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Con queste righe intendo accennare ad un tema raramente trattato nella letteratura sui disabili ed è quello relativo a certi micro-comportamenti di tipo sociale che influenzano la percezione di Sé e che possono strutturare la personalità su una errata valutazione delle interazioni e quindi dell'esperienza in generale.

Questo conduce all'instaurarsi di meccanismi difensivi che assorbendo notevoli quantità di energia psichica depauperano la personalità di quegli aspetti e di quelle istanze che tendono all'integrazione e all'espressione sia delle emozioni, sia delle capacità in toto, sia delle espressioni creative proprie di qualunque individuo.

Quanto segue riguarda in particolar modo quelli che vengono definiti portatori di handicap e in cui l'handicap sia visibile e non occultabile. Ben diversa può essere una situazione, che riguardi un cosiddetto non udente che un paraplegico. E' evidente che nei primissimi scambi sociali (sguardi, mimica, postura, ecc.) non è rintracciabile immediatamente l'handicap di un non udente mentre in una persona in carrozzina l'handicap è visibilmente palese e questa "visibilità" comporta sull'immediato delle conseguenze, macroscopiche da una lato, molto più, sottili, ma non per questo meno devastanti, sull'altro.

Le conseguenze macroscopiche possono andare da un rifiuto neanche tanto nascosto oppure da un atteggiamento eccessivamente sollecito e altruistico o ancora da condotte di tipo compassionevole/pietistico.

Ma atteggiamenti meno evidenti non vuol dire, piena e totale accettazione del soggetto portatore di handicap. Sembra che l'handicap non permetta nella percezione del normodotato la qualifica di persona adulta. Questo fatto lo si nota da quei piccoli comportamenti che ogni disabile ha più o meno sperimentato, che vanno da dare del "tu" direttamente anche se- non si conosce la persona, a chiedere brutalmente quale è la causa dell'handicap, a dare dei buffetti sulle guance o passare la mano nei capelli su una persona seduta in carrozzella.

Gesti che gli adulti si permettono solo nei riguardi dei bambini piccoli e a quanto pare anche su persone con handicap. E' chiaro che in questo caso le "distanze" non vengono rispettate e il portatore di handicap è sottoposto ad una continua violazione dei proprio Sé.Qui si pongono due ordini di considerazioni: il primo è come può reagire un disabile a queste intrusioni al proprio Sé; il secondo invece è perché il "normodotato" si permette di violare gli spazi del Sé socialmente determinati.

Una prima modalità del disabile può essere di tipo aggressivo. L'handicap è usato come un'arma. In questo caso vige il detto "La migliore difesa è l'attacco". Al di là di rispondere in maniera più o mena brusca ad una eventuale interazione sociale, laddove il normodotato per esempio chiede in maniera diretta qual è la causa dell'handicap, il disabile può attuare una strategia difensiva che consiste nell'assumere degli atteggiamenti che mettono il normodotato in una posizione di "doppio vincolo"; da un lato si mostra in maniera più o meno evidente quello che è l'handicap inducendo nell'altro sentimenti pietistici "'poverino, è stato colpito da una grave malattia o da un incidente", mentre dall'altro si afferma la volontà di non essere considerato un handicappato. L'handicap in questo caso viene utilizzato strumentalmente come un'arma appunto - per spiazzare l'altro con cui si sta interagendo.

Questa modalità peraltro quasi sempre inconscia rischia di generalizzarsi a tutti i rapporti interpersonali pregiudicando quindi un approccio più aderente alla realtà. Questa è chiaramente una manovra difensiva che cristallizzandosi nel tempo porta ad una deformazione delle relazioni ed ad attribuire tutte le cause dei propri comportamenti all'handicap.

L'identificazione con le proprie parti "handicap", seguendo la legge del "tutto-nulla" sta a significare che tutto viene autoriferito al proprio handicap e che tutte le mancate realizzazioni o mancato sviluppo della personalità sono attribuite ad avere un handicap.In questo caso non si ha un handicap ma si "è" handicap, con tutto quel che ne consegue.

Un'altra modalità di risposta è quella paradossale di non rispondere e cioè di evitare o limitare nella maggiore misura possibile qualsiasi relazione. Non sono affatto rari i casi in cui un disabile rinunci completamente ad una vita di relazione. In questo caso il disabile sprofonda nel proprio handicap e si chiude a qualsiasi orizzonte. E' la morte sociale. L'ansia che deriva dall'incontrare l'Altro è dovuta - credo -, alla discrepanza fra l'immagine che si ha di sé. profondamente svalutata e handicappata, e alle aspettative che si possono verificare nel relazionarsi con l'altro. Le fantasie dilagano e il senso d'inferiorità non può far altro che accentuarsi fino a scegliere di "morire" in senso sociale o comunque di non vivere e di limitarsi a una pura sopravvivenza biologica.

Ci sono poi persone che invece dell'handicap ne fanno una bandiera. Sono gli apologetici dell'handicap. L'handicap viene sbandierato, ostentato come se questo fosse un pregio di cui il normodotato non è proprio dotato. La situazione si capovolge. E' il normodotato ad essere un diverso. L'handicap viene ritenuto - a torto - come un dono che permette una maggior capacità di comprendere gli altri, una maggior sensibilità e un maggior senso di solidarietà. E' pur vero che l'aver un handicap è come una ferita aperta la cui sofferenza non può essere che fonte di riflessione verso quello che sono i diversi aspetti dell'esistenza ma da qui a dire che i "normali" sono dei "poverini" - come capita di sentire dire - ce ne corre. Generalmente queste persone hanno subito una precoce e lunghissima istituzionalizzazione. Questa "detenzione" in luoghi lontani dai normali contesti sociali (gestiti generalmente da personale religioso del tutto impreparato ad affrontare non solo le tematiche legate all'handicap ma anche a quelle più comunemente pedagogiche) ha portato ad una identificazione con l'istituzione (identificazione con il proprio persecutore) di cui ora ne fanno lodi sperticate e rimpiangono i tempi che furono. Queste persone tendono a mantenere costanti e continui e contatti solo con persone con handicap e con le istituzioni che a suo tempo li avevano ricoverati e a fare dell'handicap il loro unico interesse.

Non c'è dubbio che queste modalità serve a ripararsi sia dalle profonde ferite narcisistiche ricevute sia dalle intense angosce che possono emergere in contesti relazionali distanti da quelli appresi/subiti durante il periodo dell'istituzionalizzazione. Esiste poi quella che è la rimozione del problema handicap. La persona nega che ci sia un handicap. Si rifiuta categoricamente di prenderne coscienza. Tutti i suoi comportamento e atteggiamenti sono improntati a nascondere, mimetizzare o minimizzare quello che è l'handicap. La persona tende continuamente ad un modello di. "normalità", peraltro impossibile da raggiungere, e paradossalmente tratta le persone con il suo stesso problema come se fossero dei "veri handicappata" a tentativo di confermare la sua pseudo-normalità. Anche qui i vissuti di inadeguatezza e di inferiorità agiscono come difese obliterando e nascondendo quelle parti sane del Sé che permetterebbero invece una integrazione delle parti scisse e lontane dalla coscienza, premessa indispensabile per un'armonica evoluzione dell'individuo.

Ho cercato di passare in rassegna alcune delle modalità, seppur in maniera sintetica che possono caratterizzare le risposte del portatore di handicap nelle sue interazioni sociali.

In ogni caso i percorsi individuali e soggettivi possono essere alquanto sfaccettati e poliedrici e quindi prendere strade anche diverse da quanto sopra esposto.

Veniamo ora al secondo ordine di considerazione e cioè la domanda per cui un "normodotato" si permette dei comportamenti e atteggiamenti verso i portatori di handicap che con altri non si concede. La prima ipotesi può essere che il normodotato proietti le sue parti "handicap" sul disabile e che quindi - un atteggiamento eccessivamente sollecito, premuroso, altruistico non sia altro che un tentativo, attraverso l'altro, di curare o controllare le proprie inadeguatezze. Senza nulla togliere al valore del volontariato o a quelle istituzioni che si propongono la "salvezza" dei disadattati e proprio qui che si ritrovano la maggior parte delle persone che - a mio avviso - agiscono con questa modalità. Ribadisco il fatto che è l'atteggiamento altruistico eccessivo a stonare e non il fatto che una persona decida di dedicare parte del suo tempo a chi per un modo per o l'altro si trova in uno stato di difficoltà o necessità.

Un'altra ipotesi è che l'incontro con l'handicap possa generare delle angosce relative alla propria integrità "Così come è capitato a lui, questo può succedere anche a me". E' naturale quindi che nascano delle ansie perché questo smonta seppur brevemente l'illusione della propria immodificabilità e nel contempo può far sorgere delle fantasie relative alla perdita di parti importanti del proprio Sé. Questa forse è la ragione per cui alcuni domandano in maniera del tutto indiscreta quali sono le cause di un handicap. E' un modo per poter razionalizzare e controllare le angosce che l'incontro con l'handicap può provocare. Non bisogna inoltre scordare che stiamo vivendo un epoca in cui si tende ad una perfezione corporea, ad una ricerca del "fitness" che non ha riscontri in altri periodi e che a volte francamente sembra che sconfini nel delirio. Non mi sembra dunque così peregrina l'idea che "incontrarsi" con il diverso possa risultare difficoltoso proprio perché va a scontrarsi non solo su quelle che sono le proprie problematiche individuali ma anche su stili di vita collettivi che esaltano sempre di più l'efficienza, il giovanilismo, l'utilitarismo.

Esiste poi un motivo più profondo, più oscuro, quasi archetipico che può far comprendere la paura o l'angoscia che l'incontro con il diverso.

Scrive, infatti M. Bacchiega:

"Presso gli arabi una antica credenza popolare, tuttora viva, ritiene che un'andatura claudicante sia la conseguenza positiva di un contatto con lo spirito. Zoppo era anche il dio Egiziano Ptah- e Harpocrate, fratello del dio Horus. era nato "debole agli arti inferiori" In una storia antica Zeus appare mutilato dal drago Tifone che gli aveva tagliato i tendini. Ma zoppicare ha un preciso significato: camminare con un solo piede, saltellare, inciampare, è universalmente riconosciuto come il simbolo di una asimmetria probabile causa di caduta. Con la caduta si verifica un coinvolgimento più intenso con la terra, -Madre divina e un contatto più completo con le sue profondità includendo il mondo dei morti. La camminata asimmetrica irregolare dell'uomo con un piede deforme rientra nel quadro del camminare 'diverso', del camminare 'altro' che - come il passo strascicato del vecchio - ha già contatto con il mondo sotterraneo delle ombre. Il significato preciso dello zoppicare è riferito, quindi., al morire." (Abstracta nr. 47 aprile 1990).

Anche T. G. Gallino nel suo libro "La ferita e il re" dice:

"Un altro modo maschile e mitico di mostrarsi ciclici, non drammatico come la morte o la scomparsa annuale, in a ugualmente vistoso e 'magico' è stato quello di camminare zoppicando. L'andatura da zoppi in un mondo in cui il camminare era un evento piano e senza scosse, poteva dare una sensazione di ciclicità e di periodicità che differenziava dai comuni mortali e ricordava inconsciamente certe fenomeni cosmici (si pensi ad esempio al movimento ritmico delle onde del mare, o anche al muoversi cadenzato delle ali degli uccelli, ora verso l'alto ora verso il basso. L'uomo che zoppicava appariva, in modo alterno, alto o basso. Ora più vicino al cielo, ora più vicino alla terra. Inoltre si appoggiava spesso ad un bastone, che gli conferiva simbolicamente il potere del coniando e lo faceva diventare, come nell'enigma che la Sfinge aveva posto ad Edipo, l'unico 'animale al mondo che cammina a tre gambe' diverso, forse anziano ma anche più saggio e autorevole. Per questo tanti profeti e veggenti maschi sono zoppi, per nascita o per una ferita al piede o all'anca. Il loro procedere ciclico o alternato può evocare infatti, in modo simbolico, la ciclicità femminile. Per nascita (o perché Zeus l'aveva scaraventato dall'Olimpo) era storpio e zoppo il greco Hefesto (Vulcano), capace di costruire armi magiche e meravigliose che rendevano invincibile chi le indossava. Il dio egizio Horus e l'eroe Edipo, che nella vita persero il primo un occhio, il secondo la vista, zoppicavano dalla nascita. Horus era nato 'incompleto' e storpio; Edipo, il cui nome significa 'piede gonfio', zoppicava per le ferite ai piedi che il padre gli aveva procurato, era nato. Anche Giacobbe, come riferisce la Bibbia, venne ferito durante un combattimento. Giacobbe fu ferito mentre lottava con Dio (un uomo o angelo che egli riconoscerà come Dio). E Giacobbe zoppicò per sempre poiché aveva visto , come egli stesso disse, 'Dio in faccia".

A questo punto aggiungo anche il fatto che chi ha passato diversi anni nelle famigerate istituzioni è stato ossessivamente bombardato da prediche deliranti del tipo "Voi siete più vicini a Dio" oppure "Dio vi ha punito prima che voi poteste compiere delle cattive azioni" significando con ciò che aver un handicap porti a una maggior vicinanza al sacro, al trascendente. Per inciso, non molti anni fa, mi è stato riferito, che in Grecia , era costume (e forse lo è tuttora) quando s'incontrava un bambino con qualche handicap, toccarlo e subito dopo farsi il segno della croce. Il bambino in questione era equiparato ad una reliquia, ad una statuetta votiva. A quanto pare, l'handicap è una corsia preferenziale per accedere più rapidamente ad una dimensione trascendente. Ma credo che questo al portatore di handicap interessi ben poco ma forse può far capire quanto perturbante può essere l'incontro con il diverso.

In ogni modo comunque la si rigiri, toccato dal trascendente piuttosto che figura inquietante che può minare sicurezze relative all'integrità corporea, il disabile, l'invalido, il portare di handicap o quant'altro lo si voglia chiamare si trova molto spesso ad affrontare situazioni relazionali, che come quanto esposto, lo pongono in una condizione di non riconoscimento come individuo e di conseguenza vada a strutturare un carattere "difensivo" con tutta una serie di conseguenze sul piano dello sviluppo della personalità.Devo poi spendere alcune parole sull'uso delle parole: i termini "disabile, invalido, portatore di handicap, ecc." non inficiano minimamente quelle che sono, le prerogative e le qualità umane di un individuo, cosi come il termine, peraltro infelice. di "normodotato" (dotato di normalità!) indica una condizione astratta e generale, ma non si può prescindere dal dover utilizzare questi vocaboli se, si vuol perlomeno accennare ad un discorso dove questi termini si contrappongono.

A tutti, disabili e non, resta l'impegno che l'incontro con l'Altro, si depuri, nei limiti del possibile, delle proprie proiezioni e dei propri fantasmi, in modo che in una relazione possano emergere quei sentimenti autentici per mezzo dei quali si possano esprimere quelle qualità profondamente e tipicamente umane che ci contraddistinguono, e nel riconoscimento e nell'accettazione dell'alterità può forse scomparire la diversità intesa come un elemento inquietante e perturbante che porta necessariamente all'emarginazione e all'isolamento.Procedere su questo indirizzo può assottigliare (non dico eliminare) quel confine che volenti o nolenti si frappone fra il mondo dei disabili e quello dei normodotati fino ad arrivare ad un riconoscimento reciproco dove l'handicap si sfuma e diventa solo una diversità individuale come può essere il colore degli occhi, la forma del viso e dove lo sguardo può indulgere senza che questo sia visto come "giudicante" e ferire l'anima.

Aurelio - arcas@rete039.it