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Riprendiamo il colloquio con il professor Renzo Scortegagna, docente di sociologia dell’organizzazione, di cui vi abbiamo parlato già nell’articolo pubblicato ieri, e che trovate a questo link.
Dopo la presentazione dell’evoluzione del concetto di disabilità negli ultimi venti anni, con il nostro interlocutore ci occupiamo di un altro argomento che ci sta molto a cuore, ovvero l’invecchiamento della popolazione, e la conseguente crescita di forme di disabilità riconducibili a questo periodo di vita.
Le indicazioni su come affrontare queste situazioni, tuttavia, non riguardano solo gli anziani…

So che uno dei suoi principali interessi di studio e di ricerca è l’invecchiamento. Gli anziani incontrano la disabilità dentro il processo di invecchiamento ed è molto difficile per loro adottare ausili che potrebbero migliorare la loro qualità della vita, al contrario di quanto invece capita per il disabile giovane o adulto. Quanti anni occorreranno perché questa prospettiva diventi reale anche per la persona anziana?

“L’osservazione è molto puntuale: perché la prospettiva diventi praticabile, occorre che cambi l’approccio all’invecchiamento. Oggi la cultura considera la vecchiaia una stagione della vita che anticipa la morte e quindi tenta di negarla, di nasconderla, come se essa rappresentasse il fallimento della piena efficienza e della intramontabile giovinezza. Meglio quindi nascondere un vecchio disabile, piuttosto che promuoverlo e aiutarlo ad accettare la sua autonomia residua per viverla integralmente, anche con il supporto di specifici ausili. In questo senso l’approccio alla vecchiaia è ancora un approccio che si ferma a considerare e a curare le perdite (di ogni tipo), piuttosto che un approccio che riconosce e valorizza le potenzialità residue.
Riconoscere e investire sulle potenzialità non significa negare la disabilità, ma credere nel maggior valore dell’autonomia (anche con specifici ausili), piuttosto che sulla inevitabilità della dipendenza. Anche in questo caso il tema non riguarda soltanto gli anziani disabili, ma anche gli operatori dei servizi e i familiari, che spesso diventano, senza volerlo, iper-protettivi, sottraendo anzitempo la residua autonomia degli anziani medesimi”.

Un’ultima domanda sempre sul tema della vecchiaia. Ho conosciuto giovani pensionati che speravano di migliorare, con la pensione, la loro qualità di vita e che sono rimasti profondamente delusi; e questo specialmente quando queste persone avevano svolto prevalentemente attività manuali. Conosco casi contrari per pensionati che avevano svolto attività intellettuali. C’è una spiegazione?

“Non credo esista una connessione diretta tra il genere di attività svolta e il successo di vivere la condizione del pensionato. Molto dipende dalla modalità con cui la persona affronta il nuovo periodo della vita. Se si affronta come se si trattasse di un periodo in cui si può vivere “di rendita”, sulla base dei meriti acquisiti, o un periodo “di riposo” dalle fatiche compiute in età lavorativa, i rischi di invecchiare male sono molto elevati. Se al contrario il pensionamento viene affrontato come un’età da ri-progettare, trovando nuovi obiettivi da perseguire con la disponibilità di ripensare anche alla propria identità, che non può essere quella di un ex (ex insegnante, ex operaio, ex impiegato ecc.), allora le probabilità di invecchiare bene aumentano considerevolmente. Forse l’attività manuale o intellettuale svolta può dare qualche vantaggio; penso però che più di ogni altra cosa valga la disponibilità a cercare qualcosa di nuovo anche nell’anzianità; valga la voglia di apprendere continuamente; valga la curiosità di sapere e di provare. Allora l’anziano può ascoltare la sua creatività, può esplorare nuovi interessi, può allacciare nuove relazioni, può impegnarsi in nuovi campi. E questo atteggiamento di solito non tradisce. Occorre però una politica che crei queste opportunità e queste prospettive, per non lasciare queste difficili scelte soltanto alle singole persone”.

INFO:

Vedi anche il precedente intervento del professor Renzo Scortegagna su Disabili.com:
DISABILITÀ, COME È CAMBIATA NEGLI ULTIMI VENTI ANNI


Il sito dell’Università di Padova


[Valter Nicoletti