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copertina del libro solitudine dei numeri primiPubblichiamo la recensione del celebre romanzo di Paolo Giordano a cura di Federico Girelli, Presidente del Comitato Siblings Onlus – Sorelle e fratelli di persone con disabilità

 

L’infelicità conduce alla solitudine; la solitudine consolida quell’infelicità. Ma non è detto che tale circolo vizioso non possa mai ed in nessun modo essere interrotto.

Il libro di Paolo Giordano si apre con l’episodio che segnerà per tutta la vita Alice, una dei due protagonisti de «La solitudine dei numeri primi».
Alice «odiava la scuola di sci», ma il padre l’ha obbligata a frequentarla sin da piccola. Il giorno in cui decide di disertare la lezione ha un incidente che, ancora bambina, le provoca irrimediabilmente la perdita dell’uso di una gamba.
Alice riterrà suo padre il vero responsabile della sua menomazione e crescerà trascinandosi anche un serio disturbo alimentare, che nemmeno il sincero amore (in buona sostanza non ricambiato) di suo marito Fabio riuscirà a sconfiggere.


Nelle prime pagine che l’Autore dedica poi a Mattia, l’altro protagonista, emerge il punto di vista di un bambino rispetto alla disabilità della propria sorella gemella. Un bambino che già molto piccolo sente dire dal padre frasi del tipo: «Chissà che avete combinato dentro quella pancia […] Mi sa che a forza di dare calci a tua sorella le hai procurato qualche danno serio». Un papà ancora inconsapevole dei problemi della figlia, inconsapevole probabilmente del proprio ruolo di padre, che, però, a suo modo, alla luce dell’intera vicenda narrata, credo voglia davvero bene a Mattia, pur nell’incapacità di dimostrarlo.


In queste prime pagine emerge anche come Mattia veda incisa la propria vita dalla condizione di sua sorella Michela, una bambina che sin da piccola spesso «ne combinava una delle sue».
Poi inizia la scuola: Mattia diventa sempre più bravo, mentre Michela, seduta al primo banco a fianco a lui (che aveva scelto quel posto perché nessun altro lo aveva voluto), se andava bene, «colorava per tutto il giorno, disegni prestampati, andando meticolosamente fuori dai contorni e assegnando i colori a caso», altrimenti, «prendeva a dimenarsi sulla sedia a sbattere le braccia forsennatamente, come una falena in trappola».
Ma il vero dramma di Mattia non è avere una sorella con disabilità, bensì averla perduta.
Il dolore per la perdita della propria sorella è devastante, ma se la “perdita” va intesa anche nel significato letterale del termine acquista un peso (non solo semantico), che non si può che definire micidiale.
Quando, in terza elementare, per la prima volta vengono invitati alla festa di compleanno di un compagno di classe, Mattia decide di non portare con sé Michela e di lasciarla nel parco seduta su di una panchina «solo mezz’oretta», una «mezz’oretta» che però si protrae fino a sera, «quando fuori era già buio». Michela non sarà mai più ritrovata.
Così Mattia scava un «baratro […] tutto intorno a sé», che il suo (unico) amico di scuola Denis aveva col tempo «imparato a rispettare», accontentandosi, pertanto, «di sedersi sul ciglio, con le gambe a penzoloni nel vuoto».


I destini di Mattia e Alice si incrociano: i due (ormai) ragazzi si conosceranno a scuola.
Secondo Mattia (un vero genio della matematica) loro due sono come i numeri «primi gemelli» ossia «coppie di numeri primi che se stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero»; insomma, dei numeri primi «ancora più speciali», fermo che, magari, anche agli stessi numeri primi «sarebbe piaciuto essere come tutti, solo dei numeri qualunque», senza tuttavia esserne capaci.
Quelle di Mattia e Alice sono due solitudini destinate ad incrociarsi, ma non certo ad unirsi, per via della ineluttabile regola dei numeri primi gemelli.

L’isolamento da tutti e da tutto pervicacemente perseguito da Mattia per difendersi dal male pervasivo, che l’affligge (soffre anche di crisi di autolesionismo), quel vuoto di pietra, che serve a resistere ad un dolore indicibile, può rappresentare veramente un’efficace via di fuga? Non concorre, invece, ad alimentare la capacità di erosione di questo indicibile dolore?
La vita umana è complessa, sfugge alle (rassicuranti) regole della matematica e anela alla libertà, pure nella più cupa disperazione. La gabbia dei numeri primi, se esprime appieno la condizione esistenziale di Mattia e Alice, non per ciò solo rappresenta una condizione insuperabile, pur con tutta la sua drammaticità.


Alice e Mattia troveranno strade diverse: non potevano trovare insieme una via d’uscita.
Mattia vince una borsa di studio per la matematica in una università dell’Europa del Nord e, venuto in Italia su richiesta di Alice, ritornerà nel suo rifugio di ghiaccio dove, forse, troverà anche l’amore.
Alice, compreso finalmente che Mattia non può essere l’uomo della sua vita (come del resto non lo era suo marito), acquista consapevolezza di saper «alzarsi da sola».
«Sola», riferita appunto ad Alice, è l’ultima parola di questo libro: credo che Paolo Giordano intenda dire che Alice ora è libera.

 

Federico Girelli
Presidente del Comitato Siblings Onlus – Sorelle e fratelli di persone con disabilità
(www.siblings.it)


P. GIORDANO, La solitudine dei numeri primi,
Mondadori, Milano, 2008,
pp.304

 

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