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Nella giornata Internazione delle Persone con Disabilità facciamo il punto sulle politiche, senza dimenticare il peso del contesto sociale e culturale del nostro Paese

Si celebra oggi la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, appuntamento che dovrebbe richiamare all’attenzione pubblica l’attuale condizione dei cittadini disabili, promuovendo contestualmente la sollecitazione ad interventi che siano il più possibile orientati a migliorarne le condizioni di vita.

Ha senso, ci chiediamo ogni anno, celebrare una giornata che riguarda i miliardo di persone nel mondo? Guardandoci intorno ci tocca dire che sì, è ancora importante accendere i riflettori su una condizione che nel prossimo futuro è destinata a interessare sempre più cittadini, e che non è solo una questione di civiltà, ma anche di sviluppo, quindi di economia e, naturalmente, politica.

Sulle emergenze che il mondo della disabilità vive tutt’ora - accentuate anche dalla attuale pandemia - scriviamo tutti i giorni in queste pagine: tra le priorità che nel nostro Paese non si possono rimandare c’è sicuramente la necessità di intervenire normativamente sul fronte del sostegno alle famiglie che si occupano di congiunti con disabilità, quindi col riconoscimento della figura del caregiver familiare, che di fatto è un lavoratore che si sostituisce allo stato nelle sue funzioni assistenziali. Il carico sulle famiglie è un peso che non è più possibile sostenere, e che richiama la necessità inderogabile di intervenire il più presto possibile con sostegni e interventi strutturali che vadano oltre il “semplice” aumento dei giorni di permesso di legge 104: pena, il crollo dell’intero sistema.

In Italia mancano ancora politiche efficaci di sostegno all’inserimento lavorativo delle persone con disabilità: a vent’anni dall’approvazione della legge sul collocamento mirato (la l. 68/1999) siamo ancora molto lontani da una reale inclusione nei posti di lavoro, con picchi di inoccupazione inaccettabili. Il diritto al lavoro (sancito dall’articolo 29 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità), peraltro è inscindibile da altri importanti diritti, attualmente non del tutto esigibili, come quello ad una vita autonoma, al movimento e agli spostamenti, e alla partecipazione a tutti gli ambiti della vita (rispettivamente articoli 19, 20 e 29 della Convenzione). Facendo un piccolo esame dei singoli punti, vediamo che la strada da percorrere è ancora parecchio lunga.

Sul fronte scuola e disabilità le fragilità sono numerose: quelle del sostegno spesso mancante o zoppicante sono state aggravate esponenzialmente quest’anno dallo tsunami Coronavirus, che ha rimesso completamente in discussione i modelli scolastici, tra lezioni in presenza difficili da garantire e i limiti della didattica a distanza, col rischio sempre dietro l’angolo di una es-clusione, anziché in-clusione.

La voce salute, autonomia e riabilitazione chiama in causa necessariamente i LEA - Livelli Essenziali di Assistenza - e la loro frammentarietà territoriale, oltre che la vecchia questione di un nuovo Nomenclatore Tariffario degli ausili e delle protesi lasciato a metà, nel quale manca l’aggiornamento delle tariffe.

Ma allargando lo sguardo a quello che abbiamo intorno c’è anche molto altro, che non ha a che fare direttamente con gli interventi e le politiche: qualcosa che vive e si alimenta nella società, nei contesti reali e virtuali che abitiamo. C’è, ancora, sottotraccia, un sentimento generalizzato di intolleranza o non accettazione verso ciò che ci sembra diverso; lo vediamo nelle parole che attingono al mondo della disabilità per insultare: i vari “mongoloide!” urlati in tv ne sono la dimostrazione.
Rileviamo ancora, in una società che si dice aperta e progressista, una resistenza a occuparci di argomenti come la sessualità delle persone disabili, come se la cosa non dovesse riguardarli o interessarli, facendo emergere ancora una volta il retro pensiero che vede la persona disabile come una figura incompleta, mancante e – quel che è peggio - non in grado di determinarsi.

Ci sono ancora spesso rappresentazioni stereotipate della disabilità, raccontata nei media ora come disgrazia, ora come specialità: raramente, ancora, come condizione tra le molte possibili.

Frutto del clima generale sono anche i rigurgiti di discriminazione basata sul genere, sull’orientamento sessuale, sulla provenienza geografica, che nel caso di disabilità si amplificano, portando a pericolose e gravissime derive, come testimoniato dai numeri sulle violenze subite dalle donne con disabilità.

Non mancheremo di dire che negli ultimi anni sono anche stati fatti notevoli passi avanti nelle politiche per le persone con disabilità, ma il quadro che abbiamo brevemente tracciato ci fa dire che il bilancio è ancora in rosso. Inesorabilmente la strada è tracciata, ma l’errore sarebbe credere che si possa demandare alla sola politica un impegno che invece deve essere di tutti, nessuno escluso.

Per approfondire:

Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità

Rilevazione ISTAT dati disabilità (2019)

Redazione

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