro, un posto dove andare, qualcuno che mi aiuti, dei soldi su cui contare? Nel caso di donna con disabilità, ma anche anziana o malata, a questo genere di dipendenze se ne aggiunge anche una più profonda, strettamente legate alla sua condizione: se l’aggressore è un suo caregiver, la paura di perdere quell’assistenza, o l’impossibilità di poterne fare a meno può condurre la vittima al silenzio, per mancanza di alternative rispetto al suo bisogno di essere assistita o aiutata.

Sull’altro fronte, sul fronte dei supporti in essere, è importante che tutta la rete di servizi a tutela delle vittime sia in grado di affrontare e  sostenere anche una violenza su una donna che può avere disabilità di diverso tipo. In questo ambito si aprono quindi esigenze che vanno dalle più pratiche (es. dotare studi ginecologici di attrezzature per visite a donne con disabilità di tipo fisico), a quelle che investono l’informazione e formazione del personale di centri antiviolenza e altre strutture, affinchè  sia in grado di cogliere segnali sottotraccia difficilmente captabili in particolare nelle donne che non sono in grado di esprimersi.

Quello che possiamo fare tutti, intanto, oltre a tenere alta la guardia e a seminare una cultura del rispetto nei confronti della donna, è contribuire ad aumentare l’informazione e la discussione su questo tema, anche attraverso la diffusione del Secondo Manifesto delle Donne con Disabilità, adottato a Budapest il 28-29 maggio 2011 dall’assemblea generale del Forum Europeo sulla Disabilità e approvato anche dalla Lobby Europea delle Donne. Il Manifesto, tradotto in italiano a cura del centro Informare un’h e disponibile a questo link,  è un testo di diviso in 18 aree tematiche, ciascuna delle quali focalizzata su uno degli articoli della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che pone l’accento, oltre su vari altri argomenti come lavoro, istruzione, mass media ed emarginazione sociale, anche sul tema della violenza contro le donne.

Infine, se vogliamo metterci la faccia, una azione che non ci costa davvero nulla: la campionessa di scherma paralimpica Bebe Vio ci invita, in qualitò di testimonial, ad aderire alla campagna #sempre25novembre promossa da Sorgenia. Il senso è che non si può relegare al solo giorno del 25 novembre l’attenzione e l’impegno contro la violenza sulle donne, ma bisogna far sì che sia sempre il 25 novembre. Sotto questo slogan, l’invito è a postare sui canali social  una propria foto con il numero 25 e l’ hashtag dell’iniziativa. Per ogni post Sorgenia devolverà un euro a “La grande casa”, cooperativa sociale per l’ accoglienza di donne con i loro bambini.

 

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Redazione