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“L'attesa forse è la cosa più difficile da affrontare. Vivi alla giornata con emozioni altalenanti e speri sempre in quella chiamata che può risolverti la vita. Ma la cosa che più mi fa rabbia è pensare a come arriverà questo "nuovo cuore"

Mi fa rabbia che per poter salvare la mia vita dovrei sperare nella morte di un altro ragazzo”. Queste sono le parole del mio amico Marco Maurizio, al momento in ospedale in attesa di un trapianto di cuore. Sta facendo tutto il possibile per resistere fino a quando verrà donato un cuore adatto a lui, ma la consapevolezza che sia necessario un lutto lo disturba davvero molto. Quanto vorrebbe fosse possibile utilizzare un cuore artificiale, che oltretutto porrebbe fine alla sua logorante attesa!

Marco si impegna al massimo per tener alto il suo umore, è positivo ed allegro. Ha visto con i suoi occhi che la depressione indebolisce tutto il corpo e sa bene che per affrontare il trapianto deve essere il più forte possibile, una banale influenza potrebbe far saltare l’operazione. Quindi mangia anche quando non ha fame e cerca di distogliere l’attenzione dai vari malesseri fisici.
Mi dice. “Hai sentito di quella ragazza morta di tumore a 21 anni? Poverina! Io rispetto a lei sono molto fortunato, perché avendo 34 anni ho vissuto molti più anni di lei senza avere problemi di salute. Se penso poi ai bambini piccoli malati, mi vergogno anche delle volte in cui mi sono lamentato.”
Gli chiedo se gli farebbe piacere mettere per iscritto i suoi pensieri. Lui mi risponde che sarebbe felice se le sue parole potessero in qualche modo dare conforto a qualcuno, magari a chi, come lui, vive nell’attesa di un trapianto.
La sera stessa scrive di getto quanto segue:

"A 34 anni un giovane dovrebbe pensare al mutuo migliore da scegliere o a come riuscire ad arrivare a fine mese e fantasticare sui nomi da dare ai propri figli... invece capita che, dopo una vita spesa sui campi da calcio ed il lavoro, a giugno il tuo cuore decida di dare forfait. Inizia a mancarti il respiro, ti sembra di non poter più sentire l'aria fresca che attraversa il tuo corpo... I tuoi organi "mal alimentati" da un cuore stanco, iniziano a cedere un po’ alla volta... Dopo 4 ricoveri in 5 mesi ed un primo intervento per mettere un defibrillatore "salvavita", ti viene comunicato che l’unica soluzione possibile per continuare a programmare un futuro è il trapianto cardiaco.
Sinceramente non è una notizia da tutti i giorni e le reazioni sono delle più svariate.
I pensieri che iniziano a pervadere la tua testa sfiorano, a volte, l'assurdo. Non è facile farsene una ragione e ti domandi perché proprio a me? È una prova che devo superare per dimostrare che in fin dei conti ce la posso fare, oppure è semplicemente una nuova prova di maturità? Forse entrambe le domande contengono la verità o forse nessuna delle due.

Sicuramente non è una situazione facile, ma io posso garantire che tutto dipende dallo spirito. Il morale aiuta anche nei momenti più neri e per mia fortuna non mi è ancora mai mancato il sorriso, la battaglia è dura ma io non sono uno che si arrende!!!!
L'attesa forse è la cosa più difficile da affrontare. Vivi alla giornata con emozioni altalenanti e speri sempre in quella chiamata che può risolverti la vita.

Ma la cosa che più mi fa rabbia è pensare a come arriverà questo "nuovo cuore". Per potermi salvare dovrei sperare nella "brutta fine" di un giovane più o meno mio coetaneo con lo stesso gruppo sanguigno, altezza e peso, un ragazzo che, come me, magari sta pensando al mutuo migliore o al nome da dare alla creatura che forse un giorno non potrà neanche stringere tra le braccia!
Chi determina che io debba vivere o morire rispetto a qualcun altro? Il fato? La sorte? Forse sono più bello e quindi merito di vivere? O forse sono più brutto e allora merito la morte? Domande che in me non trovano risposta, le vedo oltre il limite dell’umano buon senso. Non esiste un giudice imparziale che possa dire l'ultima parola su un argomento così delicato. Resta solo un gran senso di vuoto, perché l'attesa di per sé ti sembra già una punizione severa...

Il tuo fisico non ti permette di essere normale e fare una semplice rampa di scale diventa l'arrampicata della vita sul monte Everest. Non sei più in grado di avere i tuoi tempi e i tuoi spazi, perché sei sempre condizionato dai ritmi e tempi delle meravigliose persone che si prendono cura di te. Io sono molto fortunato e ringrazio di avere tre splendide sorelle che in parte sacrificano le loro famiglie per aiutarmi, ma è giusto così? Io al loro posto farei quasi sicuramente lo stesso, perché i nostri cari genitori, che non ci sono più, ci hanno insegnato il valore e l'importanza della famiglia e della vita.

Mi piacerebbe dire infine, seppur con rammarico, che se non dovessi avere la possibilità di stringere a me un figlio, perché il fato ha così sentenziato, non avrei alcun rimpianto.
La vita che ho vissuto, ogni tassello posto, nel mosaico di questi 34 anni, è una parte fondamentale di me e della persona che sono... quella persona che ogni mattina, avvolta in un turbinio di emozioni, in un mix giusto tra speranza, paura, tensione e senso di impotenza si alza e si guarda allo specchio fiera di quello che è".


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Deborah Munaron


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