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La storia di Constanza Orbaiz, una donna con paralisi cerebrale dalla nascita che aiuta i bambini a scoprire che cosa possono fare vivendo con una disabilità

Constanza Orbaiz è una donna di trent'anni, originaria di Martìnez, Buenos Aires. Maestra e psicopedagogista, sta dedicando la sua vita all'insegnamento e all'aiuto di bambini con disabilità, tra i quali alcuni che hanno una storia di vita simile alla sua. Constanza stessa, infatti, è una donna con disabilità: a seguito di due arresti respiratori avvenuti nel giro di un giorno dopo la sua nascita, le lesioni al cervello hanno compromesso il funzionamento del suo apparato motorio.“Paralisi cerebrale, hanno detto i medici. In quel momento, nessuno sapeva cosa sarei stata in grado di fare, però una cosa era sicura: qualunque cosa avessi fatto, l'avrei fatta in modo diverso.
Ed è proprio la diversità lo spunto che ha dato a Constanza la spinta a vivere la sua vita appieno, contando sul fatto che fare le cose in modo diverso non è un limite, ma uno stimolo a cercare una via unica e originale di indirizzare la propria vita.
Interessante ed ispirante dunque il modo in cui ci invita ad approcciarci alla disabilità, nel quale si riflette la sua esperienza personale e il suo esempio. Ne ha parlato in un TEDx svoltosi a Rìo de la Plata, di cui riportiamo qui alcuni stralci e una parte di video alla fine.

DISABILITA' E VITA A SCUOLA – Per quanto riguarda la sua infanzia, Constanza racconta delle sue esperienze a scuola e di come abbia trovato sia insegnanti pronti a supportarla e aiutarla che altri che, forse per mancanza di preparazione, invece non sapevano bene come rapportarsi con lei: “Durante la scuola primaria, molti insegnanti mi hanno aiutata. Loro erano in grado di vedere tutti i risultati che avrei potuto raggiungere. Naturalmente c'erano altre persone che credevano che non avrei mai finito la scuola primaria o la secondaria. L'università era fuori discussione. Altri preferivano che io fossi in fondo alla classe perchè sembrava che non sapessero cosa fare con me. Non erano preparati. Nessuno è preparato; la disabilità non ti manda un messaggio su Whatsapp dicendoti: “Preparati, sarò lì tra 5 minuti.”. Comunque sia, il modo migliore per farsi trovare pronti è valorizzando la diversità come parte della vita di tutti i giorni, valorizzando ogni studente, ogni persona, per ciò che è in grado di fare.

“GIOCARE” LA PROPRIA DIVERSITA' – Degli anni della sua infanzia ci parla anche dei momenti di gioco e del suo tempo libero: “Dopo la scuola, i bambini hanno calcio, lezioni di danza o hockey. Invece i bambini con una disabilità hanno le terapie. Lunghe ore, diversi volti, diverse prospettive. E quando ero una bambina, questo si rifletteva nei miei giochi. Sì, le mie bambole avevano le terapie. Quando giocavo con un'amica, lei mi diceva: “Che strano, io sto giocando a portarle al parco e tu le porti sempre in un posto dove fanno una cosa che si chiama chinesiologia?”. Quello che vivi da bambina lascia un segno su di te. Per questo è così importante che quelli tra di noi che lavorano con i bambini sappiano come trattarli; più di ogni altra cosa, sono bambini.

IL PROGETTO “DESDE ADENDRO” - Lo sguardo alla persona e alle sue esigenze come tale continua anche nel momento in cui Constanza ci parla del suo progetto Desde Adendro, che letteralmente significa “dall'interno”: “Dopo essermi laureata, ho fondato Desde Adentro, un progetto nel quale ho trasmesso il mio approccio alla disabilità. Perchè studiare di una gamba storta non è lo stesso che vivere ogni giorno con una gamba storta”.
L'obiettivo è proprio quello di far entrare le persone nei panni di chi vive la disabilità come una cosa quotidiana e normale, oltre che far capire a chi lavora con persone disabili che non può mancare uno sguardo alla persona che hanno davanti e alle sue esigenze: “Sembra che le stesse formule vengano ripetute per casi che sono già molto diversi. Per esempio: “Paralisi cerebrale: rafforza il busto, stimola la camminata, metti delle stecche, fai degli interventi chirurgici”, un pizzico di sale e uno di pepe. E la persona? Hanno pensato a lei? Sanno come vive con le sue difficoltà? Conoscono i suoi desideri e le sue paure? Se si tratta di un bambino, rispettano il suo momento di gioco così necessario per la sua crescita? Le risposte ci faranno sapere di cosa hanno bisogno le persone per essere se stesse. E qui le divisioni con cui classifichiamo le diagnosi sarebbero troppo limitate, perchè una persona è sempre molto di più di una diagnosi.

IL MESSAGGIO FINALE –Sembra che la disabilità sia uno specchio in cui nessuno si vuole riflettere. Quanto ero una bambina, un giorno una suora mi si avvicinò, mi guardò e mi disse: “Spero che un giorno tu possa guarire.”. Io la guardai e senza esitazione le risposi: “Ma io sono già guarita!”. Sì,  perchè in ogni caso la “cura” è stata imparare a convivere con la mia condizione.”
Alla fine, un consiglio e una nota d'ironia: “Quello che bisogna fare è semplice; rendere più facile quello che è difficile. Non siamo dei “poveretti”, non siamo angioletti. Non siamo speciali, speciali...sono le pizze!”.




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Anna Dal Lago

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