A quei tempi ,nelle scuole ,esisteva il Patronato scolastico che si occupava di aiutare le famiglie in difficoltà economiche (1) ed io ero orgogliosa, pur appartenendo a una famiglia numerosa , quindi con alcune complicazioni economiche e organizzative non indifferenti, di non fare parte dei bambini che si fermavano a mangiare a scuola .
Quando passava la bidella ( quella che ora si chiama operatore scolastico) a chiamare i bambini nelle classi per il pranzo ,io ad alta voce dicevo : NO, IO VADO A CASA !
Già allora , probabilmente, avevo dentro di me un senso di rifiuto verso la “generosità” che etichettava, allora come oggi , chi usufruiva di benefici pur riconosciuti dalla legge.
Ricordo con tenerezza la maestra di quegli ultimi anni di scuola elementare , sig. Gay , che riusciva a farci amare la lettura e a farci partecipi dei racconti che ogni giorno negli ultimi dieci minuti di lezione ci leggeva , con la cartella già pronta posata sul banco : il libro Cuore è stato un maestro di vita.
Il DRI-DRIN della campanella spegneva il suono delle sue parole e lei chiudendo il libro ci diceva:< buongiorno bambine andate pure >, noi educate, affettuosamente rispondevamo con un semplice:< buon giorno maestra > ma ognuna di noi le era riconoscente con quella piccola frase così come fosse un poema intero.
Se dopo più di 50 anni la ricordo un motivo ci deve pur essere.
Scendevo al piano terreno , prendevo la mia sorellina per mano e uscivamo dalla scuola , cercavamo il familiare viso di Padrino che ci riaccompagnava a casa e quando lo scorgevamo i nostri occhi si illuminavano .
La nostra vita era per il tempo una vita quasi serena: la mamma che si occupava di noi , il papà che lavorava , ma che non comprendendo la ricchezza umana che i figli donano non riusciva a comunicare , a giocare con noi, e per questo il nostro esempio e il nostro amore più grande era la mamma .
Purtroppo quel periodo durò poco , perché la ditta dove lavorava papà doveva chiudere e lui trovò lavoro in Toscana come responsabile delle vendite di una nota marca di caffè.
Il dolore di lasciate Torino, i nonni , le zie , fu enorme, provammo anche a chiedere, noi figli più grandi, di rimanere con i nonni, ma ,. ora lo so, giustamente, la mamma ci disse che la famiglia doveva rimanere unita e dovevamo seguire papà.
Lacrime, le prime lacrime di vero dolore .
Partimmo e andammo a abitare a Pontedera, piccolo paese , in una bella casa , la scuola media nel Comune vicino.
La domenica andavamo all’ufficio dei telefoni pubblici a telefonare ai nonni ,non esistevano i cellulari e il telefono fisso era un lusso che non potevamo permetterci , più passava il tempo , più ci mancavano . La mamma ogni tanto tornava a Torino a trovarli , anche lei soffriva per la lontananza , adorava il suo papà e il non poterlo vedere ogni giorno era per lei inaccettabile.
Papà voleva migliorare sempre più in campo lavorativo e appena si presentò la possibilità di migliorare ancora la sua posizione la colse al volo. Ci trasferimmo a Siena dove una nota marca dolciaria di ricciarelli e panforte divenne il nostro sostentamento economico .
I primi amori , gli amici, questi sono i ricordi più sereni di quel periodo, però era sempre forte la mancanza dei nonni .
La mamma andava quasi ogni mese a Torino a trovarli e ogni volta tornava più sconfortata, stavano invecchiando, il nonno non stava bene , non avendo fratelli e sorelle si sentiva unica responsabile di quanto poteva capitare loro.
Noi capivamo e soffrivamo insieme a lei per la lontananza pur essendo riusciti a crearci amicizie , per lei era molto più difficile , noi con l’incoscienza dell’età eravamo spesso fuori casa , doveva sentirsi molto sola .
Noi sorelle maggiori , quasi per gioco, aiutavamo la sera un’amica che aveva una latteria , il latte allora si vendeva sfuso, arrivava in contenitori d’alluminio e noi lo si versava nelle bottiglie e si portava a domicilio dalle persone .Che paura quando dovevamo attraversare enormi atri bui , e a Siena ce n’erano molti , per lasciare il latte fuori alla porta della vecchietta di turno che non poteva uscire di casa , allora eravamo timorose , oggi sono teneri ricordi.
Poi passati circa 4 anni dal trasferimento il nonno improvvisamente una sera divenne cieco , il motivo vero non è mai stato approfondito , probabilmente la pressione alta, si disse , erano gli anni 60 , quante cose erano ancora sconosciute in medicina.
Quello fu il motivo per cui poco a poco, piano piano riuscimmo a convincere il papà a farci ritornare a casa, a Torino , dove c’erano e ci sono le nostre radici .
Lui a malincuore acconsentì, iniziammo a fare i preparativi, cercare un alloggio in affitto a Torino, vicino ai nonni, a un prezzo equo , visto che papà rimaneva a Siena e doveva mantenere così due case.
Noi figli eravamo combattuti tra la gioia di tornare dai nonni e il dispiacere di lasciare gli amici, i filarini, la libertà che ci poteva essere in una città di provincia , però ebbe il sopravvento il sentimento forte , immutato e infinito che provavamo per i nonni e per la gioia di vedere la mamma contenta .
La cecità del nonno non ci ha impedito di sentire ancora lui come forza portante della nostra famiglia, certo ogni tanto approfittavamo di questa sua difficoltà , come fumare una sigaretta, le prime , anche davanti a lui, mai ci avrebbe permesso di farlo se ci avesse potuto vedere, la nonna fumava anche lei e ci assecondava . Piccoli grandi ricordi di una vita comune , ma così speciale per noi che la vivevamo in tutte le sue sfaccettature .
(1) Il Patronato scolastico era un ente morale, istituto con la Legge n. 487 del 4 giugno 1911, con lo scopo di provvedere all’iscrizione e frequenza dei fanciulli ,alla refezione degli alunni poveri, alla concessione di sussidi per l’acquisto di vesti e di calzature, alla distribuzione dei libri di testo, di quaderni e cancelleria.
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