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fumetto con scritto: free thinkingNella Giornata internazionale delle persone con disabilità riflettiamo sulla percezione del disabile nella nostra società

Si celebra oggi la Giornata internazionale delle persone con disabilità, istituita dall'Onu. E' una giornata che "riguarda" direttamente i 3,2 milioni di italiani (sopra i 6 anni) disabili, tra coloro che presentano limitazioni di tipo motorio (un milione e mezzo di persone), un altro 1,4 milione con "maggiore riduzione dell'autonomia" e altre 900 mila con limitazioni della comunicazione. Questi i numeri, che andrebbero accompagnati a quelli che riguardano l'integrazione (o la sua mancanza) sociale, lavorativa, scolastica di chi ha una disabilità.

Numeri dei quali  su disabili.com parliamo ogni giorno, e che ci siamo chiesti se avesse senso riproporre anche oggi. Come da qualche anno a questa parte, infatti, ci troviamo a riflettere sul significato di una giornata dedicata alle persone con disabilità : il suo obiettivo, la sua efficacia, la sua funzione. Quest'anno come redazione abbiamo quindi pensato di dedicare questo giorno a ribadire un concetto semplicissimo, che quando sarà ovvio, banale e assunto collettivamente renderà non più necessarie giornate come questa, ovvero che la disabilità è cosa normale.

Disabilità come cosa normale significa condizione  che non deve richiedere particolari privilegi, particolari concessioni, né attività di sensibilizzazione o petizioni e rivendicazioni da conquistarsi in quanto minoranza.

La strada per questa meta, lo sappiamo, è lunga, e certo passa per il raggiungimento di diritti (realmente applicati!) che ancora tardano ad arrivare. Ma per quanto  sta in ciascuno di noi, cerchiamo di vedere i lati positivi, i passi compiuti, quanto si è fatto e già si fa perché l'inclusione della disabilità nella società parta anche e soprattutto dalla testa delle persone: perché è lì che avvengono le rivoluzioni. Sono sempre più convinta che far conoscere la realtà della disabilità e delle persone che la vivono a coloro che non ne hanno esperienza diretta sia il primo passo per costruire una visione collettiva realmente inclusiva. Ad esempio, far capire le moltissime cose che le persone con diverse disabilità fanno o possono fare, oltre a quelle che non riescono a fare. Far passare il concetto che non si tratta di "alieni", ma di persone con caratteristiche che li portano  ad avere necessità e quindi strategie alternative per fare le cose, ad esempio.


Ma insomma, cosa dovremmo fare, come dovremmo muoverci? Io credo che intorno a noi ci siano più spunti di quanti crediamo. Cogliamoli, e replichiamoli quando possibile.

Volete qualche esempio? Eccoli. Penso alla spinta nuova che stanno avendo le sempre più numerose iniziative locali di creazione di parco giochi inclusivi, ad esempio. Comuni, anche piccoli, che credono nell'importanza del valore educativo e sociale di spazi di gioco nei quali i bambini con e senza disabilità possano divertirsi insieme. Chè dondolarsi su un'altalena vicino a un amichetto in carrozzina è una pratica che può fare molto più di ore e ore di spot "sociali".

Penso ad esempio alla sempre crescente attenzione verso il Design for all, ma anche alle iniziative culturali e contest nei quali si promuove finalmente una visione della disabilità "leggera", normale, appunto, come il concorso fotografico Bada che rido. Un modo per sdrammatizzare la condizione di disabilità, senza nascondere le difficoltà e il dolore che comporta, ma raccontandola anche per quello che talvolta sfugge: una condizione che non impedisce l'instaurarsi di rapporti - di amicizia, d'amore, di aiuto, di lavoro.

L'ultimo esempio che vorrei portarvi  è quello di Claire Wineland,  ragazza americana malata di fibrosi cistica che nel suo canale di Youtube racconta la sua vita quotidiana: quella di una ragazza come tutte. E lo fa con il sorriso, con i suoi tubicini che spuntano dal naso, ma anche e soprattutto con l'entusiasmo di una diciassettenne.  Perché lo fa, Claire? "Il mio obiettivo è abbattere le barriere che la gente tende a costruire con chi vive una malattia", dichiara sul suo profilo Facebook. E lo fa ironizzando anche sui suoi ricoveri, dei quali, con una buona dose di umorismo, non manca di cogliere gli aspetti positivi: "Servizio in camera 24 ore su 24, niente scuola, snack illimitati, la tv via cavo, il WiFi".
Oh - viene da pensare - una persona malata che può fare dell'ironia della propria condizione!? Oh, una persona con la quale si può anche ridere, e non solo guardare con compassione!? Ma allora la disabilità, la malattia possono essere parte della vita di tutti i giorni, non sono mondi a parte, non sono da evitare perché…chi lo sa come vanno maneggiate!?

…Credo che il giorno in cui sarà normale parlare di disabilità, e anche - perché no - riderne consapevolmente e con rispetto, le giornate internazionali dedicate non avranno più bisogno nè senso di esistere.  

Facciamo in modo che questo giorno arrivi il prima possibile.


IN DISABILI.COM:

Giornata Mondiale della disabilità: ipocrisia o una occasione per il cambiamento?

 

Francesca Martin