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L’esclusione sociale a Vicenza cresce e la società nel suo complesso non riesce a dare risposte adeguate.
Potrebbe essere questa la sintesi che emerge dall’analisi dei dati relativi a quattro anni di attività, dal 2000 al 2003, dei due Centri di Ascolto della Caritas diocesana aperti in Contrà Torretti a Vicenza.
Si tratta di un rapporto che illustra solo un segmento del complesso delle attività svolte dalla Caritas vicentina (si tratta solo dello 0,8% delle prestazioni erogate, che comprendono anche l’attività pedagogica e di formazione), ma da essi prende comunque forma un Osservatorio diocesano sull’esclusione sociale con cui la Caritas vicentina viene in contatto.

I numeri evidenziano che nel 2003 le persone che si sono rivolte allo Sportello Accoglienza e allo Sportello Donna sono state ben 1.383 (1.107 immigrate e 276 italiane), sulle quali sono stati realizzati 1.743 interventi ed erogate 1.868 prestazioni.
Ad impressionare maggiormente, già a partire da questi dati, è il significativo trend di crescita del bacino di utenza, che in quattro anni si è quasi triplicato (+145%), a sottolineare di fatto l’acuirsi di situazioni di disagio che cercano risposte nella Caritas diocesana.
Fra le caratteristiche di fondo va segnalata la forte presenza di immigrati (quattro per ogni italiano), la predominanza maschile fra gli assistiti italiani (quasi il 66%) e quella femminile fra gli immigrati (53,7%).

Complessivamente si tratta di una povertà sia monetaria, che materiale, che culturale: la mancanza di un reddito o la sua insufficienza a garantire standard di vita minimi è riscontrabile infatti nell’86,1% delle persone, mentre 6 volte su 10 ad esso si associa la mancanza di un’abitazione.
Da un’analisi delle fasce di età emerge invece un altro dato significativo, quello di un ringiovanimento delle situazioni di disagio, con un allargamento della presenza di giovani sotto i 30 anni (21,1%) e una corrispondente progressiva contrazione della fascia anziana, a conferma del fatto che le persone in età avanzata in difficoltà trovano probabilmente altri interlocutori locali.
Da un punto di vista lavorativo, invece, si va espandendo la quota di assistiti in attesa di una qualche forma di inserimento nel mercato del lavoro (68%).
Negli utenti italiani il disagio si lega spesso ad esperienze di dissoluzione dei legami coniugali (18,9% degli italiani censiti), dai quali nascono nuclei formati da una sola persona (soprattutto uomini) o composti da un genitore con figli (maggiormente donne).
Fra gli immigrati la solitudine va ricondotta invece alla non realizzazione dei ricongiungimenti familiari.

Alla Caritas le persone italiane in difficoltà chiedono soprattutto un aiuto di tipo assistenziale (66,1%), che si traduce prevalentemente nell’ottenimento di sussidi economici (33,8%) e in soluzioni alloggiative di fortuna (26,2%).
Dai numeri emerge tutta la debolezza della rete relazionale e il limite funzionale dei servizi pubblici che dovrebbero intercettare la domanda e i bisogni sul Territorio: la maggior parte infatti (il 56%) dichiara di non essersi rivolta a nessuno in precedenza per chiedere aiuto.
Si tratta di risultati che mettono in luce anche l’inadeguatezza del sistema di protezione sociale, che non risulta essere in grado di prevedere risorse aggiuntive per chi non rientra nei requisiti che danno diritto a forme assistenziali pubbliche.
Ne è una riprova il fatto che gli stessi servizi pubblici rinviano una parte dei casi proprio alla Caritas. 
Le persone straniere che si rivolgono alla Caritas esprimono, invece, bisogni primariamente di tipo assistenziale (51,6%), in particolar modo richiesta di sussidi economici (23,9%) e di soluzioni alloggiative temporanee (24,6%).

Famiglie sempre più diverse, sempre più sole
I dati di questa ricerca – commenta don Giovanni Sandonà, direttore della Caritas Diocesana – mettono in luce i nodi critici del sistema di protezione sociale locale.
Innanzitutto, aumenta la fragilità delle famiglie e le separazioni stanno diventando un fattore di rischio di povertà: nascono nuovi tipi di famiglie, come quelle composte da un solo genitore con figli o anche da una sola persona separata.
Si tratta di realtà nuove, che richiederebbero interventi specifici e un aggiornamento delle reti di sostegno familiare; di fronte a una fragilità familiare più complessa del passato, gli ordinari sussidi economici sembrano infatti inadeguati a fornire risposte efficaci
”.

La casa come tomba?
 “Non possiamo inoltre – prosegue il direttore della Caritas diocesana - non evidenziare la mancanza in generale di una efficace politica della casa.
Quando parliamo di esclusione sociale conclamata, la sola offerta di un alloggio come occasione di promozione sociale appare una soluzione precaria, qualora sia possibile.
Ha senso, ad esempio, assegnare una casa a una persona che vive l’esclusione, se poi essa viene lasciata lì da sola?
Non significa di fatto scavarle la tomba?
Se la casa, infatti, è una risposta necessaria, non è altrettanto detto che un percorso di inclusione sociale sostenibile significhi assenza di altre forme di promozione umana.
Non si potrebbe ad esempio pensare a piccole convivenze assistite, a misura familiare e condizionabili alla disponibilità dei soggetti a percorsi di integrazione?
Senza questi percorsi complessivi, pur avendo un tetto sopra la testa, si può infatti incorrere in una regressione escludente la persona
”. 

Il lavoro che nobilita i nobili
L’aumento del lavoro precario – riflette don Sandonà - mette in crisi le prospettive per il futuro di molte famiglie, ma esso diventa devastante per chi vive sulla sua pelle una situazione di esclusione sociale. Le attuali politiche del lavoro infatti non sono in grado di consentire inserimenti agevolati ed accompagnati per particolari fasce deboli di popolazione”.

Pubblico e privato per un sistema sociale da “favola”?
Il bisogno di assistenza sociale – prosegue il direttore della Caritas vicentina - sta aumentando per quantità, per qualità e in complessità, ma le risorse economiche disponibili sono sempre meno.
Il sistema dei servizi sociali esige oggi più che in passato una multidimensionalità che nelle intenzioni e nei fatti non viene favorita.
Ne è la dimostrazione più recente la bocciatura nella Finanziaria della normativa sulle detrazioni fiscali a favore delle Onlus, la cosiddetta “+Dai -Versi
”.
Servirebbe una mobilitazione delle risorse dell'intera comunità, che mettesse in rete le istituzioni, ma anche la famiglia, il vicinato, il terzo settore, il volontariato, le associazioni di categoria, con la definizione di obiettivi condivisi e con strumenti concertati.
Siamo costretti a constatare che predomina invece una visione personalistica ed individualizzata dei ruoli istituzionali e non
”.

Progettualità politica sul sociale, se ci sei batti un colpo!
Nel sociale – aggiunge don Sandonà - siamo di fronte ad un agire per lo più improvvisato, che rincorre le emergenze.
Mi chiedo: quali politiche sociali sono previste a livello locale e nazionale per i prossimi anni?
Sono note le finalità o si tratta di un agire mosso da impulsi reattivi più che di una vera progettualità?
Non sembra esserci un filo conduttore né solide basi su cui fondare una programmazione sul sociale, come d’altronde non sembra possibile per chi opera sul territorio trovare una controparte che fornisca le proprie linee politiche e un contesto progettuale di riferimento chiaro e progressivo, almeno di un quinquennio
”.

Sull’esclusione sociale beneficenza o giustizia?
Il sistema di beneficenza - conclude il direttore della Caritas vicentina – avanza afono se non si interroga sulle cause del disagio che si impegna di ‘curare’, rischia di diventare una resa muta e invisibile all’omologazione buonista che una o due volte  all’anno si fa carico della povertà e della sofferenza privandole di ogni inquietante interrogativo, dettato da una diversità che continua a far paura perché obbliga al confronto e a rivedere i propri schemi di giudizio.
Si è resi poveri attraverso politiche di welfare inique, l'assenza di servizi, l'abbandono e l'isolamento, la dimenticanza, la bassa qualità della vita, la povertà delle relazioni, ecc.
Parlare di povertà e di precarietà significa quindi interrogarsi su cose concrete, che riguardano il modello di sviluppo della nostra società: dall'organizzazione dei servizi, a quella del mercato del lavoro, ai diritti sociali, ai modelli di riferimento dell’identità
”.

Il progetto “Farsi prossimo”
Proprio per tentare intercettare maggiormente i bisogni che rischiano di escludere le persone dalla propria comunità di riferimento, creando le cosiddette povertà estreme, la Caritas Diocesana vicentina avvia un progetto che, a partire dall’esistente, prevede l’attivazione di sportelli di ascolto in varie punti del territorio diocesano.
Saranno Centri di Ascolto diversificati per tipo di bisogno, dove persone competenti offriranno ascolto e orientamento verso percorsi e servizi, anche per affrontare il problema prima che questo diventi cronico e di più difficile soluzione.
È il progetto triennaleFarsi Prossimo”, finanziato dalla Fondazione Cariverona con 915 mila euro, che si rivolge alle persone che soffrono una qualche forma di disagio sociale.


Ci siamo già occupati dell’attività della Caritas Diocesana vicentina. Leggi tra le nostre News:


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Tel. 0444 304986
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E-mail segreteria@caritas.vicenza.it 
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[Vera Zappalà]