ritorno alle radici

30 giugno 2011 da Marina

Ritorno alle radici ……

In quegli anni a Torino sui tram c’era il bigliettaio  poi sostituito, merito della tecnologia , dalle macchinette obliteratrici, noi “giovanotte”spesso chiacchieravamo con loro, civettando anche un po’ quando incontravamo qualche bel ragazzo, quando c’erano gli scioperi dei mezzi pubblici, rari in verità,  venivano sostituiti  dai camion militari dell’Esercito italiano, quelli che si vedono nei film del neorealismo,con il telone verde, ora a ripensarci bene e rovistando  tra i ricordi vedo ancora  le persone che si aiutavano a vicenda per salire sugli scomodi e poco ospitali  mezzi di trasporto offerti dallo Stato in alternativa dei mezzi pubblici . I servizi principali, trasporti, scuola, sanità  erano totalmente pubblici , non c’era profitto forse, anzi spesso lavoravano in perdita , ma certo c’era maggior attenzione alla persona, e i sacrifici di chi ci aveva preceduto stavano dando i loro frutti.  Della serie si stava  meglio quando si stava peggio !

Ci trasferimmo nel nuovo alloggio  in Borgo Vanchiglia , molto vicino al negozio dei nonni e rincominciammo la nostra vita  vicino ai nostri affetti , eravamo contenti e soprattutto vedevamo contenta la mamma . Le radici di ognuno di noi ci spingono ad andare a fare nuove esperienze , ma quando richiamano  con insistenza  è giusto tornare , tornare a casa , tra i luoghi che ci hanno visti bambini, tra le persone care , tra i ricordi che affollano la mente e a volte fanno emergere tristezza e dolore , ma anche la tristezza e il dolore se sono condivisi tra persone che si amano  vengono vissuti meno tragicamente e superati più velocemente , 

A quei tempi esisteva ancora l’apprendistato, persone  giovanissime  che imparavano un mestiere, erano pagate in maniera minore di un lavoratore già  esperto e permettevano a molti ragazzi e ragazzi che  non intendevano più continuare a studiare dopo la scuola dell’obbligo di imparare un mestiere  e essere introdotti nel campo lavorativo senza troppe difficoltà . Io  appena tornata definitivamente a Torino incontrai l’amore e , come spesso si sognava allora ,il coronamento poteva essere solo il matrimonio , per cui volli andare a lavorare  e riuscii a convincere i miei genitori a non farmi continuare gli studi come loro avrebbero desiderato,mi trovai un lavoro presso una fabbrica di cosmetici, ero contenta , ora a pensarci bene a qualcuno può sembrare  un’assurdità  se non peggio, avevo 15 anni , ma le idee chiare, sapevo cosa volevo dalla vita,  non avevo velleità di carriera , a quei tempi poi  erano rare le donne  che davano la priorità  alla carriera e all’indipendenza economica , io nel mio futuro vedevo un marito, dei figli , una famiglia tutta mia.

Ancora non sapevo che  non sarebbero passati molti anni e avrei realizzato  tutto quanto desideravo!

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Addio Torino

26 febbraio 2011 da Marina

  A quei tempi ,nelle scuole ,esisteva il Patronato scolastico che si occupava  di aiutare le famiglie in difficoltà economiche (1) ed io ero orgogliosa, pur  appartenendo a una famiglia numerosa  , quindi con alcune complicazioni economiche e organizzative non indifferenti, di non fare parte dei  bambini che si fermavano a mangiare a scuola .

Quando passava la bidella ( quella che ora si chiama operatore scolastico) a chiamare i bambini nelle classi per il pranzo ,io ad alta voce dicevo :  NO, IO VADO A CASA !

Già allora , probabilmente, avevo dentro di me un senso di rifiuto  verso la “generosità”  che etichettava, allora come oggi , chi usufruiva di benefici pur  riconosciuti dalla legge.

Ricordo con  tenerezza la maestra di quegli ultimi anni di scuola elementare , sig. Gay , che riusciva a farci amare la lettura e a farci partecipi dei racconti  che ogni giorno negli ultimi dieci minuti di lezione ci leggeva  , con la cartella già pronta posata sul banco : il libro Cuore è stato un maestro di vita.

 Il DRI-DRIN della campanella  spegneva il suono delle sue parole e lei chiudendo il libro ci diceva:< buongiorno bambine  andate pure >, noi educate,  affettuosamente rispondevamo con un semplice:< buon giorno maestra > ma ognuna di noi le era riconoscente   con quella piccola frase così come fosse un poema intero.

Se dopo più di 50 anni la ricordo un motivo ci deve pur essere.

Scendevo al piano terreno , prendevo la mia sorellina  per mano e uscivamo dalla scuola , cercavamo il familiare viso di Padrino che ci riaccompagnava a casa  e quando lo scorgevamo i nostri occhi si illuminavano .

La nostra vita era per il tempo una vita quasi serena: la mamma che si occupava di noi , il papà che lavorava , ma che non comprendendo la ricchezza  umana che i figli donano  non riusciva a  comunicare , a giocare con noi, e per questo  il nostro esempio e il nostro amore più grande era la mamma  .

Purtroppo quel periodo durò poco , perché la ditta dove lavorava papà  doveva chiudere  e lui trovò lavoro in Toscana come responsabile delle vendite di una nota marca di caffè.

Il dolore di lasciate Torino, i nonni , le zie , fu enorme,  provammo anche a chiedere, noi figli più grandi, di rimanere con i nonni, ma ,. ora lo so, giustamente, la mamma ci disse che la famiglia  doveva rimanere unita e dovevamo seguire papà.

Lacrime, le prime lacrime di vero dolore .

Partimmo e andammo a abitare a Pontedera, piccolo paese , in una bella casa , la scuola media nel Comune vicino.

La domenica andavamo all’ufficio dei telefoni pubblici a telefonare ai nonni ,non esistevano i cellulari e il telefono fisso era un lusso che non potevamo permetterci , più passava il tempo , più ci mancavano . La mamma  ogni tanto tornava a Torino a trovarli , anche lei soffriva per la lontananza , adorava il suo papà e il non poterlo vedere ogni giorno era per lei  inaccettabile. 

Papà voleva migliorare sempre più in campo lavorativo  e appena  si presentò la possibilità di migliorare ancora  la sua posizione  la colse al volo. Ci trasferimmo a Siena  dove una nota marca dolciaria  di ricciarelli e panforte  divenne  il nostro sostentamento economico .

 I primi amori , gli amici,  questi sono i ricordi più sereni di quel periodo, però era sempre forte la mancanza dei nonni .

La mamma andava quasi ogni mese a Torino a trovarli e ogni volta tornava più sconfortata,  stavano invecchiando, il nonno non stava bene , non avendo fratelli e sorelle si sentiva  unica responsabile  di quanto poteva capitare loro.

Noi capivamo e soffrivamo insieme a lei per la lontananza  pur essendo riusciti a crearci amicizie , per lei era molto più difficile , noi con l’incoscienza dell’età eravamo spesso fuori casa , doveva sentirsi molto sola .

Noi sorelle maggiori , quasi per gioco, aiutavamo la sera  un’amica che aveva una latteria , il latte allora si vendeva sfuso, arrivava in contenitori d’alluminio e noi lo si  versava nelle bottiglie e si portava a domicilio dalle persone .Che paura quando dovevamo attraversare enormi atri bui , e a Siena ce n’erano molti , per  lasciare il latte  fuori alla porta  della vecchietta di turno che non poteva uscire di casa , allora eravamo timorose , oggi sono teneri ricordi.

Poi  passati circa 4 anni dal trasferimento il nonno improvvisamente una sera divenne cieco , il motivo vero  non è mai stato approfondito , probabilmente la pressione alta, si disse , erano gli anni 60 , quante cose erano ancora sconosciute in medicina.

Quello fu il motivo per cui  poco a poco, piano piano riuscimmo a convincere il papà  a farci ritornare a casa, a Torino , dove c’erano e ci sono le nostre radici .

 Lui a malincuore  acconsentì,  iniziammo a fare i preparativi, cercare un alloggio in affitto a Torino, vicino ai nonni, a un prezzo equo , visto che papà rimaneva a Siena e doveva mantenere così due case.

 Noi figli eravamo combattuti tra  la gioia di tornare dai nonni  e il dispiacere di lasciare gli amici, i filarini,  la libertà che ci poteva essere in una città di provincia , però ebbe il sopravvento   il sentimento forte , immutato e infinito che provavamo per i nonni e per la gioia di vedere la mamma contenta .

La cecità del nonno  non ci ha impedito  di sentire ancora lui  come forza portante della nostra famiglia, certo ogni tanto approfittavamo  di questa sua  difficoltà , come  fumare una sigaretta, le prime , anche davanti a lui, mai ci avrebbe permesso di farlo se ci avesse potuto vedere, la nonna fumava anche lei e ci assecondava .  Piccoli grandi ricordi  di una vita comune , ma così speciale per noi che la vivevamo  in tutte le sue sfaccettature .

 (1) Il  Patronato scolastico era un  ente morale, istituto con  la Legge n. 487 del 4 giugno 1911, con  lo scopo di provvedere all’iscrizione e frequenza dei fanciulli ,alla refezione degli alunni poveri, alla concessione di sussidi per l’acquisto di vesti e di calzature, alla distribuzione dei libri di testo, di quaderni e cancelleria.

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gli orfanelli vestiti di verde

30 gennaio 2011 da Marina

Arrivammo nella nuova casa contenti e felici, specie noi bimbi, perché questo voleva dire poter vedere i nonni tutti i giorni ,

Il nostro alloggio era grande con tre camere da letto, un salone con zona pranzo e salotto , cucina e servizi, piaceva molto a ognuno di noi e ci  abituammo presto al cambiamento .

Al mattino veniva a prenderci per andare a scuola me e la  mia sorellina più piccola uno zio acquisito , una persona , maresciallo dell’esercito , che insieme a sua moglie sono stati per noi i più affettuosi zii che potessimo immaginare , siamo stato uniti e vicino a loro per tutta la nostra vita dopo il primo incontro in quel lontano giorno del 1955 sulla porta nel negozio del nonno in cui quella signora  a noi quasi sconosciuta , passando si senti chiedere dalla mia sorellina

< signora mi dai un grissino?>

Lei ci guardò e, come poi amava raccontare successivamente  si innamorò  immediatamente di quello scricciolo piccolo, lentigginoso con i capelli rossi; ci diede il grissino , pur avendo scelto per affinità  mia sorella come riferimento del suo  affettuoso interesse  e da allora non c’è stato giorno che non  si siano viste o sentite per telefono fino al giorno in cui questa amata “zia”è andata via chiamata da chi non ammette ritardi o rifiuti . Siamo stati vicino a lei fino all’ultimo suo respiro e credo  che pur non avendo avuto figli suoi abbia avuto consapevolmente la certezza  che era amata da tutti noi , sono poche le persone che possono lasciare solo ricordi positivi , lei e suo marito sono tra queste .

Questo zio, chiamato da noi Padrino , perché era diventato il padrino di battesimo di una delle gemelle ,  ci aspettava all’angolo della via , noi scendevamo le scale  , salutavamo  la mamma  che ci guardava dal balcone e andavamo incontro allo zio che ci aspettava e ci accompagnava a scuola prima di andare in caserma al proprio lavoro. La mamma rimaneva con le gemelle  e si occupava della casa .

Allora si andava a scuola dalle 8 alle 12,40, niente scuola nel pomeriggio e all’uscita dalla scuola ecco che lui, il nostro Padrino ci aspettava e ci accompagnava a casa , non vedevamo l’ora di rivedere la mamma e  l’arrivo a casa era sempre motivo di gioia.

Al pomeriggio compiti , poi andavamo dai nonni che ormai abitavano a due passi , poi ritorno a casa per la cena  tutti insieme.

Fu in quel periodo che stando molto spesso dai nonni  iniziai a interessarmi di più a quello che succedeva intorno a me , eravamo spesso fuori dal negozio a giocare , a rialzo, alla corda , a correre, ahimè a annegare le formiche con l’acqua, che crudeltà a pensarci ora , ma allora… vicino al negozio dei nonni c’era  una  chiesa  in cui  sovente  veniva  celebrato un funerale , nulla di strano fino a qui, si nasce , si vive e si muore dall’inizio dei tempi, quello che però mi è rimasto impresso sono stati  i bambini ,file di bambini,  gli orfanelli , mi sembra si chiamassero I Giuseppini ,vestiti di verde e nero seguivano i funerali portando una croce e pregando per l’anima che aveva lasciato questa terra, chiesi, la prima volta che assistetti a quella scena  a mio nonno , chi  fossero quei bambini e lui mi spiegò che erano bambini orfani, quindi senza genitori ,io neppure immaginavo che ci fossero bambini senza genitori,  ospitati dalle suore che per le  avere risorse necessarie per dargli da mangiare si erano prestate a seguire e far seguire i funerali  dai bambini , guadagnavano qualche soldo e uscivano un po’ , mah, forse avrebbero preferito giocare pensavo , e mi dispiaceva per loro che tristi in viso , senza neppure un sorriso che spesso trapela  invece sul viso dei bambini anche in momenti di difficoltà , ora direi che erano visi spenti, rassegnati , provavo sincero dolore per loro , lo stesso che provo ora a ripensarci .

Mi sentivo così fortunata , avevo una casa, una mamma, un papà , fratello  e sorelle , loro non avevano nulla di tutto questo e dovevano anche lavorare  per i funerali, che tristezza .

Credo che pure questa esperienza sia stata preziosa per crescere più consapevole di quanto mi era stato offerto dal destino, poche cose materiali,  un padre poco presente, ma tanto altro affetto e soprattutto l’appartenenza a  un nucleo che mi faceva sentire importante come essere umano, forse è questo l’amore , allora ancora non lo sapevo.

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Due nuove sorelline

16 gennaio 2011 da Marina

Cosa prova una bambina lontana da casa  e dai suoi affetti più profondi?  Solitudine, pura, vera e inconsolabile solitudine .

Non avere più la compagnia dei fratelli e sorelle, non sentire più il profumo di mamma , sentirsi  al centro dell’attenzione, ma in un mondo che non era il mio .

Chissà se è il medesimo senso di smarrimento che provano i bambini che vengono allontanati da casa e inseriti in comunità ,a volte con motivazioni valide altre volte  con troppa leggerezza.

Penso spesso ora che sono adulta, anzi ormai nella categoria degli anziani,  a quali e quante conseguenze vanno incontro questi bimbi per il loro futuro; se io che  ero stata ospitata da parenti, in un momento di necessità per la mia salute  sentivo in maniera quasi drammatica la mancanza  della mamma , papà, sorelle e fratelli chi  subisce  il distacco improvviso e spesso traumatico  dalla famiglia come vive questo distacco?

Passai quasi 2 mesi  senza la mia famiglia, imparai tante cose, oltre a vedere i bambini sui “carrettini”di cui ho parlato in precedenza , imparai a leggere le ore sull’orologio di cucina; alle  11 arrivava il  venditore di ghiaccio, un signore che su un modesto carretto di legno trasportava enormi pezzi di ghiaccio a forma di parallelepipedo,  poggiati su sacchi di iuta che assorbivano l’acqua che veniva formata man mano che il ghiaccio si scioglieva, altro che igiene , però allora  si badava poco a questa.

Le zie non avevano il frigorifero ma un mobiletto in cucina chiamato ghiacciaia dove veniva messo il ghiaccio  comprato a pezzi   per mantenere freschi i cibi.

Finalmente la mamma venne a prendermi e tornai a casa  , felicissima  e completamente guarita .

L’anno successivo  ci fu un grande cambiamento  nella mia famiglia, cambiammo casa  e nacquero  due sorelline gemelle , non ricordo i mesi della gravidanza della mamma , ma solamente che un mattino al risveglio la mamma non era in casa  perché era stata portata in ospedale , poi fummo avvisati che erano nate  e che sarebbero presto tornate a casa tutte insieme .

L’arrivo di altri due figli  complicò la dinamica famigliare: eravamo diventati una famiglia numerosa, 6 figli , non pochi, neppure per i tempi che erano, lavorava solo il papà e le esigenze erano tante , noi più grandi imparammo presto a non fare richieste inutili e ad accontentarci della ricchezza  di avere sempre compagni di gioco in ogni momento della giornata, insieme alle mie sorelle  più grandi giocavamo alle “signore” era naturale per me mettere le bambole  che consideravo figlie nella carrozzina di vimini , o con la copertura di plastica a secondo degli anni in cui mi veniva “portata” da Gesù Bambino  ,( in quegli anni i giocattoli arrivavano ai bambini fortunati solo a Natale, durante l’anno , almeno per noi che eravamo famiglia numerosa  non se ne ricevevano mai.)

Erano sempre gli stessi i giochi che chiedevo: una bambola, a volte un bambolotto, la carrozzina, uno strumento musicale, quasi sempre il pianoforte e un animale di peluche, noi avevamo sempre solo gatti e un cane lo desideravo intensamente , mi sembrava l’animale più affettuoso e più interessato a condividere la giornata con l’amico uomo,ma era impossibile averlo visto che tutto il peso della famiglia era sulle spalle della mamma, non potevo certo fare richieste in tal senso.

Portavamo in giro per casa  che ovviamente era piuttosto ampia  le nostre carrozzine con i nostri “bimbi” dentro, facevamo finta di essere  delle amiche ( Abbiamo anticipato le Desperate Housewives ) che si incontravano e si raccontavano le proprie vicende  familiari, il marito che non tornava mai a casa , quello che si occupava dei figli, ma principalmente parlavamo di noi delle nostre aspirazioni come madri,( già allora si vede “sentivo” che sarebbe stata la mia  intima , profonda e prioritaria attività della mia vita ).

Mi ricordo che con la doccia della vasca da bagno facevamo finta di telefonare ad altre amiche, non avevamo il telefono, un lusso per quei tempi e noi pur essendo mio padre un impiegato di 1 livello, vista la numerosa prole non potevamo permetterci simili lussi, per cui sognavamo di averlo solo per i giochi.

Che fantasia , ancora ora che di anni ne sono passati tanti mi ricordo con dolcezza quei momenti e non solo perché come si dice ,nella maturità ci si rivolge ai ricordi più piacevoli della gioventù o dell’infanzia, io non cambierei certo la mia vita di ora con quella d’allora, però ricordando mi rendo conto con il senno del poi  che  il mio destino non si è molto discosto da quella mia vita  immaginaria.

Comprammo il frigorifero e la televisione che trasmetteva  la TV dei ragazzi solo al pomeriggio e in bianco e nero, avevamo perciò tempo anche di giocare tra noi, eravamo fortunati , perché i compagni di gioco li avevamo in casa, questa è una delle positività di essere famiglia numerosa. Alla TV trasmettevano gli sceneggiati  televisivi  che mi hanno fatto conoscere  i romanzi più famosi, Jane Eyre, Nicola Nickleby, i Miserabili,Orgoglioe Pregiudizio,Canne al Vento e invogliata poi a  leggere i romanzi scritti , una bella formazione morale ,civica  e emozionale .

Il mitico Carosello ha aiutato   per circa 20 anni i genitori a far concludere in serenità la giornata ai bambini,  veniva fatta  pubblicità televisiva con brevi e mitici sketch, dopo il quali tutti bimbi a nanna, chi non ricorda Angelino, Carmensita, Calimero.

Abitavamo lontano dai nonni che erano parte integrante della nostra famiglia,  e i miei genitori cercarono un alloggio più vicino  perché ora era troppo difficoltoso per la mamma portarci sul tram tutti insieme per andare a trovarli  così sovente come desideravamo , incontrarono , lo ricordo bene , molte difficoltà , erano gli ultimi anni 50 , sui caseggiati  i cartelli non si affitta ai meridionali iniziarono a vedersi sempre più spesso , e molti aggiungevano sottovoce e in privato neppure alle famiglie numerose; ricordo le raccomandazioni che ci venivano fatte, non alzate la voce, salutate con un sorriso , state tranquilli, dovevamo dimostrare che affittandoci un alloggio non vi era nessun rischio, i bambini   iniziavano  a essere visti come flagelli che travolgeva tutto .

Non era certo una bella sensazione sentirsi respinti , e nella mia mente di bimba non riuscivo a capire perchè ciò che per noi era cos’ bello, essere in tanti, per altri diventava una cosa negativa, è da li che ho iniziato a rendermi conto del rifiuto della gente per il prossimo e forse ho anche iniziato a fortificarmi .

Finalmente  anche grazie alla garanzia del lavoro di papà trovammo l’alloggio che cercavamo , vicino ai nonni, ampio e luminoso; mi affascinavano i “vetri cattedrali” così si chiamavano,  vetri dipinti e disegnati , come nelle chiese, una sorte di doppi vetri, quante raccomandazioni , ma siamo stati bravi, in  circa 3 anni siamo riusciti a non romperne nessuno.

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Nizza

07 gennaio 2011 da Marina

Era l’anno 1955 ,abitavamo ancora in quell’alloggio  nella frazione Regina Margherita  e io frequentavo la prima elementare  alla scuola Muratori di Borgo Vanchiglia  dove mia madre ogni mattina ci accompagnava prendendo due tram, quando mi ammalai seriamente.

  Attraversava la città con 4 figli al seguito solo per poter passare poi la giornata con  la nonna e il nonno  a cui non ha mai fatto mancare l’appoggio e l’affetto dopo che si era formata la sua famiglia, quindi noi passavamo più tempo nel negozio  dei nonni che a casa nostra, ma eravamo felici così; essendo i nostri genitori figli unici non avevamo ne zii ne cugini , i genitori di mio padre erano morti  e gli unici parenti erano appunto il nonno e la sua compagna che è stata la nonna per noi, l’altra, quella “titolare” l’abbiamo conosciuta solo molti anni più tardi , ma in lei era completamente assente l’istinto materno e anche come nonna non è stata certo la migliore che si poteva desiderare. Gli ultimi anni della sua vita si è avvicinata un po’ di più , ma questo è servito più a lei  nel non sentirsi sola che per noi come nipoti: l’amore, quello vero si deve coltivare giorno dopo giorno, non è la  cosiddetta “voce del sangue” che unisce le persone, sono le gioie, i dolori, i problemi, le vittorie che uniscono le persone e le fanno diventare importante le une per le altre.

Mi ammalai seriamente, rimasi a casa da scuola  per più di 2 mesi e questo incise sul risultato scolastico; allora non era come oggi che vi è la possibilità di fare fotocopie, di andare a prendere i compiti dai compagni, di avere gli insegnanti disponibili ( anche se nella mia vita ne ho poi incontrate molte  di cui ancora ricordo i dolci  e materni occhi); allora le classi erano divise tra maschili e femminili, noi femmine avevamo il grembiule bianco con gli enormi fiocchi blu e facevamo a gara a chi lo avesse più grande, i maschietti invece avevano come divisa un maglioncino blu con una specie di cravattina con all’estremità due palline di lana, due pon-pon  , a pensarci ora viene da ridere , ma al tempo  questi erano gli usi, ricordati quasi con tenerezza oggi , erano allora mal sopportati , molte erano le famiglie allora che non potevano permettersi di spendere denaro e in molti appena possibile lasciavano la scuola per andare a lavorare .

 Quando guarii e avrei potuto ritornare a scuola  la maestra disse a mia madre che non avrei potuto essere promossa alla classe successiva per le troppe assenze, ma che se avessi studiato anche  durante l’estate  avrei potuto  dare un esame riparatore prima dell’inizio del nuovo anno; mia madre allora preferì ritirarmi da scuola e farmi fare una buona convalescenza  e farmi riprendere lo studio nel nuovo anno ripetendo la prima classe, allora detta in termine piemontese prima  mignin (piccolo).

 Mi mandarono in convalescenza al mare a Nizza , dove abitavano due sorelle della “nonna”: noi le chiamavamo zie. Arrivai in Francia accompagnata dalla mamma  che mi lasciò quasi subito, affidata alle cure delle zie perché gli altri figli rimasti dai nonni in Italia  avevano bisogno più di me della sua presenza; vidi il mare per la prima volta e l’immensità di quel “miracolo”di quella meraviglia è rimasto vivo in me, ancora oggi davanti al mare  il mio cuore si apre, tanta vastità , tanta meraviglia , tanto profumo risvegliano in me i ricordi più felici , già allora la consapevolezza  di poter godere di quel meraviglioso spettacolo nato non dall’uomo era veramente un miracolo della natura e quando davanti al mio stupore  , davanti al mio sguardo rapito, incredulo , felice mia zia mi disse< possiamo venire tutti i giorni a vederlo.> le sorrisi con gratitudine.

Fu proprio in Francia che feci la conoscenza della disabilità , vedevo transitare sulle strade , mai sui marciapiedi, dei ragazzi  seduti su rudimentali carrellini con le ruote;  erano dei pezzi di legno a cui erano state avvitate delle piccole ruote , i ragazzi con i capelli rasati si sedevano quasi a livello  terra e con le mani si spingevano  facendo leva sul manto stradale. Io chiedevo alle zie chi erano , loro molto a disagio mi dicevano che erano ragazzi malati ricoverati in un istituto li vicino, che chiedevano l’elemosina. Discorso chiuso, ma ogni volta che li vedevo mi si stringeva il cuore, non riuscivo a capire perché io avevo un papà , una mamma , una casa, e loro invece nulla di tutto questo e non potevano neppure camminare: nella mia mente di bambina di 6 anni tutto ciò era incomprensibile , però accettavo le spiegazioni dei grandi e ci credevo.

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I nonni

02 gennaio 2011 da Marina

 

Il giorno successivo andammo come spesso accadeva , a pranzare dai nonni materni, che sono stati  molto importanti per la mia crescita, specie il nonno, che  in gioventù era stato un po’”libertino”; infatti la donna che gli stava a fianco e che noi chiamavamo nonna era la sua compagna ,incontrata dopo la sua separazione  dalla mamma di mia madre, e parliamo del 1926 .

 Lui come nonno  era sempre tranquillo , gioioso e paziente, ogni sua frase iniziava con  un aggettivo accattivante: cara, che era già sufficiente a predisporre  all’ascolto.

Ogni domenica o festività andavamo a pranzare da loro  che ora dopo un tracollo finanziario avevano un negozio di lavanderia  e vivevano nel retrobottega, ma per noi era sempre una festa ritornare da loro, un piccolo negozio in Corso Regina Margherita a Torino;  il negozio vicino,una drogheria , vendeva come si usava allora la pasta incartata in carta gialla  e lo zucchero in carta spessa  azzurra;  è dal colore  della carta che veniva usata per contenere lo zucchero che è nato il color “carta da zucchero” un azzurro un po’ più scuro del color del cielo e un po’ più chiaro del  blu.  Con una lira . piccole monete o piccole banconote  che ci venivano donate  compravamo la liquerizia  nella vicina panetteria  ed era una festa ogni volta .

Per andare dai nonni prendavamo il tram , anzi 2 , perché non avevamo l’automobile, ma non ne facevamo certo un problema, per noi era bellissimo  uscire tutti insieme, vestiti con “i vestiti da festa” ( molti dei quali passati da sorella a sorella )  e passare la giornata con i nonni, mangiando le cose buone che cucinava la nonna che era una cuoca molto in gamba avendo anche avuto un ristorante quando abitava a Nizza in Francia .

Ancora sento gli odori di quella cucina, noi bambini mangiavamo e poi uscivamo a giocare  fuori dal negozio che si affacciava su un controviale  in cui transitavano poche automobili e qualche bicicletta, ma che per noi non presentavano pericoli  perché c’era molta attenzione  allora nelle persone quando circolavano in città.

Mio nonno aveva anche 2 cani, nostri grandi amici: Samba, la lupa , ci coccolava e giocava con noi, Lola , la doberman, molto più  chiusa di carattere, ma sempre  delicata con noi bambini. 

Grazie al negozio dei nonni  ho avuto la possibilità di conoscere verso i 10 anni  la famosa <MAESTRINA DALLA PENNA ROSSA > personaggio  del libro Cuore , libro che a quei tempi leggevano tutti i bambini, a  casa o a scuola, e che ha certamente lasciato un segno positivo in molti di noi.

 Non mi ricordo lucidamente la persona come fosse , ero troppo piccola , ma mi ricordo che portavamo la cesta con la biancheria pulita in quel piccolo alloggio di piazza Montebello  in quel caseggiato di ringhiera  e ritiravamo quella sporca; allora erano poche le famiglia che avevano la lavatrice  e la maestra era molto anziana per poter ancora occuparsi personalmente della cura della biancheria.

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Natale 1953

02 gennaio 2011 da Marina

“La vita precedente ”

Il Natale del 1953 .

È il primo Natale che si affaccia alla mia memoria , abitavamo allora in una frazione alle porte di Torino che si chiamava e ancora si chiama Regina Margherita , in un alloggio  al primo piano di un caseggiato modesto e anonimo che allora mi sembrava una reggia .

Eravamo una famiglia come tante altre , papà, mamma e 4 figli , un  maschio e tre sorelle , io ero la seconda e avevo allora  4 anni , frequentavo  la scuola materna , ma non andavo con piacere; mi ricordo le  molte  volte (ed erano la maggioranza)che papà era costretto a riportarmi a casa dalla mamma perché io facevo i capricci  perché non volevo andarci , battevo i piedi, piangevo e gli tiravo la giacca pregandolo di riportarmi dalla mamma; ora credo che fosse  perché la mia sorellina che aveva solo un anno rimaneva a casa con lei e la gelosia era il motivo di questo comportamento.

Papà era capo-ufficio nell’azienda dolciaria  della piccola frazione ,Heller si chiamava  l’industria , frazione che era come un piccolo paese  in cui la sua figura era conosciuta e apprezzata , persino nella scuola materna che frequentavo e dove mia sorella maggiore frequentava la scuola elementare aleggiava la sua presenza , spesso portava dolciumi alle suore che li distribuivano tra i bambini.

Ricordo i sonnellini  sui banchi dell’asilo: oggi si portano le sdraiette  ,allora ci si accontentava, anzi eravamo obbligati , a poggiare il capo sul banco con le manine unite che facevano da appoggio, era una vera “tortura”, e speravo sempre che mia sorella riuscisse a venire a salutarmi  riuscendo a “svicolare” dall’attenzione della maestra; quando la porta si apriva e io vedevo il suo viso conosciuto e amato era come se un raggio di sole fosse venuto a illuminare la mia giornata , ancora oggi un viso conosciuto, amico o familiare mi aiutano a superare meglio i momenti difficili .

Lei arrivava, faceva capolino e se vedeva che nessuna suora era in classe con noi entrava, mi abbracciava mi dava un bacino e tornava al piano superiore dove c’era la sua classe.

E’stata un po’ la mammina di tutte noi  , pur essendoci tra lei e me solo 2 anni di differenza  si è sempre  accollata il ruolo di sorella maggiore  e sotto la sua ala protettiva  ci sentivamo al sicuro.

Quando tornavamo a casa da scuola , era sempre la mamma che ci veniva a prendere , c’era la merenda , un po’ di giochi, cena e a nanna; quando arrivava papà  noi eravamo già a letto  e lui veniva a salutarci , poi cenava insieme alla mamma , ma a quel punto noi tre  che dividevamo la stessa stanza , mio fratello, il maggiore di noi figli, mia sorella ed io , eravamo già nel mondo dei sogni .

Racconto tutto questo perché credo sia stato fondamentale per la mia crescita emotiva  sentire la famiglia in un modo oggi giudicato un po’ fuori dal mondo; oggi la nuova pedagogia suggerisce di riunirsi a tavola per vivere un momento condiviso altrimenti impossibili viste le molte attività  di ogni membro della famiglia, allora c’era “l’angelo del focolare”, la mamma , che si occupava dei figli e il papà che lavorava per mantenere la famiglia .

Quel Natale del 53  lo trascorremmo insieme , noi figli con papà e mamma; il nostro piccolo appartamento era formato da un’entrata living , allora questo termine era sconosciuto e il fatto che la sala da pranzo  fosse in entrata , così la vedevo io, non mi piaceva molto; vi era una minuscola cucina , forse era questo il motivo per cui la mamma ci faceva mangiare prima,con un grande tavolo di marmo che ci ha seguito per moltissimi anni nei nostri vari traslochi;  avevamo due camere da letto, una dei miei genitori  in cui vi era anche il lettino della mia sorellina più piccola, un lettino laccato con le sponde alte che oggi sarebbe giudicato pericoloso e non salutare. Nell’altra stanza c’erano tre letti  per noi tre più grandi. Non c’era il bagno , ma era stata inserita successivamente alla costruzione dell’edificio in uno spazio che divideva la cucina dalle stanza da letto una “struttura” in legno ,  una stanza in più ,in cui all’interno erano stati posati i servizi igienici.

Non avevamo la televisione e quel Natale lo trascorremmo ad ascoltare la radio poggiata su una piccola mensola; io sul bracciolo della poltrona in cui stava seduto papà, mangiavo dolci  e aspettavo che la notte magica  avesse inizio; poi i bimbi a nanna  e il mattino seguente la gioia negli occhi per i doni che Gesù Bambino aveva portato ai bambini buoni. Questo è quanto ci veniva raccontato allora.

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Intreccio di destini, fatalità e coincidenze

28 dicembre 2010 da Marina

Questa che mi accingo a scrivere  non vuole solo essere una testimonianza  di come si vive e si può vivere la disabilità di un figlio, ma  è un intreccio di vite ,  di destini, per chi ci crede, di fatalità e di strane coincidenze , per chi come me  crede che nulla capiti per caso queste coincidenze hanno segnato la strada e aggiunto alla meravigliosa avventura della vita anche la  forza e la determinazione che solo la consapevolezza  di essere parte attiva dell’universo può donare.

Dedico queste pagine se mai diventeranno un libro o qualcos’altro  da poter offrire al pubblico  interesse, a tutti i bambini  che a causa dei loro Handicap  hanno vissuto, vivono e vivranno una vita  limitata, difficile e diversa dai loro coetanei.

Molti di questi bambini  non cammineranno mai , non parleranno mai , ma  i loro nomi fanno parte della nostra  vita e  non vorrei mai dimenticare nessuno dei volti e dei nomi che ho conosciuto , e che rimarranno sempre nel mio cuore .

Vorrei che la mia voce affidata a queste pagine possa trovare  e catturare l’attenzione di qualcuno  che “conti” che abbia voglia di impegnarsi e di cambiare con il suo operato la vita di tante creature , molte delle quali non avranno  la possibilità di guarite totalmente dalla  patologia invalidante  di cui sono affetti, ma  potranno beneficiare  del benessere che una terapia riabilitativa  più adeguata  offre loro .

A Molti di questi bambini  a causa della gravità delle loro condizioni  Non viene riconosciuto il diritto di poter accedere pur senza certezze alcune  a un programma riabilitativo  disegnato sulle loro risorse, capacità e speranza.

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