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Chissà a quanti dei navigatori di Disabili.com sarà capitato di seguire, martedì tre dicembre,  la trasmissione di intrattenimento e di informazione di Canale 5 "Verissimo", condotta dalla giornalista Cristina Parodi. Nella puntata in questione, è stato trasmesso un servizio strettamente di cronaca: si trattava dell'omicidio commesso alla periferia di Milano da parte di un padre disperato nei confronti del figlio malato di sclerosi multipla. Una cosa è certa, non è mai facile realizzare un servizio su queste difficili e tristi realtà.
Il fatto ci porta indietro di cent'anni. Mentre scorrono le immagini  del portone d'ingresso del palazzo, e poi della porta dell'appartamento ora posto sotto sequestro, infine del carabiniere che piantona il pianerottolo, il  giornalista che si accinge a chiudere il servizio parla della vittima come di "un giovane di trentatrè anni che non accetta di essere handicappato".
Cosa significa essere handicappato, per una persona di trentantré anni malato di sclerosi multipla, una malattia progressiva che come tutti sappiamo, porta ad un cambiamento radicale  della qualità di vita costantemente nel tempo e ti costringe a cambiare sempre il tuo punto di riferimento. Relativamente al servizio e da ciò che si è potuto evincere, la malattia  non aveva ancora raggiunto situazione di grave difficoltà,  in quanto il ragazzo in questione viveva da solo, (anche se aiutato dai genitori) riusciva a camminare, guidava l'autovettura.
Situazione questa molto invidiabile da parte di persone non autosufficienti, che  vivono gravi disagi quotidianamente. Questo è uno dei tanti casi in cui viene fatto del cattivo giornalismo, soprattutto in una trasmissione come questa, con un grande pubblico. Si è detto, che non accettasse (chissà  poi se sarà vero) di essere handicappato, ma poi cosa vuol dire essere handicappato? Perché spesso è consuetudine utilizzare tali termini? In realtà molto probabilmente non accettava la sua malattia per le difficoltà che essa comportava.
Che rabbia continuare a sentire questi discorsi e queste considerazioni ancora oggi,  nonostante le numerose  battaglie avanzate per difendere i propri diritti e tanti anni spesi a spiegare che un disabile può e deve avere una vita come tutti gli altri, sentirsi felice o infelice come ogni altro essere umano. Quanti esempi abbiamo per dimostrare che l'handicappato, come lo chiamano loro, può realizzarsi professionalmente, può mettere su famiglia, praticare sport ed  avere anche grandi soddisfazioni sotto tutti i profili? Quanti fiumi di inchiostro  dobbiamo ancora versare, per chiarire a coloro che non vogliono capire, che l'intelligenza non necessita di braccia o di  gambe per potersi realizzare?
Vorrei veramente che una volta per tutte si finisse di far apparire la vita di un disabile  "una schifezza", perché questo non corrisponde a verità. E vorrei far capire che servizi come questo continuano a creare retaggi culturali che fanno danni indelebili.

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